Cro­na­che bal­dan­zo­se di vite DI­VER­SE dalla nostra inviata al cen­tro del­le co­se e dei sen­ti­men­ti

Di gior­no il COLONNELLO B fa­ce­va la guer­ra. Di not­te leg­ge­va e pen­sa­va nel­la sua TENDA. In­tuì il mio smar­ri­men­to e ci scri­vem­mo ogni gior­no per me­si, dan­do­ci del lei. Fu quel­la cor­ti­na di for­ma­li­tà a per­met­ter­ci di es­se­re sen­za PEL­LE

Marie Claire (Italy) - - MC SCONFINANDO -

Il Colonnello B mi scri­ve­va di not­te. Di gior­no era il co­man­dan­te del cam­po, di mil­le uo­mi­ni as­ser­ra­glia­ti su un’al­tu­ra in guer­ra. Di not­te leg­ge­va e pen­sa­va, so­lo nel­la sua tenda. Ave­vo ami­ci nel­le for­ze ar­ma­te, co­no­sciu­ti sui va­ri fron­ti, ma il Colonnello B era un alie­no, al con­fron­to. Il suo li­bro pre­fe­ri­to era L’amo­re ai tem­pi del co­le­ra, di Ga­briel Gar­cía Már­quez. Per chi non l’aves­se let­to, è la sto­ria di un uo­mo in­na­mo­ra­to e re­spin­to da una don­na, cui fu co­mun­que fe­de­le per cin­quant’an­ni no­ve me­si e quat­tro gior­ni, il tem­po che im­pie­gò a far­la sua. Il Colonnello B ne trae­va una sua fe­li­ce mo­ra­le, «su co­me le per­so­ne si af­fan­na­no per tut­ta la vi­ta per nien­te, per poi alla fi­ne fa­re ciò che con­ta dav­ve­ro: ama­re». NON MI ASPETTAVO DI TRO­VA­RE a Ka­bul un ro­man­ti­co uf­fi­cia­le; i suoi col­le­ghi al più ci­ta­va­no Sun Tzu e Clau­sewi­tz. Lui in­di­cò una pi­la di ro­man­zi e dis­se: «Leg­ge­re è ascol­tar­si, un li­bro è lo spec­chio di chi leg­ge». Quell’au­tun­no mi fer­mai in Af­gha­ni­stan per un pa­io di me­si; non sa­pe­vo be­ne chi fos­si e non sa­pen­do­lo fa­ce­vo due co­se in ec­ces­so: leg­ge­re e viag­gia­re. Non aven­do an­co­ra im­pa­ra­to a con­te­ne­re i miei tur­ba­men­ti, li tra­sfor­ma­vo in in­tre­pi­de fu­ghe in tra­gi­che ter­re. Ma la mia om­bra, coc­ciu­ta, mi se­gui­va sem­pre. Il Colonnello B in­tuì in qual­che mo­do il mio smar­ri­men­to. Gior­ni do­po il nostro pri­mo con­ve­gno, ri­ce­vet­ti una sua in­ti­ma mail. L’ave­vo in­cu­rio­si­to, o for­se ave­va ri­co­no­sciu­to in me le sue fe­ri­te. Mi scris­se che si sen­ti­va una Gio­va­ne Mar­mot­ta: «So­no qui, sot­to una tenda, lon­ta­no da ca­sa, con un muc­chio di gio­va­not­ti, a gio­ca­re alla guer­ra. Ma in real­tà mi è chia­ro il mio in­ten­to: cer­co di ral­len­ta­re il tem­po». Quell’one­stà mi piac­que, mol­to. Fu co­sì che pre­si a con­fes­sar­mi con uno sco­no­sciu­to in di­vi­sa che ave­vo vi­sto una so­la vol­ta. Ci scri­vem­mo per me­si, ogni gior­no, dan­do­ci del lei; og­gi pen­so che fu quel­la cor­ti­na di for­ma­li­tà a per­met­ter­ci di es­se­re sen­za pel­le. Un po­me­rig­gio di co­pri­fuo­co, gli scris­si che an­ch’io so­gna­vo di vi­ve­re in una bol­la: «È uma­no il de­si­de­rio di vi­ve­re su un’iso­la », fu la ri­spo­sta. « Ne­ver­land è la fa­vo­la per ec­cel­len­za. Il so­gno di ogni bam­bi­no che com­bat­te con­tro il tem­po, per­ché sce­glie­re è cre­sce­re. E cre­sce­re è un po’ mo­ri­re. Ma mo­ri­re è ri­na­sce­re». Quel­la mat­ti­na - lui mi scri­ve­va al buio, con una lu­ci­na sul­la fron­te, io lo leg­ge­vo al ri­sve­glio - pen­sai che nes­su­no mi ave­va in­se­gna­to a cre­sce­re e che quel­la sag­gez­za la cer­ca­vo nei viag­gi, nel­la vi­ta, ne­gli in­con­tri. Quel nostro car­teg­gio, lo ri­leg­go spes­so. Il Colonnello B fi­gu­ra cer­ta­men­te nel­la gal­le­ria dei miei più in­so­li­ti mae­stri. E do­ves­si qui spie­ga­re co­sa di lui mi è ri­ma­sto, den­tro, di­rei che è que­sto: l’idea che è so­lo mi­su­ran­do­si con l’osta­co­lo, che l’es­se­re uma­no sco­pre se stes­so.

Im­ma Vi­tel­li

è na­ta a Ma­te­ra. Ha vis­su­to a New York e poi, per no­ve an­ni, in Medioriente (uno al Cai­ro, ot­to a Bei­rut). Do­po una pa­ren­te­si a Istan­bul ora è tor­na­ta in Ita­lia. So­gna mol­to, la not­te. E ha im­pa­ra­to a fi­dar­si dei suoi so­gni.

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