Con­tro fi­gu­re

Po­de­ro­sa fo­to­gra­fa, AT­TI­VI­STA e so­prat­tut­to ame­ri­ca­na: nes­su­no me­glio di DONNA FER­RA­TO può ri­spon­de­re ad al­cu­ne do­man­de CRU­CIA­LI su co­sa stia ac­ca­den­do lag­giù, ne­gli Uni­ted Sta­tes of ma­chi­smo...

Marie Claire (Italy) - - CONTENTS - Di Ric­car­do Ro­ma­ni fo­to Donna Fer­ra­to

UNA DONNA SCOMODA Fo­to­gra­fa, at­ti­vi­sta e ame­ri­ca­na: Donna Fer­ra­to può da­re ri­spo­ste cru­cia­li su co­sa stia ac­ca­den­do ne­gli Uni­ted Sta­tes of ma­chi­smo

POS­SIA­MO PAS­SA­RE I POMERIGGI DISCUTENDO DI

quan­to sia tra­gi­co l’av­ven­to di Donald Trump al­la Pre­si­den­za de­gli Sta­ti Uni­ti, ma for­se sa­reb­be me­glio smet­ter­la una buona vol­ta di pren­der­se­la con il diretto in­te­res­sa­to per cer­ca­re di ca­pi­re co­me siamo ar­ri­va­ti a que­sto punto. La prima co­sa che mi vie­ne in men­te è che - con­tra­ria­men­te a quan­to sug­ge­ri­sce la lo­gi­ca - il 53% del­le don­ne ame­ri­ca­ne bian­che lo ha vo­ta­to. Sì pro­prio co­sì, han­no pre­fe­ri­to l’uomo che, se non fos­se la pro­pria fi­glia, si por­te­reb­be a cena Ivan­ka (e qui mi fer­mo). Han­no da­to fi­du­cia al can­di­da­to che con­si­de­ra pal­peg­gia­re un bel la­to B uno sport ri­crea­ti­vo di cui an­da­re fie­ri. Il cin­quan­ta­tré per cen­to. Donna Fer­ra­to, po­de­ro­sa fo­to­gra­fa, at­ti­vi­sta e so­prat­tut­to ame­ri­ca­na, non ha mai am­bi­to a una car­rie­ra di­plo­ma­ti­ca. «I don’t gi­ve a fuck about that 53% of wo­men». In­som­ma, il suo in­te­res­se per le sup­por­ters di Donald è molto con­te­nu­to. L’in­te­res­se per le don­ne più in ge­ne­ra­le è in­ve­ce lam­pan­te e con­ta­gio­so in cia­scu­no de­gli scat­ti che con­trad­di­stin­guo­no 40 an­ni di car­rie­ra for­mi­da­bi­le. So­no don­ne san­gui­gne, strug­gen­ti, au­ten­ti­che. Mai una fo­to ba­na­le, mai un’im­ma­gi­ne che non ti ri­me­sco­li lo sto­ma­co.

Quan­do a ini­zio de­gli an­ni 90 se ne uscì con il li­bro Li­ving wi­th the ene­my, fu co­me ti­ra­re un mon­tan­te al fe­ga­to all’Ame­ri­ca ma­schi­li­sta e con­ser­va­tri­ce. Il suo rac­con­to su­gli ef­fet­ti del­le vio­len­ze do­me­sti­che ri­ma­ne un ca­po­la­vo­ro so­cio­lo­gi­co, prima an­co­ra che un ne­ces­sa­rio do­cu­men­to fo­to­gra­fi­co. Ma chi po­te­va im­ma­gi­na­re, ven­ti an­ni do­po, un pre­si­den­te che, ol­tre a op­por­si al­la ri­mo­zio­ne dei sim­bo­li del­la schia­vi­tù, ha tol­to di mez­zo tut­te le don­ne pre­sen­ti al­la Ca­sa Bian­ca? «Non vo­glio nep­pu­re par­la­re di chi lo ha vo­ta­to» at­tac­ca Donna «la sola idea che ci sia­no ma­dri e gio­va­ni che so­sten­go­no Trump è rac­ca­pric­cian­te. Rap­pre­sen­ta­no il con­cet­to se­con­do cui il ma­schio de­ve es­se­re as­se­con­da­to in tut­ti i suoi bi­so­gni. Che va aiu­ta­to, an­che quan­do gioca spor­co. So­no il me­dioe­vo. Quelle fem­mi­ne so­no uno dei motivi del de­gra­do in cui mi­lio­ni di ame­ri­ca­ne so­no co­stret­te a vi­ve­re. So­no com­pli­ci di un fe­no­me­no che è in mo­to da pa­rec­chi an­ni. Lei non può im­ma­gi­na­re quan­ti ospe­da­li per ra­gaz­ze ho vi­sto chiu­de­re, quan­ti pro­gram­mi sta­ta­li di orien­ta­men­to per ado­le­scen­ti so­no sta­ti can­cel­la­ti sen­za che nes­su­no di­ces­se nien­te. Te­mo sia in cre­sci­ta il nu­me­ro di don­ne, spes­so gio­va­ni, con­vin­te che un com­pa­gno che ti ri­fi­la un cef­fo­ne se non hai pre­pa­ra­to la cena in fon­do non abbia tut­ti i tor­ti. Mi ter­ro­riz­za l’in­dif­fe­ren­za in cui que­sto pae­se è sci­vo­la­to. Ab­bia­mo bi­so­gno di più don­ne che si ri­bel­li­no, leader che as­sie­me tro­vi­no la for­za di de­nun­cia­re e si op­pon­ga­no a quel 53% ri­but­tan­te». Do­ve so­no que­ste don­ne? E dov’era­no il no­vem­bre scor­so? La vit­to­ria di Trump non mi ha sor­pre­so, scioc­ca­ta sì, ma for­se un po’ me l’aspet­ta­vo. In­som­ma, ho ca­pi­to che po­te­va suc­ce­de­re. Le don­ne ci so­no, ma co­sì di­vi­se tra lo­ro che al­la fi­ne i con­ser­va­to­ri ne han­no ap­pro­fit­ta­to. Esclu­se le bian­che suc­cu­bi di Trump, in Ame­ri­ca ci so­no le afroa­me­ri­ca­ne che si so­no schie­ra­te con Hil­la­ry. Poi ci so­no le na­ti­ve ame­ri­ca­ne che se ne so­no in­fi­schia­te del vo­to per­ché han­no ascol­ta­to da sem­pre una serie in­cre­di­bi­le di fan­do­nie che og­gi non cre­do­no più a nes­su­no. Ci so­no poi le ispa­ni­che che a vo­ta­re ci van­no po­co e poi ci so­no le dir­ty girls, la ca­te­go­ria di cui fac­cio par­te. Par­lia­mo del­le ra­di­ca­li, le inos­si­da­bi­li dell’estre­ma sinistra, le le­sbi­che e tut­te le fem­mi­ne mar­gi­na­liz­za­te da am­bo gli schie­ra­men­ti per ra­gio­ni sva­ria­te. Le dir­ty girls da so­le pos­so­no fa­re ben po­co, la mag­gio­ran­za di lo­ro nep­pu­re va al seg­gio. L’im­pe­gno mio per­so­na­le sa­rà di pro­va­re a crea­re un fron­te com­pat­to, un mo­vi­men­to se­rio che pos­sa ac­co­mu­na­re il bi­so­gno del­le don­ne ame­ri­ca­ne. Trump è una scia­gu­ra, ma non è il ma­le as­so­lu­to. Se co­me pos­si­bi­le do­ves­se­ro eli­mi­nar­lo at­tra­ver­so l’im­pea­ch­ment, ci ri­tro­ve­rem­mo con Mi­ke Pen­ce, il suo vi­ce, che cre­de­te­mi, è uno dei con­ser­va­to­ri più bi­got­ti e re­tro­gra­di di que­sto pae­se. Con lui al­la Ca­sa Bian­ca, una donna che vo­les­se abor­ti­re, che ne aves­se an­che so­lo l’in­ten­zio­ne, ri­schie­reb­be il car­ce­re. È il mo­men­to di rea­gi­re prima che sia trop­po tar­di. Sento che dentro di me si sta ri­sve­glian­do un guer­rie­ro. Non ho bi­so­gno che la gen­te sia d’ac­cor­do con quel­lo che pen­so, ho bi­so­gno di an­da­re drit­ta per la mia stra­da. Vo­glio co­min­cia­re a oc­cu­par­mi del­le gio­va­ni fotografe, quelle che van­no in gi­ro im­ma­gi­nan­do di vin­ce­re chis­sà qua­le pre­mio, più pre­oc­cu­pa­te dal­le mo­stre e dai cri­ti­ci d’ar­te che non dal­la so­stan­za del lo­ro la­vo­ro. Ho bi­so­gno di da­re lo­ro una bella sve­glia. Qual è la so­stan­za del la­vo­ro di un fotografo nell’an­no 2017? La fic­tion è il ne­mi­co nu­me­ro uno, in­te­sa co­me fin­zio­ne ma an­che co­me ma­ni­po­la­zio­ne. Siamo cir­con­da­ti da pro­dot­ti ri­toc­ca­ti al punto che la realtà è una costante ver­sio­ne ve­ro­si­mi­le del­la realtà au­ten­ti­ca. Le con­se­guen­ze so­no di fron­te a tut­ti.

Il pre­si­den­te che ab­bia­mo era una scel­ta tal­men­te as­sur­da, da non sem­bra­re pos­si­bi­le. In­ve­ce era tutto ve­ro. Ades­so c’è bi­so­gno di un po’ di ra­gaz­ze che ab­bia­no vo­glia di mettersi in gio­co per la­vo­ra­re sul­la realtà. Ma non par­lo del­la realtà di qual­che pae­se eso­ti­co da cui tornare con un grande re­por­ta­ge. Non c’è bi­so­gno di an­da­re in Me­dio Orien­te o in Afri­ca per tro­va­re fac­ce e rac­con­ti scon­vol­gen­ti. Ba­sta fa­re un gi­ro nel­le gran­di cit­tà ame­ri­ca­ne, mi ri­fe­ri­sco al coraggio che ci vuo­le nell’espor­re la po­ver­tà e la tra­ge­dia uma­na che ci vive ac­can­to, sen­za che nes­su­no ti ti­ri bom­be in te­sta. A cin­quan­ta me­tri dai no­stri shop­ping cen­ter. Ciò di cui par­lo è la fo­to­gra­fia ve­ra, la pas­sio­ne che ti bru­cia dentro. La mis­sio­ne che ti por­ta a vi­ve­re col tuo sog­get­to, a im­pa­ra­re ogni co­sa del pro­ta­go­ni­sta dei tuoi scat­ti. È una di­sci­pli­na che non ammette com­pro­mes­si, so­lo de­di­zio­ne to­ta­le, un ap­proc­cio al­la Josef Koudelka. Si lavora da soli, sen­za ga­ran­zie. Le pro­ta­go­ni­ste del­le sue fo­to so­no sem­pre fi­glie di que­sto pro­ces­so? Di­co­no che le pro­ta­go­ni­ste del­le mie fo­to sia­no po­ten­ti, la ra­gio­ne è che gli scat­ti de­ri­va­no da un la­vo­ro lun­go e fa­ti­co­so. So­no co­me un to­po che s’in­tru­fo­la nel­le vite del­le mie pro­ta­go­ni­ste gior­no per gior­no. Che si conquista la lo­ro fi­du­cia. Si co­min­cia con l’an­nu­sar­si a vi­cen­da, si se­guo­no i pro­pri istin­ti ani­ma­li fin­ché si crea una zo­na di agio re­ci­pro­co. So­no una lu­pa so­li­ta­ria af­fa­ma­ta di sen­ti­men­ti e di emo­zio­ni. Di­ven­to vul­ne­ra­bi­le al co­spet­to dei miei sog­get­ti, vo­glio es­se­re ama­ta da lo­ro, co­me io so­no di­spo­sta ad amar­li. Se tor­nia­mo a rac­con­ta­re sto­rie vere, se la smet­tia­mo di es­se­re pas­si­vi e pren­dia­mo in ma­no i no­stri de­sti­ni, al­lo­ra esi­ste una pos­si­bi­li­tà. Nien­te pho­to­shop, nien­te ma­ni­po­la­zio­ni pe­rò. L’av­ver­sa­ria di Trump era una donna. Cos’è ac­ca­du­to? Co­no­sco Hil­la­ry Clin­ton da­gli an­ni 90. Pos­so di­re che co­me pre­si­den­te sa­reb­be stata di si­cu­ro mi­glio­re di Trump, ma ciò non la ren­de­va una buona can­di­da­ta. D’ac­cor­do, non è nep­pu­re pa­ra­go­na­bi­le a quel buf­fo­ne, ma era una scel­ta fal­li­men­ta­re sin dall’ini­zio. Con lei al po­te­re, prima co­me fir­st lady e poi co­me se­na­tri­ce, l’Ame­ri­ca ha co­no­sciu­to lo spro­fon­do per quel che ri­guar­da i diritti del­le don­ne. Ne­gli ul­ti­mi die­ci an­ni i grup­pi re­li­gio­si han­no avu­to il so­prav­ven­to ero­den­do si­ste­ma­ti­ca­men­te le pos­si­bi­li­tà di scel­ta del­le don­ne ame­ri­ca­ne. Ci han­no spin­to in­die­tro di mez­zo se­co­lo. Hil­la­ry lo sa be­ne. L’ho in­con­tra­ta nel 1992, ho do­vu­to pa­ga­re 4mi­la dollari per po­ter­le par­la­re di­ret­ta­men­te. Pen­sa­vo che avreb­be po­tu­to aiu­tar­ci. Le ho pre­sen­ta­to il mio la­vo­ro sul­le vio­len­ze do­me­sti­che, ol­tre al­la leader del mo­vi­men­to che chie­de­va una leg­ge a tu­te­la del­le don­ne abu­sa­te. Vuol sa­pe­re co­sa ri­spo­se? Ec­co, mi dis­se che da av­vo­ca­to ave­va di­fe­so de­ci­ne di vit­ti­me di abu­si do­me­sti­ci, ma che spes­so lo ave­va fat­to con ri­lut­tan­za per­ché poi sco­pri­va che in grande per­cen­tua­le quelle don­ne tor­na­va­no sot­to lo stes­so tet­to del lo­ro ag­gres­so­re. Ri­ma­si in si­len­zio, ester­re­fat­ta. Poi il col­po di gra­zia quan­do dis­se che so­no le don­ne le pri­me a do­ver fa­re qual­co­sa per aiu­ta­re se stes­se. E quan­do le fe­ci no­ta­re che man­ca­va per­si­no una nor­ma­ti­va di af­fi­do per i bambini or­fa­ni di ma­dri uc­ci­se dai lo­ro aguz­zi­ni, lei non ri­spo­se. Il tem­po era esau­ri­to. Co­me det­to, non può es­se­re Hil­la­ry a rappresentare le don­ne ame­ri­ca­ne. Non può rappresentare le don­ne punto. Da do­ve si co­min­cia la ri­cer­ca di una so­li­da al­ter­na­ti­va? In Ca­li­for­nia ci so­no molte don­ne ric­che di coraggio e per­so­na­li­tà. Ka­ma­la Har­ris è un’ec­cel­len­te se­na­tri­ce che sa esat­ta­men­te co­me par­la­re al­le don­ne, co­me mo­bi­li­tar­le. Ma è so­lo un esem­pio. Ognu­no de­ve fa­re la sua par­te. La mia pros­si­ma sfi­da è me­sco­lar­mi al­le mi­glia­ia di don­ne sen­za tet­to di que­sto pae­se, spe­cie nel­la We­st Coa­st. De­vo vi­ve­re co­me lo­ro, re­spi­ra­re la lo­ro di­spe­ra­zio­ne, co­no­scer­le, stu­diar­le e far­mi stu­dia­re. De­vo es­se­re nu­da per po­ter­le rac­con­ta­re sen­za fil­tri. Il pro­ble­ma del­le don­ne ho­me­less è un fe­no­me­no enor­me di cui nes­su­no par­la. Lo ren­de­rò vi­si­bi­le in un mo­do da met­te­re a di­sa­gio chi os­ser­va. È ora di pian­tar­la con le sto­rie che non ir­ri­ti­no il palato del let­to­re. Si fi­ni­sce con spin­ge­re lo sguardo del­la gen­te dal­la par­te sba­glia­ta. È co­me la sto­ria dei mi­gran­ti, che so­no il ma­le as­so­lu­to se­con­do la cul­tu­ra con­ser­va­tri­ce. Ma nes­su­no par­la del fat­to che mol­ti di lo­ro so­no mi­gran­ti per i pa­stic­ci che ab­bia­mo fat­to a ca­sa lo­ro. Nes­su­no con­fes­sa che l’Ame­ri­ca sen­za im­mi­gra­ti scom­pa­ri­reb­be dal­la ter­ra. È ora di ret­ti­fi­ca­re un po’ di leg­gen­de me­tro­po­li­ta­ne. È ora di mettersi al la­vo­ro sul se­rio.

NEW YORK, 1996: RA­GAZ­ZE MANIFESTANO PER I PRO­PRI DIRITTI IN OCCASIONE DEL­LA DYKE MARCH LUN­GO LA FIFTH AVENUE.

IM­PROV­VI­SA­MEN­TE, BENGT COLPISCE ELISABETH, SADDLE RIVER, NEW JERSEY, I982. SOPRA, AUTORITRATTO DU­RAN­TE UN’ORGIA, LAS VEGAS, 1996.

UN RI­TRAT­TO RE­CEN­TE DI DONNA FER­RA­TO.

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