Il RO­BOT che vuo­le il mio la­vo­ro ma non è alla mia al­tez­za

AMY è l’in­cu­bo di ogni la­vo­ra­to­re. È ve­lo­ce, la­vo­ra gra­tis e ha una bel­la vo­ce. Ma non con­qui­ste­rà il CUO­RE dei let­to­ri: non ca­pi­sce quel che leg­ge e i suoi PODCAST so­no in­com­pren­si­bi­li. Do­vreb­be dar­si al­le pre­vi­sio­ni del tem­po

Marie Claire (Italy) - - MC UFFI UFFI (CIO) -

IL FINANCIAL TI­MES, LA SCOR­SA SET­TI­MA­NA, ha af­fi­da­to par­te del mio la­vo­ro a un ro­bot. Per an­ni ho tra­sfor­ma­to au­to­no­ma­men­te que­sta mia ru­bri­ca in podcast vo­ca­li, ma ora de­vo con­fron­tar­mi con la con­cor­ren­za ag­guer­ri­ta di Amy. Mi bat­te de­ci­sa­men­te sul prez­zo, im­pa­ra in fret­ta ed ese­gue esat­ta­men­te ciò che le vie­ne or­di­na­to. È una col­le­ga meno so­cie­vo­le di me, ma non si può ave­re tut­to. Es­se­re rim­piaz­za­ti da un ro­bot è il peg­gior in­cu­bo di ogni la­vo­ra­to­re e quan­do ho sco­per­to che Amy si sta­va fa­cen­do lar­go al po­sto mio, ero com­pren­si­bil­men­te agi­ta­ta. Ep­pu­re, una vol­ta su­pe­ra­ta la rab­bia, mi so­no se­du­ta ad ascol­tar­la e ho ini­zia­to a sen­tir­mi me­glio. So che è ap­pe­na agli ini­zi ma al mo­men­to Amy non è alla mia al­tez­za: se­con­do le mie orec­chie è a dir po­co inu­ti­le. Se non mi cre­de­te, clic­ca­te il si­to del Financial Ti­mes e ascol­ta­te le due ver­sio­ni, la mia e la sua. A ES­SE­RE ONESTI AMY ha del­le co­se dalla sua. Per co­min­cia­re, una bel­la vo­ce. Quan­do ho ini­zia­to a re­gi­stra­re la ru­bri­ca un de­cen­nio fa, un ascol­ta­to­re ha man­da­to una la­men­te­la sul­la mia vo­ce na­sa­le che lo in­fa­sti­di­va al pun­to da non riu­sci­re a seguire. Al con­tra­rio, Amy ha un pia­ce­vo­le tim­bro bas­so, sof­fi­ce co­me il vel­lu­to. Il se­con­do van­tag­gio è che è gra­tis. So­prat­tut­to se pa­ra­go­na­to a quel­lo che il Financial Ti­mes pa­ga me. An­co­ra più im­pres­sio­nan­te è la sua ve­lo­ci­tà. Due se­con­di do­po che ri­ce­ve il mio te­sto ha già for­ni­to la ver­sio­ne vo­ca­le. Ov­ve­ro nel tem­po che a me ser­ve per schia­rir­mi la vo­ce e ini­zia­re a leg­ge­re. Non ha ru­mo­ri di sot­to­fon­do e fa il la­vo­ro da so­la, men­tre la mia re­gi­stra­zio­ne ri­chie­de un fo­ni­co, l’uso di uno stu­dio, e la ne­ces­si­tà per me e lui di scam­biar­ci mail per fis­sa­re un ap­pun­ta­men­to. Bi­so­gna si­ste­ma­re l’at­trez­za­tu­ra e poi edi­ta­re la clip per can­cel­la­re le mie in­cer­tez­ze. Ser­ve mezz’ora di la­vo­ro del fo­ni­co e cir­ca 15 mi­nu­ti del mio.

SA­REB­BE TUT­TO PER­FET­TO se il la­vo­ro di Amy fos­se an­che de­cen­te, ma non lo è. Met­te i pun­ti nei po­sti sba­glia­ti. At­tac­ca le pa­ro­le quan­do do­vreb­be­ro es­se­re se­pa­ra­te. La sua com­pren­sio­ne del­la sin­tas­si è scar­sa. Ascol­tar­la è co­me ascol­ta­re qual­cu­no sen­za cer­vel­lo, cuo­re, sen­so dell’umo­ri­smo. Il ri­sul­ta­to è tal­men­te sca­den­te che nem­me­no io ca­pi­sco il te­sto quan­do lo leg­ge. Ag­giu­ste­ran­no i suoi pro­ble­mi con i tem­pi, la sua in­to­na­zio­ne mi­glio­re­rà, im­pa­re­rà a imi­ta­re le emo­zio­ni e le bat­tu­te. MA AMY NON CAPIRÀ mai ciò che leg­ge. Non capirà mai quan­do ral­len­ta­re o usa­re un to­no iro­ni­co. Con­ti­nue­rà a sba­gliar­lo. Ov­via­men­te an­che io sba­glio quan­do leg­go. Im­ma­gi­no, pe­rò, che gli ascol­ta­to­ri non giu­di­chi­no al­lo stes­so mo­do i miei e i suoi er­ro­ri. Quan­do un es­se­re uma­no com­bi­na un ca­si­no, il pub­bli­co ca­pi­sce il per­ché. Quan­do un ro­bot fa un er­ro­re, in­ve­ce, non pro­via­mo sim­pa­tia, an­zi per­dia­mo la fi­du­cia. Alla fi­ne non so­no in­fa­sti­di­ta per­ché Amy mi ru­ba il la­vo­ro. Ma la odio per­ché leg­ge la mia ru­bri­ca in quel mo­do. Gra­zie a lei mi sem­bra­no le co­se più mo­no­to­ne e in­com­pren­si­bi­li che ab­bia mai scrit­to. Amy po­treb­be fa­re un buon la­vo­ro leg­gen­do il me­teo o i ri­sul­ta­ti del cal­cio. Tra bre­ve leg­ge­rà be­nis­si­mo qual­sia­si co­sa di pre­ve­di­bi­le. Ma è pro­prio que­sto il pun­to di una buo­na ru­bri­ca: se è pre­ve­di­bi­le, non è ab­ba­stan­za bel­la.

Lu­cy Kel­la­way,

lon­di­ne­se, co­lum­ni­st del Financial Ti­mes. Stu­di di fi­lo­so­fia ed eco­no­mia, un ma­ri­to, 4 fi­gli e una spre­giu­di­ca­ta iro­nia po­st fem­mi­ni­sta le per­met­to­no di da­re ot­ti­mi con­si­gli nel sot­ti­le gio­co di so­prav­vi­ven­za tra vi­ta pri­va­ta e la­vo­ra­ti­va.

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