AL­LE SUE SPAL­LE

Marie Claire (Italy) - - NEWS - Au­jouFé­li­ci­té

l’ascen­so­re non fa che aprir­si e chiu­der­si, scam­pa­nel­lan­do co­me il ti­mer di un for­no che ha esau­ri­to il tem­po di cot­tu­ra e da cui ven­go­no sfor­na­ti tu­ri­sti mol­to di­ver­si per di­men­sio­ni, co­lo­re e staz­za, ma tut­ti ugual­men­te de­vo­ti por­ta­to­ri di zai­net­to. Pro­ba­bil­men­te all’ho­tel Ibis di Mi­la­no (quel­lo vi­ci­no al ca­sel­lo Ove­st di Por­ta Ve­ne­zia, se­de del Fe­sti­val del ci­ne­ma afri­ca­no, d’Asia e Ame­ri­ca La­ti­na) non c’è mai sta­to co­sì mo­vi­men­to, sa­rà per la vi­si­ta di papa Fran­ce­sco in piaz­za del Duo­mo. Ep­pu­re Alain Gomis, di cui il Fe­sti­val se­gue la car­rie­ra dal 2000 pre­mian­do­lo nel 2012 per rd’hui e che ora lo ospi­ta in­sie­me al suo ul­ti­mo film, (fre­sco di Or­so d’Ar­gen­to Gran Pre­mio del­la Giu­ria a Ber­li­no) è im­per­tur­ba­bi­le. Se­du­to su una pol­tron­ci­na Ikea o equi­va­len­te, in­cor­ni­cia­to da dread­locks che in­gri­gi­sco­no pia­no all’om­bra dei suoi 45 an­ni, ha uno sguar­do di­ret­to e pa­ci­fi­co. E una ca­pa­ci­tà fuo­ri nor­ma di con­den­sa­re in po­che pa­ro­le im­ma­gi­ni po­ten­ti che rior­di­na­no l’uni­ver­so e i pen­sie­ri. A star­gli ac­can­to, ci si sen­te as­sor­bi­ti dall’aria dé­con­trac­té-ma-non-trop­po che ema­na. Ri­las­sa­to ma vi­gi­le, di­spo­ni­bi­le con ele­gan­te di­stac­co, il re­gi­sta se­ne­ga­le­se do­po l’in­ter­vi­sta fa­rà il check-out e an­drà al Mu­seo na­zio­na­le del ci­ne­ma di Torino, do­ve è pre­vi­sta un’al­tra pro­ie­zio­ne di Fé­li­ci­té. Il film men­tre scri­via­mo è in pro­gram­ma­zio­ne in Fran­cia. At­ten­dia­mo con fi­du­cia che ar­ri­vi nel­le sa­le ita­lia­ne, con la spe­ran­za che ci re­sti il tem­po suf­fi­cien­te per­ché in mol­ti si ac­cor­ga­no del­la sua bel­lez­za. La sto­ria: una can­tan­te con­go­le­se li­be­ra e in­do­ma­bi­le si tro­va a do­ver af­fron­ta­re con­tem­po­ra­nea­men­te le spe­se proi­bi­ti­ve per ope­ra­re il fi­glio che ha avu­to un gra­ve in­ci­den­te in moto (in Con­go se non pa­ghi i me­di­ci dell’ospe­da­le, non ti ope­ra­no) e l’amo­re spiaz­zan­te di un uo­mo. La pro­ta­go­ni­sta è in­ter­pre­ta­ta dal­la non at­tri­ce Vé­ro Tshan­da Beya, ar­ri­va­ta for­tu­no­sa­men­te, for­tu­na­ta­men­te, ai pro­vi­ni. Qual­co­sa in lei, nel­la sua vo­ce ru­vi­da e fon­da, nel suo cor­po ar­che­ti­pi­co, ha am­ma­lia­to Gomis da su­bi­to e l’ha già fat­ta di­ven­ta­re «la nou­vel­le étoi­le du ci­né­ma afri­cain». Si­gnor Gomis, lei pre­ci­sa­men­te da do­ve sal­ta fuo­ri? Mio pa­dre è del­la Gui­neaBis­sau im­mi­gra­to in Se­ne­gal e poi in Fran­cia. Mia ma­dre è francese. So­no cre­sciu­to in una fa­mi­glia ope­ra­ia che vi­ve­va in una ban­lieue pa­ri­gi­na. E il ci­ne­ma, com’è en­tra­to nel­la sua vi­ta? So­no io che so­no en­tra­to in una sa­la a ve­de­re un film una vol­ta, ed è ba­sta­ta per de­ci­de­re co­sa vo­les­si fa­re. Mi so­no iscrit­to a un li­ceo con in­di­riz­zo scien­ti­fi­co con l’idea poi di pro­va­re il con­cor­so per una scuo­la di ci­ne­ma, ma ave­vo vo­ti brut­tis­si­mi in sto­ria dell’arte e mi so­no mes­so a col­ma­re le la­cu­ne. Stu­diar­la me­glio è sta­ta una ri­ve­la­zio­ne. Mi ap­pas­sio­na­va la va­rie­tà im­pres­sio­nan­te di ar­ti­sti, pe­rio­di sto­ri­ci, aree geo­gra­fi­che... La mat­ti­na la ci­vil­tà del­la val­le dell’In­do, il po­me­rig­gio il Ri­na­sci­men­to ita­lia­no, il gior­no do­po l’arte afri­ca­na, poi la pre­i­sto­ria... Un’esplo­sio­ne. Al­lo­ra mi so­no iscrit­to alla fa­col­tà di Sto­ria dell’arte alla Sor­bo­na, mi so­no spe­cia­liz­za­to in arte au­dio­vi­sua­le e ci­ne­ma e ho ini­zia­to a fa­re dei cor­to­me­trag­gi. Ades­so può in­se­gnar­lo lei, il ci­ne­ma. Co­sa cre­de sia più im­por­tan­te tra­smet­te­re agli aspi­ran­ti film­ma­ker? La pri­ma co­sa da fa­re è ca­pi­re ciò che ci im­por­ta di più nel pre­ci­so mo­men­to in cui ci tro­via­mo. Il ci­ne­ma è co­sti­tui­to dal­la som­ma di tan­ti istan­ti for­ti, si­tua­zio­ni o con­di­zio­ni che

ADES­SO.

VÉ­RO TSHAN­DA BEYA CAN­TA IN UNA SCE­NA DI FÉ­LI­CI­TÉ, L’UL­TI­MO FILM DI ALAIN GOMIS CHE, COL SUO PRI­MO LUN­GO­ME­TRAG­GIO, L’AFRANCE, NEL 2002 AVE­VA VIN­TO IL PARDO D’AR­GEN­TO AL FE­STI­VAL DI LOCARNO E CON AUJOURD’HUI, NEL 2012, IL FESPACO E IL FCAAL.

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