Pe­rò i le­ghi­sti non de­si­de­ra­no ca­lar le bra­che

Libero - - Da Prima Pagina - Di RE­NA­TO FA­RI­NA

Tut­to, avrem­mo be­vu­to qual­sia­si in­tru­glio se lo aves­se ver­sa­to nel­la cop­pa il Sal­vi­ni di quin­di­ci gior­ni fa, ma quan­do ab­bia­mo let­to “Co­mi­ta­to” nel­la pre­sen­ta­zio­ne dell’ap­pa­ra­to che co­man­de­rà l’Ita­lia per cin­que an­ni, ab­bia­mo ca­pi­to che qual­co­sa di alie­no de­ve ave­re in­va­so il ter­ri­to­rio del­la Le­ga e la men­te di Mat­teo. De­ve aver­lo ip­no­tiz­za­to Giu­cas Ca­sel­la per ac­cet­ta­re una ro­ba co­sì. (...)

(...) che que­sta Eu­ro­pa co­sti­tui­sca una fre­ga­tu­ra, so­prat­tut­to per l’Ita­lia, il pre­lie­vo fi­sca­le ai li­vel­li at­tua­li equi­val­ga a una ra­pi­na, spe­cie se si pen­sa a co­sa riceviamo dal­lo Stato in cam­bio del sa­las­so, i clan­de­sti­ni sia­no una bom­ba so­cia­le an­zi­ché una ri­sor­sa, chi ha la­vo­ra­to ed è an­da­to in pen­sio­ne do­po aver pa­ga­to i con­tri­bu­ti va­da tu­te­la­to e non trat­ta­to co­me un pa­ras­si­ta e il cit­ta­di­no ab­bia il di­rit­to di di­fen­der­si dai cri­mi­na­li sen­za ri­schia­re di fi­ni­re in car­ce­re al po­sto lo­ro. Al­lo stes­so mo­do non è mu­ta­to il no­stro giu­di­zio sul­la Mer­kel, gli eu­ro­bu­ro­cra­ti, i buo­ni­sti, i pro­fes­sio­ni­sti dell’ac­co­glien­za, i tec­ni­ci che non co­no­sco­no il mondo al di fuo­ri dei lo­ro dot­ti cir­co­li, gli in­tel­let­tua­li ca­ca­sen­no, i giu­di­ci ma­net­ta­ri, le ban­che che sor­vo­la­no sui mi­lio­ni di de­bi­ti dei ric­chi per ac­ca­nir­si sul­le stam­ber­ghe dei po­ve­rac­ci e tut­to quel car­roz­zo­ne di ben­pen­san­ti, con­for­mi­sti ed egoi­sti che ec­cel­lo­no nel tro­va­re le pa­ro­le mi­glio­ri per spie­ga­re per­ché è giu­sto che il mondo gi­ri sem­pre co­me con­vie­ne a lo­ro.

Sappiamo che il go­ver­no Cin­que­stel­le-Le­ga sa­reb­be un pu­gno in fac­cia a que­sta gen­te, pe­rò lo stes­so ri­ma­nia­mo per­ples­si per sva­ria­te ra­gio­ni. Non capiamo che ci az­zec­chi­no tra lo­ro Di Ma­io e Sal­vi­ni e co­me pos­sa­no con­ci­lia­re le esi­gen­ze di due elet­to­ra­ti agli an­ti­po­di, non so­lo geo­gra­fi­ca­men­te.

Trop­pi vo­ti di M5S ar­ri­va­no da una mas­sa di di­spe­ra­ti sen­za ar­te né par­te, per lo più fru­stra­ti di si­ni­stra, contrari a pre­scin­de­re, in­te­res­sa­ti so­lo a ciuc­cia­re quel po­co che an­co­ra re­sta nel­le cas­se pub­bli­che e a por­ta­re tut­ti, Pae­se com­pre­so, al lo­ro basso li­vel­lo. La Le­ga in­ve­ce è vo­ta­ta da chi pro­du­ce, è in­te­gra­to, ha un’iden­ti­tà per­so­na­le, pro­fes­sio­na­le e cul­tu­ra­le so­li­da e vuo­le di­fen­der­la dal­la vo­ra­ci­tà del­lo Stato, dell’Eu­ro­pa e di chi ar­ri­va in Ita­lia con la pre­te­sa di dir­gli co­me vi­ve­re.

La dif­fe­ren­za è abis­sa­le. Sia i gril­li­ni sia i le­ghi­sti pre­sta­no at­ten­zio­ne al­le fa­sce de­bo­li ma i pri­mi le cul­la­no par­lan­do di de­cre­sci­ta fe­li­ce e pro­met- ten­do il red­di­to di cit­ta­di­nan­za, che non con­sen­te al­cun ri­scat­to so­cia­le, i se­con­di par­la­no di la­vo­ro e scon­ti fi­sca­li, pun­tan­do sul ri­lan­cio eco­no­mi­co qua­le vo­la­no di ric­chez­za per tut­ti. Sia Di Ma­io sia Sal­vi­ni cri­ti­ca­no Ue e ban­chie­ri ma Lui­gi­no pun­ta al tro­no di Pa­laz­zo Chi­gi, Mat­teo è pron­to a ri­nun­cia­re a qual­sia­si scran­no pur di non de­flet­te­re dal­le pro­prie opi­nio­ni.

Le prio­ri­tà dei due par­ti­ti so­no di­ver­se e in­con­ci­lia­bi­li. In par­ti­co­la­re, quel­le di M5S so­no un buon con­cen­tra­to di quan­to noi av­ver­sia­mo da sem­pre. Il giu­sti­zia­li­smo, le in­ter­cet­ta­zio­ni, il no al­le grandi opere an­che se il Pae­se ca­de a pez­zi, le mil­le re­go­le su­gli ap­pal­ti che pa­ra­liz­za­no il Pae­se e con­se­gna­no gli im­pren­di­to­ri ai ma­gi­stra­ti, la su­per tas­sa­zio­ne dei pen­sio­na­ti, una po­si­zio­ne si­ni­stror­sa su im­mi­gra­ti e scuo­la, so­no il dna di Cin­que­stel­le. Per non par­la­re dell’as­si­sten­zia­li­smo. Già mi ve­do gli elet­to­ri di Di Ma­io la­vo­ra­re in ne­ro sen­za pa­ga­re le tas­se e al con­tem­po met­ter­si in fi­la per il red­di­to di cit­ta­di­nan­za co­me fin­ti di­soc­cu­pa­ti. Tut­to que­sto non ha nul­la a che ve­de­re con la Le­ga e i suoi al­lea­ti.

Al pro­po­si­to, sia­mo rin­fran­ca­ti da Sal­vi­ni quan­do di­ce che non vuol spac­ca­re il cen­tro­de­stra e che la coa­li­zio­ne ter­rà nel­le re­gio­ni e nel­le cit­tà. Pe­rò con­ta­no i fat­ti. Uno può dir­ti ogni gior­no che ti ama, ma se poi met­te su ca­sa con un al­tro si­gni­fi­ca che qual­co­sa è cam­bia­to. Ec­co, di­cia­mo che noi di Li­be­ro avrem­mo pre­fe­ri­to che la Le­ga go­ver­nas­se con tut­to il cen­tro­de­stra o, nell’im­pos­si­bi­li­tà di far­lo, si des­se da fa­re per cam­bia­re le re­go­le del gio­co e ri­por­tar­ci al vo­to. Sia per­ché, per quan­to cri­ti­ca­bi­li, i po­li­ti­ci del cen­tro­de­stra so­no degli sta­ti­sti in con­fron­to a quel­li a cin­que stel­le, e quin­di dei mi­glio­ri com­pa­gni di stra­da. Sia per­ché por­re in di­scus­sio­ne la Ue è sa­cro­san­to ma chi è più for­te non va af­fron­ta­to in cam­po aper­to in­sie­me con quat­tro pir­la ben­sì va ap­proc­cia­to con le pin­ze e con au­to­re­vo­lez­za, al­tri­men­ti si ri­schia di aver tor­to an­che quan­do si ha ra­gio­ne.

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