Col­pir­ne uno per edu­car­ne 27

Libero - - Le Lettere -

Ca­ro dot­tor Ca­rio­ti, è pas­sa­to più di un an­no dal­la Bre­xit e il ne­go­zia­to tra Ue e Re­gno Uni­to per de­fi­ni­re i fu­tu­ri rap­por­ti fa­ti­ca a de­col­la­re. A chi è im­pu­ta­bi­le il ri­tar­do? All’Ue che de­ve far fron­te ad al­tre e più se­rie emer­gen­ze, co­me im­mi­gra­zio­ne e ter­ro­ri­smo, o al­la Gran Bre­ta­gna, che se­guen­do la li­nea at­ten­di­sta, a lei sto­ri­ca­men­te con­ge­nia­le, ri­tie­ne di po­te­re ot­te­ne­re ri­sul­ta­ti più con­ve­nien­ti? La par­ti­ta si gio­ca so­prat­tut­to su­gli in­te­res­si eco­no­mi­ci e com­mer­cia­li. A chi gio­va la tec­ni­ca del rin­vio?

Do­me­ni­co Mat­tia Te­sta - via mail È ve­ro, il ne­go­zia­to va per le lun­ghe, tan­to che già si par­la di uno slit­ta­men­to del­la sca­den­za fis­sa­ta per il mar­zo del 2019. Di si­cu­ro, ca­ro si­gnor Te­sta, la cau­sa non so­no gli sfor­zi pro­fu­si dal­la Com­mis­sio­ne eu­ro­pea per ri­sol­ve­re i pro­ble­mi dell'im­mi­gra­zio­ne e del ter­ro­ri­smo, vi­sto che Jean-Clau­de Junc­ker, Fe­de­ri­ca Mo­ghe­ri­ni e gli al­tri che do­vreb­be­ro oc­cu­par­si di ta­li que­stio­ni per con­to del­la Ue non stan­no fa­cen­do nul­la, se non “twit­ta­re” le so­li­te fra­si fat­te do­po ogni at­ten­ta­to (“non ab­bia­mo pau­ra”, “non cam­bie­re­mo il no­stro sti­le di vi­ta”...). Le ra­gio­ni dell'im­pas­se so­no so­prat­tut­to due e la pri­ma, co­me in ogni di­vor­zio che si ri­spet­ti, so­no i sol­di. In bal­lo c'è un as­se­gno che po­treb­be ag­gi­rar­si sui 40 mi­liar­di di eu­ro e che il go­ver­no in­gle­se stac­che­reb­be so­lo in cam­bio di cer­te ga­ran­zie com­mer­cia­li, che i ver­ti­ci del­la Com­mis­sio­ne non sem­bra­no pe­rò in­ten­zio­na­ti a con­ce­de­re. Pe­sa più que­sto, sul ta­vo­lo del­le trat­ta­ti­ve, del­la de­fi­ni­zio­ne dei di­rit­ti dei cit­ta­di­ni Ue all'in­ter­no del Re­gno Uni­to, al­tra ma­te­ria di con­fron­to. Il se­con­do osta­co­lo è l'evi­den­te vo­lon­tà di ri­pic­ca e pu­ni­zio­ne: i ver­ti­ci di Bruxelles in­ten­do­no ren­de­re la Bre­xit l'esem­pio di quel­lo che suc­ce­de a chi se ne va. Col­pir­ne uno per edu­car­ne ven­ti­set­te. Lo stes­so Junc­ker ha det­to che gli in­gle­si «do­vran­no pa­ga­re un con­to sa­la­to», trat­tan­do­li con una du­rez­za che non ha mai sfo­de­ra­to – per di­re - nei con­fron­ti dei ji­ha­di­sti che ci am­maz­za­no nel­le no­stre stra­de. Ti­pi­co di Junc­ker, che si con­fer­ma uo­mo sba­glia­to al po­sto sba­glia­to. È pre­sto per di­re co­me an­drà a fi­ni­re, ma que­sti pre­sup­po­sti ri­schia­no di con­dur­re a un'in­te­sa pes­si­ma per chiun­que, cit­ta­di­ni del­la Ue e del Re­gno Uni­to. L'uni­ca co­sa che al mo­men­to mi ap­pa­re più o me­no si­cu­ra non ci ri­guar­da da vi­ci­no: i pri­mi a trar­re van­tag­gio dal lo­go­ra­men­to re­ci­pro­co di Lon­dra e Bruxelles sa­ran­no gli av­ver­sa­ri in­ter­ni del­la pre­mier The­re­sa May, pron­ti a far­le la pelle quan­do l'este­nuan­te trat­ta­ti­va si sa­rà con­clu­sa. Quan­to al re­sto, ne ri­par­le­re­mo quan­do le co­se sa­ran­no più chia­re. Un sa­lu­to.

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