PER­CHÉ MAT­TA­REL­LA TA­CE Il Col­le aspet­ta il no­me del pre­mier ma chie­de un pro­fi­lo di al­to li­vel­lo

Il Qui­ri­na­le non vuo­le agi­ta­re i mer­ca­ti. Non da­rà ades­so un giu­di­zio sul «con­trat­to», va­lu­te­rà le leggi dei fu­tu­ri mi­ni­stri. Lu­ne­dì ter­mi­ne ul­ti­mo per la scel­ta del pri­mo mi­ni­stro. Poi c’è il vo­to

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ste­ro a so­ste­gno dei disabili. Sul­le pen­sio­ni, la re­vi­sio­ne del­la For­ne­ro era nei pat­ti, e c’è. E - sia pu­re in mo­do ge­ne­ri­co - si pro­met­te la promozione di un au­ten­ti­co di­rit­to al­la le­git­ti­ma di­fe­sa.

Il pun­to è tut­to il re­sto, che ap­par­tie­ne a un mondo oscu­ro, a di­se­gni da de­cre­sci­ta in­fe­li­ce e do­mi­nan­za dei giu­di­ci sem­pre più mar­ca­ta. Non so­no mar­gi­na­li­tà, ma è l’aria ve­le­no­sa in cui ver­reb­be­ro im­mer­se le co­sa buo­ne di cui so­pra, an­ni­chi­len­do­le. Co­me sia pos­si­bi­le in­fat­ti ab­bas­sa­re ra­di­cal­men­te le tas­se e fa­re uno scon­to di 20 cen­te­si­mi al li­tro sul­la ben­zi­na, e nel­lo stes­so tem­po di­stri­bui­re red­di­to e pen­sio­ni di cit­ta­di­nan­za è una ma­gia da ma­go Mer­li­no, che non pa­re di­spo­ni­bi­le a fa­re il mi­ni­stro. Non fi­ni­sce qui, quan­to a economia e idea di svi­lup­po. Il bloc­co del­la To­ri­no-Lio­ne è una vit­to­ria dei vio­len­ti NoTav, e un cla­mo­ro­so au­to­gol che ci co­ste­rà mi­liar­di su mi­liar­di di dan­ni, non­ché la ri­nun­cia a com­pe­te­re con il Nord Eu­ro­pa. Il ta­glio al­le pen­sio­ni so­pra i cin­que­mi­la eu­ro è an­ti­ci­po di mos­se da egua­li­ta­ri­smo pa­ra­co­mu­ni­sta, con­sen­ti­rà il re­cu­pe­ro di po­chi mi­lio­ni di eu­ro, in com­pen­so per pla­ca­re i pau­pe­ri­smi man­de­rà a ca­ta­fa­scio l’idea di me­ri­to.

Il ca­pi­to­lo giu­sti­zia è il più te­tro: l’Ita­lia è im­ma­gi­na­ta co­me un re­gno do­ve la ma­gi­stra­tu­ra avrà ma­no li­be­ra per spe­di­re in gi­ro “agen­ti pro­vo­ca­to­ri”, do­ve le in­ter­cet­ta­zio­ni sa­ran­no si­ste­ma­ti­che (“è op­por­tu­no in­ter­ve­ni­re per po­ten­ziar­ne l'uti­liz­zo”).

Sal­vi­ni ce si sei an­co­ra, e se non sei vit­ti­ma del­la sin­dro­me di Stoc­col­ma, scuo­ti­ti di dos­so l’alie­no, butta giù dal­la spal­la que­sta scim­mia gril­li­na, e ti per­do­nia­mo tut­to.

Ser­gio Mat­ta­rel­la os­ser­va con at­ten­zio­ne, si­len­zio e gran­de pru­den­za quel­lo che sta ac­ca­den­do. Con­sa­pe­vo­le, si di­ce sul Col­le, che ogni sua pa­ro­la ri­schie­reb­be di ag­gra­va­re la si­tua­zio­ne. L’agi­ta­zio­ne dei mer­ca­ti, lo spread che sa­le, gli in­ter­ro­ga­ti­vi dei com­mis­sa­ri eu­ro­pei e dei ca­pi di Stato. Ma so­prat­tut­to i mer­ca­ti, il ri­schio più gran­de. Os­ser­va quel­lo che ac­ca­de. E an­che quel­lo che non ac­ca­de, vi­sto che da lu­ne­dì aspet­ta, in­va­no, il no­me del pre­si­den­te del Con­si­glio. No­me che Lui­gi Di Ma­io e Mat­teo Sal­vi­ni gli ave­va­no as­si­cu­ra­to do­me­ni­ca scor­sa che gli avreb­be­ro fat­to. Si so­no la­scia­ti con l’im­pe­gno, da par­te di Di Ma­io e Sal­vi­ni, di farsi sen­ti­re quan­do sa­reb­be­ro sta­ti pron­ti. Al mo­men­to ag­gior­na­men­ti non ce ne so­no sta­ti. Co­mu­ni­ca­zio­ni uf­fi­cio­se, sì. Ma uf­fi­cia­li no. E so­no so­lo que­ste quel­le che con­ta­no.

Na­tu­ral­men­te Mat­ta­rel­la se­gue tut­to quel­lo che sta ac­ca­den­do. Il la­vo­ro sul con­trat­to di go­ver­no è os­ser­va­to con at­ten­zio­ne, ma nel si­len­zio più as­so­lu­to. Per­ché su quel­lo, si di­ce sul Col­le, il pre­si­den­te non può e non vuo­le di­re nul­la, non es­sen­do ma­te­ria che lo ri­guar­da. La Co­sti­tu­zio­ne gli dà po­te­re di in­ter­ve­ni­re sul­le leggi, cioè sul­la tra­du­zio­ne in at­to del pro­gram­ma: può fir­mar­le o no. E que­sto, di­ce chi lo fre­quen­ta, lo fa­rà. Con la ri­go­ro­si­tà ne­ces­sa­ria. Ma il pro­gram­ma non lo ri­guar­da. At­tie­ne al­le for­ze po­li­ti­che. E si per­ce­pi­sce un fi­lo di fa­sti­dio ri­spet­to a quan­ti lo strat­to­na­no per chie­de­re un suo in­ter­ven­to. Co­sì co­me non ha vo­lu­to da­re pa­re­ri agli esten­so­ri, nem­me­no leg­ge­re la boz­za, al­lo stes­so mo­do non in­ten­de com­men­ta­re al­cun pun­to del pro­gram­ma. Quan­do si con­cre­tiz­ze­rà in leggi, con tan­to di co­per­tu­re e com­pa­ti­bi­li­tà con la Co­sti­tu­zio­ne e i trat­ta­ti, di­rà la sua. Ma pri­ma di al­lo­ra non avreb­be sen­so. E non avreb­be nem­me­no gli stru­men­ti per far­lo. Ov­via­men­te ha le sue opi­nio­ni, le sue pre­oc­cu­pa­zio­ni. Ma si guar­da be­ne dal far­le tra­pe­la­re.

Non gli sfug­ge, per esem­pio, l’ine­di­ta in­ver­sio­ne dei meccanismi isti­tu­zio­na­li, adot­ta­ta dai se­mi-vin­ci­to­ri. Fi­no­ra pri­ma le for­ze di mag­gio­ran­za in­di­ca­va­no il pre­mier, poi il pre­si­den­te lo no­mi­na­va e so­lo a quel pun­to il no­mi­na­to, una vol­ta com­ple­ta­ta la squa­dra dei mi­ni­stri, in­sie­me ai par­ti­ti di mag­gio­ran­za scri­ve­va il pro­gram­ma, che poi ve­ni­va pre­sen­ta­to al Par­la­men­to. Ora sta ac­ca­den­do il con­tra­rio: pri­ma il pro­gram­ma, poi il pre­mier. E pe­ral­tro il pre­mier non c’è.

Il pre­si­den­te si muo­ve e si muo­ve­rà den­tro gli ar­gi­ni del­la Co­sti­tu­zio­ne, che gli at­tri­bui­sce il po­te­re di no­mi­na del pre­si­den­te del Con­si­glio, dei mi­ni­stri e il po­te­re di fir­ma del­le leggi. Que­sto è quel­lo che Mat­ta­rel­la non man­che­rà di fa­re. An­che sul no­me del pre­mier, il pre­si­den­te aspet­ta, ri­spet­to­so del­le for­ze che stan­no for­man­do la mag­gio­ran­za, ma poi di­rà la sua. È im­por­tan­te, in­fat­ti, si di­ce sul Col­le, che la per­so­na scel­ta sia in gra­do di te­ne­re te­sta nei ver­ti­ci in­ter­na­zio­na­li, che ab­bia la sto­ria e la pre­pa­ra­zio­ne per far­lo.

Sal­vi­ni e Di Ma­io han­no det­to che so­no pron­ti a co­mu­ni­car­gli l’at­te­so no­me lu­ne­dì. Ma fi­no a ieri se­ra al Qui­ri­na­le non era ar­ri­va­ta al­cu­na co­mu­ni­ca­zio­ne. So­lo vo­ci e l’eco di di­scus­sio­ni tra i due lea­der an­co­ra mol­to in al­to ma­re. Per il week-end ri­mar­rà a Ro­ma. Aspet­ta. È l’ul­ti­mo ten­ta­ti­vo, quel­lo che si è spin­to più avan­ti. Se fal­lis­se, non ri­mar­reb­be che l’oriz­zon­te del­le ele­zio­ni.

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