mc scon­fi­nan­do

CRONACHE DI VITE DIVERSE

Marie Claire (Italy) - - CONTENTS -

di Im­ma Vi­tel­li

L’ALTRO GIOR­NO, SUI PIRENEI fran­ce­si, Bir­git Ka­spar mi ha rac­con­ta­to una sto­ria paz­ze­sca. Bir­git è un’ado­ra­ta ami­ca te­de­sca, che ho co­no­sciu­to ai tem­pi di Bei­rut. Bir­git è una scrit­tri­ce e una gior­na­li­sta e per me una fon­te di ispi­ra­zio­ne; es­sen­do un’ori­gi­na­le, da qual­che an­no vive nel­le cam­pa­gne di To­lo­sa in com­pa­gnia del gat­to Mi­sh Mi­sh e dei po­mo­do­ri dell’or­to. La prima vol­ta che ho cer­ca­to su Goo­gle Maps Bel­loc, il suo vil­lag­gio nell’Arie­ge, lo scher­mo mi ha ri­man­da­to tre ca­se di pie­tra un ru­scel­lo e due vac­che e ho pen­sa­to ec­co Bir­git è an­da­ta fuo­ri di te­sta. Mi sba­glia­vo, na­tu­ral­men­te; Bir­git sta­va an­co­ra una vol­ta cer­can­do se stes­sa, se­guen­do l’an­ti­ca cu­ran­de­ra sa­pien­te, la ma­dre istin­ti­va, che si por­ta dentro. CI SO­NO PERSONE, for­tu­na­te, molto ama­te da pic­co­le, che cre­sco­no e pro­spe­ra­no, più o me­no pa­ca­ta­men­te, nel­la lo­ro ter­ra. E ci so­no persone con in­fan­zie in­fe­li­ci, che non si ac­cet­ta­no, che va­ga­no ra­min­ghe cer­can­do di es­se­re diverse. Le pri­me so­gna­no nuo­ta­te to­ni­fi­can­ti in ac­que cri­stal­li­ne, in com­pa­gnia dei pesci, e si sve­glia­no sof­fu­se di na­tu­ra­le ga­iez­za. Le se­con­de so­gna­no so­gni spa­ven­to­si, ti­po guer­re o bam­bo­le spez­za­te di ter­ra cot­ta nel bo­sco, e tra­scor­ro­no il re­sto del­la gior­na­ta nel ten­ta­ti­vo, spes­so in­frut­tuo­so, di eman­ci­par­si dal­le im­bo­sca­te dell’in­con­scio. Ec­co, io pen­so che la più grande differenza tra gli es­se­ri uma­ni, la più grande ingiustizia, sia pro­prio que­sta: che ci sia gen­te che so­gna i pesci e gen­te che so­gna l’Apocalisse. APPARTENENDO IO al­la se­con­da schie­ra, non po­te­vo che fa­re ami­ci­zia con una donna co­me Bir­git. Siamo in qual­che mo­do so­rel­le. La famiglia, per noi so­gna­tri­ci fo­sche, so­no le persone che nel tem­po ab­bia­mo ac­col­to nel no­stro giar­di­no, e che nu­tria­mo e che ci nu­tro­no a lo­ro vol­ta. Ali­men­ta­no la no­stra fa­me di con­fron­to e di cre­sci­ta, con con­si­gli, idee, let­tu­re e rac­con­ti dell’ul­ti­ma sco­per­ta o dell’oc­ca­sio­na­le in­cu­bo. L’altro gior­no ho det­to a Bir­git che sto pen­san­do di cam­bia­re vi­ta, de­si­de­ro un pas­so len­to, me­di­ta­re nel­la fo­re­sta, os­ser­va­re da lon­ta­no la cor­ren­te, es­se­re di nuo­vo di­ver­sa­men­te me stes­sa. Lei mi ha guar­da­ta, co­me fa sem­pre, con gli oc­chi ver­di da stre­ga e mi ha det­to: «Fal­lo, so­rel­la. Ve­drai che l’uni­ver­so ti as­si­ste». TRADOTTO IN UN LINGUAGGIO me­no eso­te­ri­co mi sta­va spro­nan­do al ri­schio: ar­ri­va sem­pre un mo­men­to, al­la fi­ne di un ci­clo, in cui de­vi sce­glie­re co­sa di te muo­re e co­sa di te re­sta. Poi mi ha rac­con­ta­to la sto­ria del­le pe­co­re e dell’or­so. «C’è sta­to un mas­sa­cro», ha det­to. Un mas­sa­cro? «Sì, di due­cen­to pe­co­re». È ac­ca­du­to, su un al­peg­gio, che un or­so ha at­tac­ca­to una pe­co­ra - di­co una - e che le al­tre, ter­ro­riz­za­te, si sia­no da­te al­la fu­ga e cor­ren­do, cie­che, si sia­no lan­cia­te da una ru­pe. «È una sto­ria in­cre­di­bi­le», ho det­to. La sua ri­spo­sta, me la por­to dentro. «Non avere mai pau­ra, so­rel­la», ha det­to. «È la pau­ra che uc­ci­de, sem­pre».

Io pen­so che la più grande DIFFERENZA tra gli es­se­ri uma­ni, la più grande INGIUSTIZIA, sia que­sta: c’è chi so­gna di nuo­ta­re tra i PESCI in ac­que cri­stal­li­ne e chi, in­ve­ce, l’APOCALISSE

Im­ma Vi­tel­li

è na­ta a Ma­te­ra. Ha vis­su­to a New York e poi, per no­ve an­ni, in Me­dio­rien­te (uno al Cai­ro, ot­to a Bei­rut). Do­po una pa­ren­te­si a Istan­bul ora è tor­na­ta in Ita­lia. So­gna molto, la not­te. E ha im­pa­ra­to a fi­dar­si dei suoi so­gni.

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