La sto­ria

«“Non ti vo­glio più ve­de­re, ora sto dal pa­pà, non scoc­ciar­mi”. Sa­pe­te co­sa si­gni­fi­ca vi­ve­re sen­za un fi­glio? Da due an­ni Mar­ti­na - pla­gia­ta da un uomo vio­len­to e ma­ni­po­la­to­re - cre­sce co­me fos­se or­fa­na di ma­dre. Que­sto in­cu­bo ha un no­me: alie­na­zio­ne ge­nit

Marie Claire (Italy) - - CONTENTS - te­sti­mo­nian­za rac­col­ta da Anna Al­ber­ti

DA DUE AN­NI NON VEDO MIA FI­GLIA, RAPITA DAL PADRE Que­sto in­cu­bo si chia­ma alie­na­zio­ne ge­ni­to­ria­le. I giu­di­ci han­no le ar­mi spun­ta­te, ma io non ri­nun­cio a com­bat­te­re

IL CO­STU­ME E LA MONOPINNA DA SI­RE­NET­TA, per im­ma­gi­nar­si prin­ci­pes­sa de­gli abis­si. La sua vo­ce che ri­suo­na­va dal­la stra­da, quan­do tor­na­va da scuo­la af­fa­ma­tis­si­ma - “mam­ma sto ar­ri­van­doooooo”. La ma­rea di pe­lu­ches che riem­pi­va­no il suo let­to. E poi le zuf­fe a cu­sci­na­te prima di dor­mi­re, le se­ra­te sul di­va­no, “ap­pic­ci­ca­te” da­van­ti al­la tv a guar­da­re X Fac­tor, le me­ren­de fa­rao­ni­che pre­pa­ra­te per lei e le com­pa­gne di scuo­la il sa­ba­to do­po i com­pi­ti... So­no le pic­co­le co­se a man­car­mi di più, a ri­cor­dar­mi ogni mi­nu­to che pas­sa che mia fi­glia non è più qui con me. E - so­prat­tut­to - che non vuo­le più sa­per­ne di tutto que­sto. Mar­ti­na, 13 an­ni, da due vive col padre, no­no­stan­te il giu­di­ce aves­se stabilito il con­tra­rio, in fase di se­pa­ra­zio­ne. Non vuo­le più ve­der­mi: can­cel­la­ta dal­la sua vi­ta co­me fos­si mor­ta. Men­tre la di­co, que­sta co­sa suo­na in­so­ste­ni­bi­le. Ep­pu­re sta suc­ce­den­do. All’ini­zio non cre­de­vo nem­me­no fos­se pos­si­bi­le, pen­sa­vo che il giu­di­ce avreb­be ri­mes­so su­bi­to le co­se a po­sto. E in­ve­ce... L’av­vo­ca­to poi me l’ha spie­ga­to: l’in­cu­bo che sto vi­ven­do si chia­ma alie­na­zio­ne ge­ni­to­ria­le. So­lo uno dei tan­ti ca­si che af­fol­la­no i tri­bu­na­li. In pra­ti­ca uno dei genitori rie­sce a in­cul­ca­re al fi­glio l’idea che tutto ciò che di ma­le sta suc­ce­den­do nel­la sua vi­ta sia col­pa dell’altro ge­ni­to­re, e lo con­vin­ce che la sua sal­vez­za sta nel non ri­ve­der­lo mai più. Un pat­to scel­le­ra­to a cui un bam­bi­no già con­fu­so e fra­gi­le per la se­pa­ra­zio­ne non rie­sce a sot­trar­si. An­zi, ci si ag­grap­pa con tut­te le for­ze, men­ten­do ad as­si­sten­ti so­cia­li e giu­di­ci pur di non sof­fri­re an­co­ra. Di solito so­no le ma­dri a or­di­re que­sta tra­gi­ca mes­sa in sce­na. Ma og­gi an­che i pa­dri han­no im­pa­ra­to. Sen­za pen­sa­re a co­sa si­gni­fi­chi per un bam­bi­no es­se­re co­stret­ti a sce­glie­re tra mam­ma e pa­pà. A rinunciare a una par­te di sé. «Se mi la­sci, ti por­te­rò via Mar­ti­na»: l’ana­te­ma che Giu­lio mi ave­va lanciato quan­do gli ave­vo det­to che vo­le­vo se­pa­rar­mi, mi sem­bra­va so­lo l’en­ne­si­ma spac­co­na­ta. Ci ave­vo pen­sa­to tan­to, ma al­la fi­ne ave­vo de­ci­so che non po­te­vo più sop­por­ta­re l’ag­gres­si­vi­tà di quell’uomo che non reg­ge­va il mio suc­ces­so pro­fes­sio­na­le (ho uno stu­dio di con­su­len­za as­si­cu­ra­ti­va, lui lavora in una fa­le­gna­me­ria), e non per­de­va occasione per in­sul­tar­mi in pre­sen­za del­la bam­bi­na. Po­co prima del­la se­pa­ra­zio­ne mi ave­va pre­so per il col­lo da­van­ti a lei, fa­cen­do­mi fi­ni­re all’ospe­da­le. Ave­vo fat­to de­nun­cia, poi per il be­ne di Mar­ti­na l’ave­vo ri­ti­ra­ta. Ave­vo an­che pro­po­sto a Giu­lio di an­da­re da un con­su­len­te fa­mi­glia­re, ma lui non ne ave­va vo­lu­to sa­pe­re. So­no sem­pre stata con­vin­ta che mia fi­glia, co­me ogni bam­bi­no, aves­se il di­rit­to a due genitori, per quan­to im­per­fet­ti. Il giu­di­ce mi ave­va da­to ra­gio­ne e af­fi­da­to la bam­bi­na, pre­ve­den­do per il padre in­con­tri ogni due wee­kend, ol­tre a un po­me­rig­gio la settimana. Do­po la se­pa­ra­zio­ne l’at­mo­sfe­ra in ca­sa si era fat­ta più re­spi­ra­bi­le. Per un po’ di tem­po le co­se era­no andate avan­ti de­cen­te­men­te, an­che se la do­me­ni­ca se­ra il padre tro­va­va sem­pre del­le scu­se per trat­te­ne­re Mar­ti­na: un raf­fred­do­re, i com­pi­ti non fat­ti... An­da­va a fi­ni­re che spes­so il lu­ne­dì non la ri­por­ta­va a scuo­la. E poi col mio ex ma­ri­to era an­da­to a vi­ve­re an­che il fi­glio ven­ti­quat­tren­ne na­to da una pre­ce­den­te re­la­zio­ne, por­tan­do con sé una giovane fi­dan­za­ta. Sta­va­no cer­can­do di met­te­re in piedi una pa­le­stra di pe­si­sti­ca nel­la qua­le ogni tan­to la­vo­ra­ra an­che Giu­lio, ex cul­tu­ri­sta con at­teg­gia­men­ti da gu­ru. A quei ri­tar­di ave­vo cer­ca­to di op­por­mi con in­vi­ti al buon senso, ma an­che con una let­te­ra dell’av­vo­ca­to. Per­si­no da scuo­la lo ri­chia­ma­va­no al­la pun­tua­li­tà: il ren­di­men­to di Mar­ti­na, in pas­sa­to bra­vis­si­ma, sta­va peg­gio­ran­do. Ai pro­ble­mi sco­la­sti­ci

non ave­vo da­to trop­po pe­so, sa­pe­vo che per mia fi­glia era un brut­to mo­men­to. Per di più co­min­cia­va a fa­re i con­ti con la pre­a­do­le­scen­za, sen­si­bi­lis­si­ma al con­fron­to con le ra­gaz­zi­ne che vi­ci­no a lei, an­co­ra gof­fa e ro­ton­da, sem­bra­va­no pic­co­le Bar­bie. L’im­pe­gno che met­te­va nel­lo stu­dio, le coc­co­le che ri­chie­de­va quan­do rien­tra­va dai wee­kend - “mam­ma, so­no la tua “si­re­not­ta”, ve­ro?!” -, la sua dol­cez­za, non mi facevano pen­sa­re a nul­la di ir­ri­sol­vi­bi­le. Cre­de­vo che il tem­po e il mio af­fet­to l’avreb­be aiu­ta­ta a ri­tro­va­re la se­re­ni­tà. Ave­vo an­che fis­sa­to un in­con­tro con la psi­co­lo­ga che già ci ave­va aiu­ta­te (l’im­ma­gi­ne del padre che mi pic­chia­va, all’ini­zio la per­se­gui­ta­va) e Mar­ti­na ave­va ac­cet­ta­to di buon gra­do.

LA CATASTROFE ERA AR­RI­VA­TA ina­spet­ta­ta co­me que­gli ac­quaz­zo­ni estivi che di col­po ti ro­ve­scia­no ad­dos­so sec­chia­te di piog­gia. Quel lu­ne­dì all’uscita da scuo­la mia fi­glia non c’era. Giu­lio non mi ave­va av­ver­ti­ta, con­tra­ria­men­te al solito. L’ave­vo su­bi­to chia­ma­to, e lui sen­za ri­spon­de­re mi ave­va pas­sa­to Mar­ti­na: «Non vo­glio più ve­der­ti, d’ora in poi vi­vrò qui da pa­pà, non ve­ni­re a scoc­ciar­mi», mi ave­va det­to d’un fia­to. Poi ave­va riat­tac­ca­to. Non po­te­vo cre­der­ci, for­se non ave­vo ca­pi­to be­ne. Ave­vo cer­ca­to di ri­chia­mar­la: il cel­lu­la­re suo­na­va a vuo­to. Nean­che su Wha­tsApp ri­spon­de­va. Do­po un tem­po in­fi­ni­to era ar­ri­va­to un suo mes­sag­gio, uno de­gli ul­ti­mi: «Ora ba­sta, non chia­mar­mi più». Ero per stra­da, e ricordo per­fet­ta­men­te la sensazione im­prov­vi­sa di man­can­za di con­tat­to col ter­re­no: mi ero ag­grap­pa­ta a una pan­chi­na lì vi­ci­no, per non ca­de­re. Qual­cu­no mi ave­va of­fer­to un bic­chie­re d’acqua. Ero ri­ma­sta seduta, at­to­ni­ta, per al­me­no un quar­to d’ora. Lì per lì non ave­vo pen­sa­to di de­nun­cia­re il fat­to ai ca­ra­bi­nie­ri. Ave­vo an­co­ra ne­gli oc­chi il bam­bi­no di Cit­ta­del­la in fu­ga da­van­ti al­le for­ze dell’or­di­ne che era­no andate a pre­le­var­lo a scuo­la per con­dur­lo dal padre. Non avrei mai po­tu­to in­flig­ge­re a mia fi­glia un si­mi­le shock. Il mio av­vo­ca­to era all’este­ro per una settimana. Di­spe­ra­ta, ave­vo ac­cet­ta­to di aspet­tar­lo per ri­vol­ger­mi al giu­di­ce. Spe­ra­vo che quei giorni - per me una vi­ta in­te­ra - avreb­be­ro da­to mo­do a mio ma­ri­to di ren­der­si con­to dell’enor­mi­tà del suo ge­sto. A mia fi­glia il tem­po di tornare in sé. Non ave­vo fat­to i con­ti con la for­za di un clan pla­gia­to da un uomo che già in pas­sa­to i pe­ri­ti ave­va­no de­fi­ni­to nar­ci­si­sta, di­stur­ba­to, ma­ni­po­la­to­re. Un ex as­se­ta­to di ven­det­ta, che al­la vio­len­za do­me­sti­ca ave­va so­sti­tui­to l’ac­ca­ni­men­to su no­stra fi­glia, per pu­nir­mi di es­se­re sta­to la­scia­to. Ma so­prat­tut­to non ave­vo fat­to i con­ti con i tem­pi le­tar­gi­ci dei tri­bu­na­li, in­ca­pa­ci di tu­te­la­re dav­ve­ro “l’in­te­res­se del mi­no­re”. Per­ché tra udien­ze ri­man­da­te, in­con­tri pro­tet­ti con le as­si­sten­ti so­cia­li, nuo­ve Ctu (con­su­len­ze tec­ni­che d’uf­fi­cio), ca­vil­li dell’altro av­vo­ca­to, la verità è che da due an­ni non ho più ri­vi­sto Mar­ti­na, tran­ne due in­con­tri fu­ga­cis­si­mi, con lei che quasi non mi guar­da­va, in­ca­pa­ce di ri­spon­der­mi se non a mo­no­sil­la­bi. Co­sì sta crescendo mia fi­glia, devastata dai sen­si di col­pa. Sen­za una ma­dre. E io sen­za di lei. Mi han­no det­to che è ingrassata enormemente. Che si tagliuzza la pel­le sul­le dita. Dov’è la giu­sti­zia? La realtà è che an­che i ma­gi­stra­ti di fron­te a un ra­gaz­zi­no ri­lut­tan­te han­no le ar­mi spun­ta­te: ol­tre al de­cre­to in­giun­ti­vo - che nes­su­no ha più il coraggio di adot­ta­re do­po il di­sa­stro an­che me­dia­ti­co di Cit­ta­del­la - non ci so­no stru­men­ti suf­fi­cien­te­men­te ra­pi­di pre­vi­sti dal­la leg­ge. E co­sì i tri­bu­na­li si af­fi­da­no ai ser­vi­zi so­cia­li, non sem­pre all’altezza. Qual­cu­no mi ha rac­con­ta­to che in Au­stria la dis­sua­sio­ne inizia ben prima, con mul­te sa­la­tis­si­me al pri­mo ri­tar­do nel­la ri­con­se­gna del fi­glio. Pos­si­bi­le che non si pos­sa fa­re co­sì an­che da noi? In al­tri pae­si stan­no spe­ri­men­tan­do dei pe­rio­di cu­sci­net­to in strut­tu­re pro­tet­te chiamate Fa­mi­ly Brid­ge, per con­sen­ti­re ai figli di ri­pren­de­re un rap­por­to nor­ma­le con la ma­dre o il padre re­spin­to. È quel­lo che spe­ro di po­ter ten­ta­re con Mar­ti­na: c’è un agri­tu­ri­smo fi­nan­zia­to dal­la Re­gio­ne che ha or­ga­niz­za­to qual­co­sa di si­mi­le. Do­po l’en­ne­si­ma Ctu che mi ha da­to ra­gio­ne, lo vo­glio pro­por­re al giu­di­ce al­la pros­si­ma udien­za, a me­tà ot­to­bre. Cre­do che per me e mia fi­glia sia l’ul­ti­ma occasione. Lei ha quasi 14 an­ni, le so­no ar­ri­va­te le me­strua­zio­ni, e io non ero lì a far­le una ca­mo­mil­la, a spie­gar­le co­sa ac­ca­de al cor­po di una donna quan­do cre­sce. Ma non vo­glio rinunciare a spe­ra­re. Le as­so­cia­zio­ni di sup­por­to per ca­si ana­lo­ghi og­gi non man­ca­no. Tra le più ac­cre­di­ta­te: alie­na­zio­ne.ge­ni­to­ria­le.com, cen­troan­ti­vio­len­za­bi­ge­ni­to­ria­le.com

«MAR­TI­NA ORA HA QUASI 14 AN­NI. STA CRESCENDO DEVASTATA DAI SEN­SI DI COL­PA. MI HAN­NO DET­TO CHE È INGRASSATA ENORMEMENTE. SI TAGLIUZZA LA PEL­LE SUL­LE DITA»

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