«Per uti­liz­za­re be­ne la fles­si­bi­li­tà de­ve cam­bia­re la cultura ma­na­ge­ria­le»

Libero - - Economia - MI­CHE­LA GIACHETTA RIPRODUZIONE RISERVATA

È un fe­no­me­no in cre­sci­ta, ma so­no an­co­ra po­che le azien­de che han­no pro­get­ti strut­tu­ra­ti sul la­vo­ro agi­le: lo met­te in chia­ro l’ul­ti­mo re­port sti­la­to al­la fi­ne del 2017 dall’Os­ser­va­to­rio Smart Wor­king del Po­li­tec­ni­co di Mi­la­no che stu­dia, nu­me­ri al­la ma­no, l’evo­lu­zio­ne di quel nuo­vo mo­do di la­vo­ra­re. La di­ret­tri­ce, Fio­rel­la Cre­spi, trac­cia og­gi il pun­to del­la si­tua­zio­ne.

A un an­no dal­la leg­ge che ha re­go­la­to il la­vo­ro agi­le, qual è il bi­lan­cio?

«Stia­mo ela­bo­ran­do in que­sto mo­men­to i da­ti del 2018, quin­di non pos­sia­mo an­co­ra fa­re un bi­lan­cio ve­ro e pro­prio. Non ci aspet­tia­mo co­mun­que che la leg­ge pro­vo­chi grandi cam­bia­men­ti per le azien­de pri­va­te, in cui il fe­no­me­no è già in at­to e se­con­do noi con­ti­nue­rà il suo cor­so, in par­ti­co­la­re per quan­to ri­guar­da le grandi im­pre­se. Di­scor­so di­ver­so in­ve­ce per la pub­bli­ca am­mi­ni­stra­zio­ne, in cui uno dei fre­ni all’ado­zio­ne del­lo smart wor­king era pro­prio l’as­sen­za di una nor­ma­ti­va: quin­di in quell’am­bi­to sti­mia­mo che sia cre­sciu­ta la dif­fu­sio­ne dei pro­get­ti o quan­to me­no sia­no au­men­ta­te le spe­ri­men­ta­zio­ni».

Qua­li so­no le al­tre mo­ti­va­zio­ni che han­no por­ta­to a una so­stan­zia­le chiu­su­ra del­la pub­bli­ca am­mi­ni­stra­zio­ne sul­lo smart wor­king?

«In­nan­zi­tut­to c’è un te­ma di cultura e di orien­ta­men­to dei ma­na­ger ri­spet­to al la­vo­ro agi­le. La sua ado­zio­ne im­pli­ca un pas­sag­gio dal ra­gio­na­re per un la­vo­ro fat­to in un cer­to luo­go e per un cer­to pe­rio­do di tem­po, al ra­gio­na­re per obiet­ti­vi. Que­sto può far sì che i ma­na­ger si sen­ta­no un po’ de­sta­bi­liz­za­ti nel lo­ro ruo­lo, an­che per­ché de­vo­no cam­bia­re il mo­do con cui ge­sti­sco­no i col­la­bo­ra­to­ri. Non pos­so­no più ba­sar­si sul con­trol­lo fi­si­co, ma de­vo­no iniziare a va­lu­ta­re i ri­sul­ta­ti. Poi bisogna con­si­de­ra­re che la pub­bli­ca am­mi­ni­stra­zio­ne non sem­pre è all’avan­guar­dia sul­la do­ta­zio­ne tec­no­lo­gi­ca».

An­che nel pri­va­to non so­no mol­te le azien­de Fio­rel­la Cre­spi [us] che lo han­no adot­ta­to strut­tu­ral­men­te. Pu­re in quel ca­so è col­pa di una cultura ma­na­ge­ria­le che te­me di per­de­re il con­trol­lo sul per­so­na­le? O ci so­no al­tri fat­to­ri?

«È il fre­no mag­gio­re pu­re sul pri­va­to, in par­ti­co­la­re per quan­to ri­guar­da le pic­co­le e me­die im­pre­se, all’in­ter­no del­le qua­li ci so­no al­cu­ne real­tà che pen­sa­no an­che che lo smart wor­king non sia ap­pli­ca­bi­le al lo­ro con­te­sto, per­ché ma­ga­ri so­no at­ti­vi­tà ma­ni­fat­tu­rie­re. E an­che que­sto è un osta­co­lo».

Co­me si stan­no muo­ven­do im­pre­se e sin­da­ca­ti? «Nei pro­get­ti av­via­ti o che stan­no ini­zian­do, il ruo­lo dei sin­da­ca­ti è im­por­tan­te. Non sem­pre so­no lo­ro a pro­muo­ve­re l’idea, ma ven­go­no coin­vol­ti. L’ini­zia­ti­va è dei la­vo­ra­to­ri op­pu­re del­la di­re­zio­ne del per­so­na­le, che ve­de lo smart wor­king co­me un mo­do per far star be­ne i di­pen­den­ti e mi­glio­ra­re la pro­dut­ti­vi­tà, ma an­che co­me stru­men­to per at­trar­re ta­len­ti. Il fi­lo con­dut­to­re è che tut­ti gli at­to­ri coin­vol­ti de­vo­no se­der­si at­tor­no a un ta­vo­lo e di­scu­ter­ne in­sie­me».

Qua­li so­no le at­ti­vi­tà che più si pre­sta­no al­lo smart wor­king?

«Noi co­me Os­ser­va­to­rio di­cia­mo: nes­su­no esclu­so. Il pro­ces­so di smart wor­king è un mo­do di ri­pen­sa­re il la­vo­ro in ma­nie­ra più fles­si­bi­le in ter­mi­ni di ora­rio, luo­go, do­ta­zio­ne tec­no­lo­gi­ca, con una con­si­de­ra­zio­ne del­le at­ti­vi­tà sul­la ba­se dei ri­sul­ta­ti. E pos­so­no adot­tar­lo tut­ti». Qual è il più gran­de equi­vo­co sul la­vo­ro agi­le? «Che sia ugua­le al te­le­la­vo­ro. Non è co­sì: il te­le­la­vo­ro è un ti­po di con­trat­to che ob­bli­ga o dà la pos­si­bi­li­tà a una per­so­na di la­vo­ra­re da ca­sa per un de­ter­mi­na­to pe­rio­do di tem­po. Quin­di è so­lo una que­stio­ne di spo­sta­men­to di luo­go, re­sta­no iden­ti­che le at­ti­vi­tà e il mo­do in cui si svol­ge. Lo smart wor­king, in­ve­ce, è più fles­si­bi­le, ven­go­no de­fi­ni­te re­go­le, ma non so­no vin­co­lan­ti. E so­prat­tut­to sot­ten­de un di­ver­so ap­proc­cio al la­vo­ro, per cui non si guar­da più al tem­po e al luo­go, ma si pun­ta ai ri­sul­ta­ti».

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