Co­me aiu­ta­re I FI­GLI a non viag­gia­re nel­la bie­ca RE­TO­RI­CA

Marie Claire (Italy) - - NEWS -

AN­GE­LA AHRENDTS, Se­nior Vi­ce Pre­si­dent Re­tail di Ap­ple, ha scrit­to una let­te­ra aper­ta al­le sue fi­glie e l’ha po­sta­ta su Lin­ke­dIn. La mag­gior par­te del­le per­so­ne l’ha ap­prez­za­ta. Stu­pen­da! In­co­rag­gian­te!, so­no sta­ti i ver­det­ti su Twit­ter. An­che io ero pie­na di stu­po­re, so­prat­tut­to per co­me un’al­tra don­na bian­ca, pro­fes­sio­ni­sta, più o me­no coe­ta­nea, po­tes­se ve­de­re la ma­ter­ni­tà in mo­do tal­men­te di­ver­so. La di­ri­gen­te ini­zia co­sì: «Ho sem­pre cer­ca­to di gui­dar­vi con l’esem­pio, quin­di fa­rò lo stes­so con que­sta let­te­ra, ri­cor­dan­do­vi qual­che ri­fles­sio­ne per­so­na­le che vi aiu­te­rà a far­vi stra­da nell’in­cre­di­bi­le viaggio del­la vi­ta che ave­te da­van­ti». Pri­ma an­co­ra di en­tra­re nel vi­vo, io e lei ave­va­mo già pre­so stra­de di­ver­se. Sic­co­me i miei fi­gli so­no cre­sciu­ti, non mi ve­do co­me lo­ro guida. E nem­me­no cre­do che qual­che mia ri­fles­sio­ne pos­sa aiu­tar­li nel lo­ro in­cre­di­bi­le viaggio di vi­ta. A di­re il ve­ro, ri­fiu­to di ve­de­re le lo­ro vi­te co­me viag­gi. Ri­ser­vo la pa­ro­la per qual­co­sa che im­pli­ca an­da­re da A a B, pre­fe­ri­bil­men­te con un bi­gliet­to.

è il pri­mo con­si­glio del­la si­gno­ra Ahrendts: «Ho sem­pre cer­ca­to di es­se­re pre­sen­te per voi», scri­ve. Que­sto ger­go da min­d­ful­ness mi sem­bra una scap­pa­to­ia quan­do è usa­to da ge­ni­to­ri che la­vo­ra­no. È sta­to già scien­ti­fi­ca­men­te pro­va­to che non si può es­se­re in due po­sti con­tem­po­ra­nea­men­te. Rac­con­tar­se­la in mo­do di­ver­so pla­ca un po’ il sen­so di col­pa, ma non cam­bia la real­tà. «Vo­glio far­vi sa­pe­re che per voi ci so­no sem­pre, spi­ri­tual­men­te, emo­ti­va­men­te e di­gi­tal­men­te», con­ti­nua. Di­gi­tal­men­te? Co­sa si­gni­fi­ca? Che puoi es­se­re pre­sen­te quan­do sei as­sen­te? « Sa­pe­te che so­no di­spo­ni­bi­le 24 ore al gior­no per con­si­gli, af­fet­to o so­lo per con­di­vi­de­re una fo­to o un bit­mo­ji». Al con­tra­rio, ho sem­pre det­to ai miei fi­gli che ci so­no al mas­si­mo 16 ore al gior­no e che di not­te pos­so­no sve­gliar­mi so­lo per emer­gen­ze. LEG­GEN­DO OL­TRE, pe­rò, emer­ge un con­tra­sto più se­rio: «Non la­scia­te che nes­su­no vi con­vin­ca a fa­re qual­co­sa che non sen­ti­te co­me na­tu­ra­le o non al­li­nea­to con i vostri va­lo­ri o le qua­li­tà che Dio vi ha do­na­to», con­ti­nua. Non so­lo so­no in di­sac­cor­do, ma di­sap­pro­vo. Que­sto ti­po di con­si­glio è la ra­gio­ne per cui i Mil­len­nials so­no co­sì sot­to­va­lu­ta­ti e scre­di­ta­ti. Se le ma­dri di­co­no lo­ro di far so­lo ciò che rie­sce na­tu­ra­le, co­me po­treb­be­ro non es­se­re de­gli in­sop­por­ta­bi­li moc­cio­si ap­pe­na si af­fac­cia­no al mon­do del la­vo­ro? Io, in­ve­ce, av­ver­to i miei fi­gli che tut­ti i la­vo­ri sem­bra­no all’ini­zio in­na­tu­ra­li e no­io­si, ma se si tie­ne du­ro, le co­se mi­glio­ra­no. Dal mio bri­tan­ni­co pun­to di vi­sta, quel che de­si­de­ro per i miei fi­gli è che di­ven­ti­no es­se­ri uma­ni per­be­ne, eco­no­mi­ca­men­te in­di­pen­den­ti e (un po’) fe­li­ci. Tem­po fa ero se­du­ta su un pal­co lon­di­ne­se con una del­le mie fi­glie per un even­to. Ha sot­to­li­nea­to che ave­re per mam­ma una gior­na­li­sta dal­la boc­ca lar­ga era una be­ne­di­zio­ne a me­tà. Ma ha con­ti­nua­to af­fer­man­do qual­co­sa che mi ha re­sa dav­ve­ro fe­li­ce. Ha det­to che le ho in­se­gna­to a ri­co­no­sce­re le stron­za­te a 50 pas­si di di­stan­za.

Qua­si tut­ti i LA­VO­RI, all’ini­zio, so­no no­io­si e in­na­tu­ra­li. Ma se si tie­ne du­ro, le co­se mi­glio­ra­no. È il ca­so di SPIE­GAR­LO be­ne ai MILLENIALS: al­tri­men­ti il ri­schio è quel­lo di tra­sfor­mar­li in in­sop­por­ta­bi­li, eter­ni MOC­CIO­SI

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