L’ul­ti­mo sfre­gio a Nic­co­lò: «Se l’è cer­ca­ta»

Uno de­gli ag­gres­so­ri ce­ce­ni del ra­gaz­zo ita­lia­no pic­chia­to a mor­te: «Ha ini­zia­to lui, non mi sen­to in col­pa»

Libero - - Attualità - ALESSANDRO DELL’ORTO UCCISO IN DISCOTECA A CALCI E PUGNI RIPRODUZIONE RISERVATA

Di­ce che no, non è di­spia­ciu­to per la mor­te di Nic­co­lò Ciat­ti e sen­tir­glie­lo rac­con­ta­re co­sì, con leg­ge­rez­za e ar­ro­gan­za, è qual­co­sa che tra­vol­ge la te­sta e stra­vol­ge l’ani­mo. Fa in­caz­za­re. Ed è un po’ co­me se Nic­co­lò fos­se ucciso una se­con­da vol­ta, pum. Per­ché lui, Kha­bi­boul Kha­ba­tov, 20 an­ni, un gi­gan­te di un­me­troe­no­van­ta­cen­ti­me­tri, uno dei tre ce­ce­ni ri­chie­den­ti asi­lo (Mo­svar Ma­ga­ma­dov, 26 an­ni, è sta­to ri­la­scia­to - co­me lui - do­po quat­tro gior­ni, men­tre Ra­sul Bi­sul­ta­nov, 24 an­ni, quel­lo che ha sfer­ra­to il col­po fa­ta­le, è an­co­ra in car­ce­re in Spa­gna) in­da­ga­ti dal­la ma­gi­stra­tu­ra spa­gno­la per ave­re am­maz­za­to a calci e pugni la se­ra del­lo scor­so11 ago­sto - il 22en­ne di Scan­dic­ci (Fi­ren­ze) den­tro la discoteca St.Trop a Llo­ret de Mar (Spa­gna), non ha un at­ti­mo di esi­ta­zio­ne. Non un mo­men­to di ri­fles­sio­ne. Mai una de­bo­lez­za. Lo di­co­no le pa­ro­le («Io non mi sen­to in col­pa per quel­lo che è suc­ces­so e per la mor­te di quel ra­gaz­zo») e i ge­sti - ma­ni che ro­tea­no con si­cu­rez­za, sguar­do di sfi­da - e for­se lo rac­con­ta an­che l’ab­bi­glia­men­to: una ma­gliet­ta ro­sa, la stes­sa che in­dos­sa­va la not­te del pe­stag­gio. Già, qua­si una pro­vo­ca­zio­ne, un af­fron­to. Uno sfre­gio.

Kha­bi­boul ha par­la­to per la pri­ma vol­ta e l’ha fat­to dal­la ca­sa dei suoi ge­ni­to­ri, a Stra­sbur­go (do­ve stu­dia all’uni­ver­si­tà e fa il but­ta­fuo­ri), da­van­ti al­le te­le­ca­me­re de Le Ie­ne e al mi­cro­fo­no dell’in­via­ta Ve­ro­ni­ca Rug­ge­ri. «In discoteca non sia­mo en­tra­ti per di­ver­tir­ci, ma per par­la­re di la­vo­ro - spie­ga nel vi­deo il ce­ce­no - Ap­pe­na en­tra­ti sia­mo pas­sa­ti vi­ci­ni al grup­po di Nic­co­lò Ciat­ti e uno di lo­ro ha spin­to il pic­co­lo Van­dam (Van­dam è il so­pran­no­me di Ra­sul Bi­sul­ta­nov, ndr). Quan­do i miei ami­ci so­no pas­sa­ti han­no det­to: “Scu­sa, do­vrem­mo pas­sa­re” e Nic­co­lò li ha spin­ti sen­za un mo­ti­vo, non si ca­pi­sce be­ne il per­ché». Un ri­co­stru­zio­ne, quel­la di Kha­bi­boul, se­con­do la qua­le sa­reb­be­ro sta­ti pro­prio gli ita­lia­ni a pro­vo­ca­re. «Ra­sul e Nic­co­lò han­no ini­zia­to a pic­chiar­si, il mio ami­co ha cer­ca­to di cal­mar­lo, ma è sta­to ac­cer­chia­to da­gli ami­ci di Ciat­ti. Era da so­lo da­van­ti a lo­ro, si sen­ti­va mi­nac­cia­to e quin­di ha ini­zia­to a pic­chiar­li».

Il ce­ce­no, se­du­to su un di­va­no con al­le spal­le un or­sac­chiot­to di Nel­la fo­to gran­de, Nic­co­lò Ciat­ti, 22 an­ni, ucciso a calci e pugni lo scor­so 11 ago­sto nel­la discoteca “St.Trop” a Llo­ret de Mar, in Spa­gna. Nel­la fo­to in al­to, Mo­svar Ma­ga­ma­dov, 26 an­ni: dei tre ami­ci ce­ce­ni è quel­lo che ha sfer­ra­to il col­po mor­ta­le e per que­sto è in car­ce­re in Spa­gna. Sot­to, Kha­bi­boul Kha­ba­tov, 20 an­ni, il ra­gaz­zo in­ter­vi­sta­to da “Le Ie­ne” a Stra­sbur­go

pe­lu­che, non ha un at­ti­mo di esi­ta­zio­ne. Non ri­fia­ta. «Non so be­ne per­ché Ra­sul si sia in­ner­vo­si­to, pro­ba­bil­men­te per l’al­col o per le dro­ghe (ave­va as­sun­to an­fe­ta­mi­ne)». Poi le ac­cu­se agli ita­lia­ni. Du­re. «Quan­do Nic­co­lò è ca­du­to lo han­no la­scia­to a ter­ra e nes­su­no si è av­vi­ci­na­to. I suoi ami­ci do­ve­va­no in­ter­ve­ni­re quan­do è ini­zia­ta la ris­sa. Co­me ha cer­ca­to di fa­re Mo­v­sar con Ra­sul». Pau­sa. Do­po la ri­co­stru­zio­ne (di­scu­ti­bi­le), è il mo­men­to di guar­dar­si den­tro, ri­flet­te­re. Pen­tir­si. In­ve­ce no. «Io non mi sen­to in col­pa per quel­lo che è suc­ces­so. È una tra­ge­dia che una per­so­na sia mor­ta. Quan­do era­va­mo in ca­ser­ma ab­bia­mo pen­sa­to che sa­reb­be sta­to me­glio se fos­se mor­to uno di noi al po­sto suo. Ades­so so­no co­me uno zom­bie, non sor­ri­do più, non al­zo più

lo sguar­do, mi li­mi­to a guar­da­re per ter­ra». Il ce­ce­no in­di­ca l’al­tra par­te del­la stan­za, un gof­fo ten­ta­ti­vo di di­mo­stra­re di­spia­ce­re. For­se com­muo­ve­re. «Guar­da­te, que­sti so­no i miei ge­ni­to­ri. So­no co­me i ge­ni­to­ri di Nic­co­lò. Per un ge­ni­to­re per­de­re un fi­glio è una tra­ge­dia inim­ma­gi­na­bi­le. Il ra­gaz­zo è an­da­to a di­ver­tir­si e non è più tor­na­to». Poi la far­sa. «Se ades­so Nic­co­lò fos­se qui di fron­te a me gli di­rei che mi di­spia­ce mol­to. Mi met­te­rei in gi­noc­chio da­van­ti a lui, gli chie­de­rei di tor­na­re. Ma non so co­me fa­re».

La ver­sio­ne del ce­ce­no, ov­via­men­te, con­tra­sta con quel­la da­ta da An­drea e Si­mo­ne, gli ami­ci di Nic­co­lò che han­no as­si­sti­to al pe­stag­gio nel­la discoteca di Llo­ret. «Era­va­mo in pi­sta a bal­la­re – rac­con­ta An­drea - e ar­ri­va­no que­sti tre, era­no ve­ra­men­te gros­si, han­no ini­zia­to a di­scu­te­re con Nic­co­lò, ma non so per­ché. Poi uno di lo­ro, quel­lo con la ma­gliet­ta ros­sa (Mo­svar Ma­ga­ma­dov n.d.r.), lo ha ag­gre­di­to. Lo ha pre­so per il col­lo. Ho pro­va­to a di­fen­der­lo, gli so­no sal­ta­to ad­dos­so, a quel pun­to ha la­scia­to Nic­co­lò, mi ha pre­so in brac­cio e mi ha but­ta­to in ter­ra. In­fat­ti nel vi­deo si ve­de che io e Nic­co sia­mo ste­si a ter­ra. Poi in pi­sta si è for­ma­to un cer­chio enor­me, sem­bra­va un ring». I due ami­ci, sem­pre al mi­cro­fo­no de Le Ie­ne, han­no ri­cor­da­to il mo­men­to del­la tra­ge­dia. «Poi è ar­ri­va­to a Nic­co­lò un cal­cio a una tem­pia, co­me fos­se ti­ra­to a un pal­lo­ne». E an­co­ra al­tri det­ta­gli, dram­ma­ti­ci: Nic­co­lò a ter­ra con gli oc­chi sbar­ra­ti, Nic­co­lò che non ri­spon­de, Nic­co­lò che fa re­spi­ri pro­fon­di e pro­va a tos­si­re, il mas­sag­gio car­dia­co fat­to dal­la po­li­zia, l'ar­ri­vo dell'am­bu­lan­za, la cor­sa di­spe­ra­ta in ospe­da­le, la te­le­fo­na­ta ai ge­ni­to­ri e al­la fi­dan­za­ta nel cuo­re del­la not­te. E poi la mor­te. E l’atro­ce dub­bio: «Con il pas­sa­re de­gli an­ni con­ti­nue­re­mo a chie­der­ci se po­te­va­mo fa­re di più».

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