In Ve­ne­zue­la l’ul­ti­ma pro­va: il co­mu­ni­smo è fal­li­to

Ol­tre set­te mi­lio­ni vo­ta­no con­tro il gol­pe co­sti­tu­zio­na­le del re­gi­me. Da Ger­ma­nia e Spagna un av­ver­ti­men­to a Ca­ra­cas

Libero - - Esteri - CAR­LO NICOLATO RI­PRO­DU­ZIO­NE RI­SER­VA­TA

Ba­ste­reb­be un so­lo da­to, uno so­lo per ca­pi­re il Ve­ne­zue­la di og­gi: que­gli 8,7 chi­lo­gram­mi che se­con­do una re­cen­te in­chie­sta il 75% dei cit­ta­di­ni dell'ex Pae­se più ric­co del Su­da­me­ri­ca avreb­be per­so nell'ar­co del 2016 per man­can­za di ci­bo o mal­nu­tri­zio­ne. A que­sto pe­rò vo­glia­mo ag­giun­ger­ne al­tri, co­me quel­lo re­la­ti­vo al nu­me­ro di per­so­ne che vi­vo­no sot­to la so­glia di po­ver­tà, l'81%, o quel­lo dell'au­men­to di mor­ta­li­tà in­fan­ti­le, 30%, e di quel­la ma­ter­na, 65%. O quel­lo de­gli omi­ci­di an­nui, 28.479 nel 2016. O quel­lo dei mor­ti am­maz­za­ti du­ran­te le pro­te­ste con­tro il go­ver­no in ca­ri­ca ne­gliul­ti­mi­me­si,qual­co­sa in più di cen­to, com­pre­si i due di­sgra­zia­ti in fi­la ai seg­gi elet­to­ra­li di Ca­tia, non lon­ta­no da Ca­ra­cas, fred­da­ti do­me­ni­ca da due uo­mi­ni ar­ma­ti in mo­to­ci­clet­ta. Un qua­dro som­ma­rio del Ve­ne­zue­la, per in­qua­dra­re me­glio in qua­le cli­ma si sia svol­to fa il re­fe­ren­dum con il qua­le l'op­po­si­zio­ne ha cer­ca­to di da­re una spal­la­ta de­mo­cra­ti­ca ma in­for­ma­le al go­ver­no di Ni­co­las Ma­du­ro. Un re­fe­ren­dum non uf­fi­cia­le in­fat­ti, mai aval­la­to dal pre­si­den­te che an­zi ha de­ri­so e scre­di­ta­to fi­no all'ul­ti­mo, giu­di­can­do­lo una mes­sa in sce­na sen­za al­cu­na cre­di­bi­li­tà. Il ri­sul­ta­to era scon­ta­to, il 98,5 per cen­to ha vo­ta­to con­tro l'as­sem­blea co­sti­tuen­te le cui ele­zio­ni si ter­ran­no tra una de­ci­na di gior­ni (il 30 lu­glio), ma ha an­che vo­ta­to per­ché ven­ga­no in­det­te ele­zio­ni an­ti­ci­pa­te (il man­da­to di Ma­du­ro sca­de nel 2016), e per­ché all'eser­ci­to ven­ga af­fi­da­to il com­pi­to di tu­te­la­re la co­sti­tu­zio­ne. Un po' me­no scon­ta­to era in­ve­ce il nu­me­ro di vo­tan­ti. Gli or­ga­niz­za­to­ri spe­ra­va­no che alle ur­ne si sa­reb­be­ro presentati al­me­no no­ve e die­ci mi­lio­ni di per­so­ne (su qua­si 20 mi­lio­ni di aven­ti di­rit­to), i vo­ti in­ve­ce so­no sta­ti po­co più di set­te mi­lio­ni, 700mi­la dei qua­li pro­ve­nien­ti da­gli emi­gra­ti all' este­ro. Tan­ti se si pen­sa che il re­fe­ren­dum è sta­to or­ga­niz­za­to in po­chi gior­ni, un po' po­chi ri­spet­to alle at­te­se. Set­te mi­lio­ni è più o me­no lo stes­so nu­me­ro di vo­tan­ti che l'op­po­si­zio­ne rac­col­se nel 2015, quan­do vin­se le ele­zio­ni par­la­men­ta­ri, ma an­che me­no dei vo­ti con i qua­li Ma­du­ro ven­ne elet­to nel 2013. Il Pae­se ha man­da­to «un mes­sag­gio chia­ro all'ese­cu­ti­vo na­zio­na­le e al mon­do», ha com­men­ta­to il ret­to­re dell' Uni­ver­si­tà cen­tra­le del Ve­ne­zue­la, Ce­ci­lia Gar­cia Aro­cha, mem­bro del­la «com­mis­sio­ne di ga­ran­ti» che ha vi­gi­la­to sul­lo svol­gi­men­to del re­fe­ren­dum. E que­sto è as­so­lu­ta­men­te in­ne­ga­bi­le, ma è an­che ve­ro che Ma­du­ro può sem­pre di­re che, ol­tre a non aver al­cun va­lo­re le­ga­le, il vo­to di­mo­stra che le for­ze in cam­po so­no im­mu­ta­te. che nul­la o qua­si è cam­bia­to dal 2015 o per­fi­no dal 2013.

Ma la que­stio­ne non cer­to so­lo di vo­ti, per­ché cam­bia­ta, e pa­rec­chio, è la fac­cia del Pae­se, sci­vo­la­to in una chi­na di de­pres­sio­ne e cri­si eco­no­mi­ca sen­za fi­ne la cui stra­da ver­so l'oblio era sta­ta a sua vol­ta trac­cia­ta dal de­fun­to pre­de­ces­so­re di Ma­du­ro, il suo men­to­re Hu­go Cha­vez, già mi­to del­le fol­le pro­gres­si­ste e di tan­ti lea­der di si­ni­stra o me­no, co­me Cor­byn, Tsi­pras, Di Bat­ti­sta, Igle­sias ecc, che og­gi di fron­te al di­sa­stro pre­fe­ri­sco­no ta­ce­re.

Ba­sti pen­sa­re che dal 2013 a og­gi il Pil del Pae­se è spro­fon­da­to del 35,5%, e che per que­st’an­no si pre­ve­de un ul­te­rio­re ca­lo del 4,1%. L’in­fla­zio­ne ha or­mai rag­giun­to l'800% ed en­tro la fi­ne dell’an­no se­con­do il Wall Street Jour­nal po­treb­be ar­ri­va­re al 2000%.

Nu­me­ri da Re­pub­bli­ca di Wei­mar, con la dif­fe­ren­za che la Ger­ma­nia usci­va da una guer­ra per­sa a se­gui­to del­la qua­le fu­ro­no im­po­ste ri­pa­ra­zio­ni im­pos­si­bi­li da pa­ga­re, il Ve­ne­zue­la in­ve­ce, pri­ma dell'av­ven­to del so­cia­li­smo bo­li­va­ria­no di Cha­vez e poi Ma­du­ro, ave­va vis­su­to un pe­rio­do di re­la­ti­va cre­sci­ta e be­nes­se­re do­vu­to alle gran­di ric­chez­ze pe­tro­li­fe­re (che rap­pre­sen­ta­no il 95% del pil del Pae­se) . Con l’av­ven­to di Cha­vez pe­rò tut­te le com­pa­gnie pe­tro­li­fe­re so­no sta­te ac­cen­tra­te e na­zio­na­liz­za­te, con il ri­sul­ta­to che il gio­chi­no ha ret­to fin­ché il prez­zo del pe­tro­lio si ag­gi­ra­va at­tor­no ai 100 dol­la­ri e ol­tre al ba­ri­le. Og­gi il greg­gio è sot­to i 50 dol­la­ri e la pro­du­zio­ne ve­ne­zue­la­na è ai mi­ni­mi, pa­ri a quel­la del 1993.

Il re­fe­ren­dum in­for­ma­le ha avu­to co­mun­que il me­ri­to di ri­sve­glia­re l’at­ten­zio­ne in­ter­na­zio­na­le. In par­ti­co­la­re quel­la dell’Eu­ro­pa che chie­de con la Mo­ghe­ri­ni di bloc­ca­re il vo­to per la co­sti­tuen­te. Li­nea più du­ra del­la Spagna che chie­de in­ve­ce san­zio­ni per Ca­ra­cas. Una mi­su­ra con­tro­pro­du­cen­te e dan­no­sa, spe­cie per i cit­ta­di­ni ve­ne­zue­la­ni già ol­tre il li­mi­te del­la mi­se­ria, ma la ri­chie­sta di Ma­drid va let­ta in chia­ve in­ter­na, co­me una bac­chet­ta­ta a quel­li di Po­de­mos, da sem­pre vi­ci­ni ai bo­li­va­ri­sti su­da­me­ri­ca­ni.

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