Le no­stre cit­tà in ba­lìa di mine vaganti pronte a esplo­de­re

Libero - - Italia - GIAN­LU­CA VE­NE­ZIA­NI RI­PRO­DU­ZIO­NE RI­SER­VA­TA

A vol­te so­no ri­chie­den­ti asi­lo in at­te­sa del­lo status di ri­fu­gia­to. Al­tre vol­te clan­de­sti­ni in at­te­sa di es­se­re espul­si. In en­tram­bi i ca­si han­no la li­ber­tà di met­te­re pie­de in cit­tà, gi­ra­re in­di­stur­ba­ti nel­le zo­ne cen­tra­li e se­mi­na­re il pa­ni­co. Noi at­ten­dia­mo di de­fi­ni­re il lo­ro status e la lo­ro iden­ti­tà. Lo­ro in­tan­to agi­sco­no.

È nel­la lunghezza dei tem­pi, pri­ma an­co­ra che nel­la de­bo­lez­za dei mo­di, il li­mi­te del­la no­stra rea­zio­ne al pro­ble­ma del­la si­cu­rez­za le­ga­to all’im­mi­gra­zio­ne. La li­ber­tà con cui ie­ri Sai­dou Ma­moud Dial­lo, 29en­ne del­la Gui­nea, ha po­tu­to va­ga­re nel­la zo­na bus vi­ci­na al­la Sta­zio­ne Cen­tra­le di Mi­la­no, da­re in escan­de­scen­ze, di­ri­ger­si ver­so l’in­gres­so del­la sta­zio­ne ar­ma­to di col­tel­lo e quin­di col­pi­re alle spal­le un agen­te, di­ce be­ne del­la no­stra tol­le­ran­za ver­so per­so­ne che da tem­po bi­vac­ca­no in luo­ghi pub­bli­ci sen­si­bi­li, co­me le sta­zio­ni, sen­za che noi si fac­cia al­cun­ché per con­trol­lar­le e iden­ti­fi­car­le; a mag­gior ra­gio­ne se, co­me ap­pun­to Dial­lo, han­no già pre­ce­den­ti per le­sio­ni e re­si­sten­za non­ché una po­si­zio­ne da ir­re­go­la­ri, in quan­to col­pi­ti da prov­ve­di­men­ti di espul­sio­ne (l’ac­col­tel­la­to­re di ie­ri era sta­to for­mal­men­te espul­so già lo scor­so 4 lu­glio). E che, non­di­me­no, non giac­cio­no nel­le pa­trie ga­le­re né so­no sta­ti ri­spe­di­ti al lo­ro Pae­se con bi­gliet­to di so­la an­da­ta. Ma so­no an­co­ra qui, tra noi. E non con le mi­glio­ri in­ten­zio­ni.

Lo stes­so po­treb­be dir­si di Dan­so Ba­ka­ry, il gam­bia­no che ad apri­le ave­va crea­to at­ti­mi di ter­ro­re, con due coltelli in ma­no, in via­le Mon­za. An­che lui era un pre­giu­di­ca­to e un ir­re­go­la­re sul ter­ri­to­rio ita­lia­no. Ep­pu­re era an­co­ra in cit­tà sen­za che nes­su­no sa­pe­va che ci fos­se e chi fos­se. Un uo­mo in­vi­si­bi­le, co­me l’ita­lo-tu­ni­si­no Ismail Tom­ma­so Ben You­sef Ho­sni che lo scor­so mag­gio, sem­pre in Sta­zio­ne Cen­tra­le, ave­va ac­col­tel­la­to due agen­ti. Si trat­ta­va di uno spac­cia­to­re, più vol­te ar­re­sta­to e più vol­te ri­mes­so in li­ber­tà, che con­ti­nua­va a va­ga­re in quel­la ter­ra di nes­su­no, in quel por­to fran­co, do­ve so­no so­spe­se le leg­gi e le re­go­le del­la con­vi­ven­za ci­vi­le. Il ri­me­dio al­lo­ra sa­reb­be sgom­be­ra­re quel­le aree sen­si­bi­li e, quan­do è il ca­so, espel­le­re chi è qui sen­za di­rit­ti. E non chiu­de­re un oc­chio, o in­di­gnar­si per i bli­tz del­le for­ze dell’or­di­ne, co­me ave­va fat­to il sin­da­co Sa­la, che ave­va chie­sto che i con­trol­li in sta­zio­ne Cen­tra­le fos­se­ro con­cor­da­ti con lui. O ad­di­rit­tu­ra ro­ve­scia­re il pro­ble­ma, co­me fa Ema­nue­le Fia­no del Pd, se­con­do cui è una po­si­zio­ne “pe­ri­co­lo­sa” quel­la di Sal­vi­ni che chie­de più or­di­ne e pu­li­zia. Qua­si che il pe­ri­co­lo fos­se la Le­ga e non l’ac­col­tel­la­to­re...

L’al­tro aspet­to co­mu­ne a que­sti ca­si è il ri­cor­so ai me­to­di del ter­ro­ri­smo isla­mi­co. Po­co im­por­ta che que­sti ag­gres­so­ri fos­se­ro o me­no ispi­ra­ti dall’Isis, ciò che con­ta è il lo­ro uti­liz­za­re gli stes­si stru­men­ti e col­pi­re ne­gli stes­si luo­ghi af­fol­la­ti. L’islam, più che una ma­tri­ce, è di­ven­ta­to un man­tel­lo po­stic­cio con cui le­git­ti­ma­re le pro­prie azio­ni, una sor­ta di ca­no­ne di ri­fe­ri­men­to. Non a ca­so Dial­lo, men­tre ve­ni­va fer­ma­to, ha det­to: «Vo­glio mo­ri­re per Al­lah». Per far­la bre­ve, non è più l’islam che fa il terrorista, ma è il terrorista che fa l’isla­mi­co (se­di­cen­te). E la co­sa non è me­no pre­oc­cu­pan­te.

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