Cro­na­che di vi­te DI­VER­SE dal­la nostra in­via­ta al cen­tro del­le co­se e dei

Marie Claire (Italy) - - NEWS -

le re­ga­lò dei gi­gli, Ai­da pen­sò che non sa­pe­va che far­se­ne, di quei bul­bi bian­chi che pro­fu­ma­va­no di eden. As­so­ciò i fiori a chi li ven­de­va e pen­sò che non si po­te­va­no com­pra­re al Cai­ro, i ven­di­to­ri am­bu­lan­ti era­no tut­ti spie del­la po­li­zia po­li­ti­ca. Ai­da era stan­ca. Quel­la notte, ave­va so­gna­to cec­chi­ni sul tet­to di fron­te. Si era ad­dor­men­ta­ta di colpo, il corpo ri­gi­do, i pu­gni stret­ti, an­che nel son­no in at­te­sa di un colpo. IL GIOR­NO PRI­MA AVE­VA CA­TA­LO­GA­TO 16 cor­pi. Ogni car­tel­la re­ca­va il no­me e il co­gno­me e l’età e il vil­lag­gio di pro­ve­nien­za e l’ora e le cir­co­stan­ze del­la spa­ri­zio­ne. A vol­te, riu­sci­va a ot­te­ne­re una fo­to, e al­lo­ra oc­chi sco­no­sciu­ti la os­ser­va­va­no in­ter­ro­gan­do­la sul­la lo­ro sor­te. Pur es­sen­do una psi­chia­tra, pur aven­do fon­da­to il cen­tro Na­deem per la ria­bi­li­ta­zio­ne del­le vit­ti­me del­la tor­tu­ra, si sen­ti­va spes­so una sa­cer­do­tes­sa su­me­ra. Avreb­be vo­lu­to una ta­vo­let­ta di fan­go su cui in­ci­de­re i no­mi de­gli scom­par­si; li avreb­be es­sic­ca­ti al so­le e sep­pel­li­ti sot­to un al­be­ro di man­go. Co­sì, un gior­no, i po­ste­ri avreb­be­ro tro­va­to il suo per­so­na­le ca­ta­lo­go del­la per­di­ta. Le sem­bra­va la ma­nie­ra più ap­pro­pria­ta per de­nun­cia­re la bar­ba­rie in cui era piom­ba­to l’Egit­to al tem­po del Ge­ne­ra­le Ab­del Fat­tah El Si­si. NEL ME­SE DI FEB­BRA­IO 2016, ad Ales­san­dria, l’ama­ta Ales­san­dria, in una notte era­no sparite 28 per­so­ne. In una man­cia­ta di ore buie, c’era­no sta­ti 28 Giu­lio Re­ge­ni. Una vol­ta una ma­dre le ave­va por­ta­to un pro­fu­mo di mir­ra. Era mez­za cie­ca ed era qua­si ro­to­la­ta per le scale del­la can­ti­na in cui Ai­da la­vo­ra­va al suo ca­ta­lo­go. Men­tre me ne par­la, su Sky­pe, il suo vol­to si fa du­ro. Pen­so, men­tre l’ascol­to, e l’ascol­to da 13 an­ni, che non è mai sta­to co­sì brut­to; pen­so an­che che in tut­to que­sto tem­po non l’ho mai vista ver­sa­re una la­cri­ma. Se il no­stro de­sti­no, co­me di­ce­va Jung, è de­ter­mi­na­to dal no­stro in­con­scio, mi chie­do qua­li sia­no le for­ze che han­no fat­to del­la vi­ta di Ai­da un ro­sa­rio di spi­ne. La ma­dre mez­za cie­ca par­la­va il dia­let­to del Del­ta del Ni­lo e più che par­la­re an­si­ma­va e più che de­scri­ve­re ge­sti­co­la­va. «E tu chi sei? », ave­va chie­sto Ai­da al­zan­do il ca­po dai suoi fan­ta­smi. «Umm Saad». La vec­chia si era fat­ta avan­ti, piegata in due, una ma­no in ta­sca, l’al­tra sul ba­sto­ne, e ave­va spie­ga­to che il fi­glio era spa­ri­to da tre gior­ni e che ave­va­no tro­va­to la sua au­to con le porte spa­lan­ca­te e i ve­tri in pez­zi. La vec­chia ave­va ti­ra­to fuo­ri dal­la ta­sca una boc­cet­ta e l’ave­va da­ta ad Ai­da e le ave­va det­to: «Era nel va­no por­ta­do­cu­men­ti». «E cos’è? ». «Il pro­fu­mo di mio fi­glio». Ai­da pen­sò che non era giu­sto, ma nien­te lo era. Pen­sò che le sta­va­no ru­ban­do la gio­ia del­la primavera. Ai­da de­ci­se al­lo­ra che l’uo­mo del­la sua vi­ta sa­reb­be sta­to quel­lo che in­ve­ce di com­prar­le dei gi­gli, li avreb­be di­se­gna­ti, can­di­di co­me co­lom­be, su un fo­glio di car­ta. Ai­da, pur es­sen­do una psi­chia­tra, ca­ta­lo­ga­va COR­PI. In una notte cÕe­ra­no sta­ti 28 Giu­lio RE­GE­NI. Quei no­mi avreb­be vo­lu­to in­ci­der­li su una ta­vo­let­ta di fan­go co­me una SA­CER­DO­TES­SA su­me­ra

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