ALIA Shawkat

Da at­tri­ce bam­bi­na nel­la se­rie Ar­re­sted De­ve­lo­p­ment a COAUTRICE di un «film ses­sua­le, ma non ro­man­za­to», gi­ra­to in CA­SA. La “te­nen­te Co­lom­bo HIP­STER” del­la tv esce dal suo cli­ché per DAR COR­PO a don­ne rea­li. E mar­cia­re con lo­ro

Marie Claire (Italy) - - CINE PROVACATRICE - di Ann Fried­man fo­to Ste­ve Scho­field / The Guar­dian

dell’ul­ti­mo pe­rio­do per Alia Shawkat. È un po­me­rig­gio as­so­la­to quan­do mi ac­co­glie nel­la sua ca­sa in sti­le spa­gno­lo, tra le col­li­ne a est di Hol­ly­wood. «So­no sin­gle e gio­va­ne, sma­nio per i viag­gi e le nuo­ve av­ven­tu­re», di­ce. L’at­tri­ce, no­ta per il ruo­lo del­la sar­ca­sti­ca ado­le­scen­te Mae­by Fün­ke nel­la se­rie tv di cul­to Ar­re­sted De­ve­lo­p­ment - Ti pre­sen­to i miei e, più re­cen­te­men­te, per la par­te da pro­ta­go­ni­sta in Sear­ch Par­ty, è ap­pe­na tor­na­ta da un viag­gio in Israe­le e Pa­le­sti­na. Met­te una cio­to­la di mir­til­li sul ta­vo­lo e si ac­cen­de una Ame­ri­can Spi­rit. «Ti di­spia­ce se fu­mo?», chie­de. No. Un’ariet­ta mi­te en­tra dal­le fi­ne­stre aper­te. La Shawkat si sta go­den­do il suc­ces­so di Sear­ch Par­ty, una com­me­dia dark su una ra­gaz­za ap­pe­na lau­rea­ta e sen­za obiet­ti­vi, Do­ry: quan­do sco­pre che la sua ex com­pa­gna di cor­so Chan­tal è spa­ri­ta, si met­te os­ses­si­va­men­te alla sua ri­cer­ca. Nel­la se­rie, di cui la Shawkat è an­che pro­du­cer, Do­ry è un mix tra Nan­cy Drew (l’in­ve­sti­ga­tri­ce dei ro­man­zi an­ni 30) e l’Han­na Hor­va­th di Le­na Du­n­ham; la Shawkat l’ha de­scrit­ta co­me un “te­nen­te Co­lom­bo hip­ster”. Sul New Yor­ker Emi­ly Naus­sbaum ha scrit­to che lo show “in pra­ti­ca in­ven­ta un nuo­vo ge­ne­re: la sit­com noir”. Men­tre la ri­cer­ca di Chan­tal si fa to­ta­liz­zan­te, di­ven­ta chia­ro che l’in­da­gi­ne ri­guar­da più la stes­sa Do­ry. La se­rie, spie­ga la Shawkat, trat­ta «il cre­scen­do dell’an­sia di ave­re uno sco­po al pun­to da non con­clu­de­re nien­te, se non fe­ri­re gli al­tri per­ché non ti cu­ri mi­ni­ma­men­te di lo­ro». Suo­na fa­mi­lia­re a chiun­que ab­bia in­se­gui­to un pro­po­si­to più al­to sen­za ve­nir­ne a ca­po - in­clu­sa l’at­tri­ce. «Ero co­sì quan­do ero più gio­va­ne», di­ce, «con tut­ta l’in­si­cu­rez­za dell’es­se­re dol­ce, fa­re fa­vo­ri agli ami­ci, ma non ri­ce­ve­re nien­te in cam­bio e alla fi­ne pro­va­re ri­sen­ti­men­to». La Shawkat ha ini­zia­to a vo­ler fa­re pro­vi­ni a 8 an­ni, do­po aver vi­sto de­gli sket­ch per bam­bi­ni alla tv. Ma ci è vo­lu­to un an­no per con­vin­ce­re la ma­dre. A 9 an­ni, ha avu­to una par­te in Th­ree Kings di Geor­ge Clooney; è sta­ta pre­sa per Ar­re­sted De­ve­lo­p­ment a 13. Sua ma­dre l’ha mes­sa in guar­dia su­gli ef­fet­ti del­la fa­ma (suo non­no ha re­ci­ta­to in di­ver­se se­rie po­li­zie­sche). «Mi di­ce­va “At­ten­ta, ti man­da fuo­ri di te­sta - è una dro­ga po­ten­tis­si­ma”. E a og­gi re­sto un po’ dif­fi­den­te». Ar­re­sted De­ve­lo­p­ment è una sit­com su una fa­mi­glia ex fa­col­to­sa e pro­fon­da­men­te cor­rot­ta, i Blu­th. La Shawkat in­ter­pre­ta­va il per­so­nag­gio più gio­va­ne in­sie­me al cu­gi­no in­na­mo­ra­to di lei. La se­rie è an­da­ta in on­da dal 2003 al 2006 pri­ma di es­se­re fat­ta fuo­ri da Fox, no­no­stan­te di­ver­si Em­my. Nel 2013, è ri­com­par­sa su Net­flix per una ripresa. La Shawkat ha ria­vu­to la par­te, ag­gior­nan­do il per­so­nag­gio con un po’ di ses­so e dro­ga, per ri­spec­chia­re lo sta­to adul­to. Nel pe­rio­do del­la se­rie ori­gi­na­le, la Shawkat vi­ve­va con la fa­mi­glia a Palm Springs e fa­ce­va la pen­do­la­re, 160 km al gior­no, il che, di­ce, pro­ba­bil­men­te l’ha te­nu­ta con la te­sta sul­le spal­le. Era un’at­tri­ce bam­bi­na ma non in­tri­sa di Hol­ly­wood. Guar­dan­do­mi in­tor­no in ca­sa del­la Shawkat, no­to che è tap­pez­za­ta di ade­si­vi fluo con del­le scritte in ara­bo. Ha ini­zia­to a stu­diar­lo tre me­si fa, per il viag­gio in Me­dio Orien­te. «Quan­do so­no ar­ri­va­ta cre­de­vo di po­ter­lo par­la­re. Ov­via­men­te no, ma leg­ge­vo le in­se­gne». Vo­le­va im­pa­ra­re l’ara­bo an­che per con­net­ter­si con il pa­dre, ori­gi­na­rio dell’Iraq, emi­gra­to ne­gli Usa da Ba­gh­dad «con 200 dol­la­ri» a 21 an­ni. Po­co do­po ha in­con­tra­to la mam­ma del­la Shawkat. «Si so­no in­na­mo­ra­ti, han­no av­via­to un’im­pre­sa e cre­sciu­to tre fi­gli». L’im­pre­sa è uno strip club vi­ci­no a Palm Springs, an­co­ra at­ti­vo: la Shawkat ci ha fat­to un cor­to nel 2014, in cui con­clu­de­va che gli uo­mi­ni vor­ran­no sem­pre ve­de­re del­le don­ne nu­de, e «il fat­to che mio pa­dre ci fac­cia sol­di non è un pro­ble­ma. So­no so­lo af­fa­ri». Quan­do Ar­re­sted De­ve­lo­p­ment si è in­ter­rot­to, per la Shawkat al­lo­ra 17en­ne è sta­ta du­ra. Lo show le ave­va por­ta­to ri­co­no­sci­men­ti,

«Vo­glio sta­re sen­za reg­gi­se­no e far­mi una bir­ra, pie­gar­mi sul wc e strap­pa­re i pe­li in­car­ni­ti. È an­che que­sto il nu­do fem­mi­ni­le»

ma non ruo­li che le pia­ces­se­ro. Co­sì se­guì il suo ragazzo di al­lo­ra, un mu­si­ci­sta, a New York. «Non re­ci­ta­vo, e mi di­spia­ce­va, non volevo es­se­re una gio­va­ne in­ge­nua “it girl”. Non ero il ti­po». Il suo ragazzo le sug­ge­rì di di­pin­ge­re. «Mi ha la­scia­to usa­re il se­min­ter­ra­to dei suoi ge­ni­to­ri e una gros­sa te­la», di­ce. Con­ti­nua a di­se­gna­re a pen­na e in­chio­stro, e a di­pin­ge­re a olio. Mi por­ta in una stan­zet­ta nel sot­to­sca­la e ti­ra fuo­ri qual­che di­pin­to re­cen­te. Al­cu­ni so­no grot­te­schi e fu­met­to­si, al­tri vi­va­ci e più astrat­ti. Po­sta im­ma­gi­ni del­la sua ar­te sul suo pro­fi­lo In­sta­gram @_mu­tan­ta­lia_. «Que­sta ro­ba è sta­ta il mio ri­fu­gio, quan­do non c’è la­vo­ro in­ve­ce di aspet­ta­re una chia­ma­ta mi met­to a di­se­gna­re o scri­ve­re». Ha fat­to al­cu­ne mo­stre, la più re­cen­te con una se­rie di di­se­gni di Do­nald Trump. Ha an­che un ac­count Twit­ter a cui la sua ami­ca e col­le­ga El­len Pa­ge «co­me un’ubria­ca, mi ha iscrit­to an­ni fa», in cui po­sta tweet su au­di­zio­ni alla cor­te su­pre­ma e mar­ce di re­si­sten­za, ol­tre a pro­mo dei film. Sta an­co­ra ca­pen­do co­me im­pe­gnar­si nel­la po­li­ti­ca con­tem­po­ra­nea. È vo­la­ta a Washington per la Wo­men’s Mar­ch a gen­na­io, do­ve è sta­ta fo­to­gra­fa­ta con il sim­bo­lo fem­mi­ni­le di­se­gna­to tra fron­te e na­so. È an­co­ra in­de­ci­sa sul far­si eti­chet­ta­re co­me at­ti­vi­sta. Ma ini­zia a pia­cer­le l’idea che, gra­zie al suo nuo­vo pub­bli­co, può ave­re un’in­fluen­za sul­la vi­ta di gio­va­ni don­ne. In fin dei con­ti, era nel­la lo­ro si­tua­zio­ne fi­no a po­co tem­po fa. Il suo pe­rio­do di stop do­po

Ar­re­sted De­ve­lo­p­ment è ter­mi­na­to con il ruo­lo in Whip It, un film sul rol­ler der­by di­ret­to da Drew Bar­ry­mo­re; poi ha fat­to doz­zi­ne di film, in­clu­so Ben­ve­nu­ti a Ce­dar Ra­pids e Green Room. Do­po an­ni di film in­die, la Shawkat è stu­fa di in­ter­pre­ta­re ruo­li dark e sar­ca­sti­ci. «Non so­no più la 17en­ne stra­na che odia i ge­ni­to­ri», di­ce con una no­ta di esa­spe­ra­zio­ne. «Vo­glio in­ter­pre­ta­re don­ne con sto­rie e pro­ble­mi rea­li». È ec­ci­ta­ta per l’usci­ta di Paint It Black, un adat­ta­men­to del ro­man­zo sul­la re­la­zio­ne con­tor­ta che si crea tra la fi­dan­za­ta di un gio­va­ne sui­ci­da e la ma­dre di lui. «Toc­can­do fer­ro, so­no sta­ti cin­que an­ni mol­to buo­ni. Ho la­vo­ra­to su pro­get­ti di cui so­no or­go­glio­sa». Ora è in fa­se di edi­ting di Duck But­ter, film scrit­to e gi­ra­to con l’ami­co Mi­guel Ar­te­ta, il re­gi­sta di You­th In Re­volt e The Good Girl. «È su due ra­gaz­ze che si co­no­sco­no e de­ci­do­no di pas­sa­re 24 ore in­sie­me, e de­vo­no ave­re un or­ga­smo all’ora. Del ti­po, “non uscia­mo con qual­cu­no da cin­que an­ni. Ve­dia­mo su­bi­to se sia­mo fat­te per sta­re in­sie­me”». Il film è sta­to gi­ra­to in gran par­te a ca­sa sua. Per la Shawkat la col­la­bo­ra­zio­ne con Ar­te­ta è uno dei pun­ti più emo­zio­nan­ti del­la sua car­rie­ra, per­ché «en­tram­bi ab­bia­mo scrit­to da un pun­to di vi­sta mol­to per­so­na­le», an­che se, sot­to­li­nea, la sto­ria non si ba­sa su fat­ti rea­li. «È un film mol­to ses­sua­le, ma sen­za una vi­sio­ne ro­man­za­ta. Le don­ne, spe­cial­men­te nei film, nel mo­men­to in cui si spo­glia­no so­no al lo­ro me­glio, han­no la sce­na per­fet­ta. Il con­cet­to è: guar­da co­me so­no me­ra­vi­glio­se. Per me non è co­sì, vo­glio sta­re sen­za reg­gi­se­no e far­mi una bir­ra e pie­gar­mi sul­la toi­let­te strap­pan­do­mi i pe­li in­car­ni­ti. Il cor­po nu­do di una don­na è an­che que­sto». L’an­no scor­so la Shawkat ha nar­ra­to un vi­deo ani­ma­to per Vi­ce, che de­scri­ve­va in det­ta­glio un suo in­con­tro con un fa­mo­so at­to­re (te­nu­to ano­ni­mo) con una per­ver­sio­ne per la ra­sa­tu­ra in­ti­ma. Spe­ra che suo pa­dre non lo guar­di mai, ma non si pen­te di es­ser­si aper­ta sul­la sua vi­ta pri­va­ta. «Per le don­ne par­la­re di ses­so è an­co­ra una no­vi­tà », di­ce. « Cer­ti si stu­pi­sco­no: “Non pos­so cre­de­re che tu l’ab­bia fat­to”. Co­sa, che ho fat­to del ses­so oc­ca­sio­na­le, co­me ogni al­tro ragazzo che par­la di ses­so oc­ca­sio­na­le? ». Ogni tan­to si esi­bi­sce con una band jazz, è im­por­tan­te per lei. «Non so­no per for­za una che può so­ste­ne­re un tour o in­ci­de­re un al­bum jazz, ma mi pia­ce can­ta­re dal vi­vo». Su YouTu­be ci so­no dei vi­deo in cui can­ta, la sua vo­ce è un con­tral­to cal­do; on­deg­gia­re sul pal­co con un whi­sky in ma­no è, di­ce lei, il suo mo­do pre­fe­ri­to di esi­bir­si. Ha una cer­ta no­ia di vi­ve­re, an­che se ha so­lo 28 an­ni - li com­pie qual­che gior­no do­po il nostro in­con­tro. Di­ce che po­treb­be da­re una fe­sta, do­po una gior­na­ta di let­tu­ra del co­pio­ne per Sear­ch Par­ty; le ri­pre­se del­la se­con­da sta­gio­ne so­no ini­zia­te a New York. La cit­tà non ha più col­le­ga­men­ti con il suo “an­no per­so”. «Ades­so New York vuol di­re

Sear­ch Par­ty e dor­mi­re e fi­ni­re il la­vo­ro», di­ce. «Il che è un be­ne. So­no pron­ta a tor­na­re». Ha già fat­to la tran­si­zio­ne dal suc­ces­so dell’in­fan­zia agli in­die stra­va­gan­ti. Ora che può ri­ven­di­ca­re ruo­li da pro­ta­go­ni­sta e cre­di­ts da pro­dut­to­re, ha le idee chia­re sul pros­si­mo pas­so - al­le sue con­di­zio­ni. «Pos­so fa­re quel­lo che vo­glio fa­re», di­ce prag­ma­ti­ca­men­te. «Non de­vo più sfor­zar­mi di es­se­re cool».

LA SHAWKAT IN UNA SCE­NA DI PAINT IT BLACK. L’AT­TRI­CE È AN­CHE IN IZZY GETS THE F*CK ACROSS TOWN (COM­ME­DIA CHE ESCE IL 17/6 IN USA) E HA UN RUO­LO PRIN­CI­PA­LE IN BLAZE, BIOPIC DI­RET­TO DA ETHAN HAWKE, ORA IN POSTPRODUZIONE.

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