FREE­LAN­CE:

Marie Claire (Italy) - - TEAM | BUILDING -

( DALL’INGLESE,

AGG. E S.M. E F. INV.) Ter­mi­ne co­nia­to da uno scrit­to­re scoz­ze­se al­la fi­ne dell’800 (pro­ba­bil­men­te free­lan­ce an­che lui) per de­si­gna­re l’uomo li­be­ro di sce­glier­si per chi la­vo­ra­re di­ve­nu­to in se­gui­to schia­vo del­la par­ti­ta Iva. Professionista che pas­sa la vi­ta a cer­ca­re di spie­ga­re agli al­tri che la­vo­ro fa. In­di­vi­duo che si de­streg­gia pe­ri­co­lo­sa­men­te tra una con­se­gna a bre­ve ter­mi­ne (che co­mun­que ver­rà pa­ga­ta a 90 giorni) e l’al­tra. Se ne pos­so­no ve­de­re mol­ti esem­pla­ri nei mag­gio­ri bar del­la pe­ni­so­la. Spes­so si tra­sfe­ri­sco­no all’este­ro per farsi ve­de­re an­che nei mag­gio­ri bar eu­ro­pei. L’8 giu­gno si festeggia il Na­tio­nal Free­lan­cers Day, quin­di esi­sto­no. Al­la fi­ne del 2018 a Mi­la­no aprirà il pri­mo Star­bucks ita­lia­no, quel po­sto dei caf­fè enor­mi e del frap­puc­ci­no gu­sto uni­cor­no. Ci so­no sta­te già molte po­le­mi­che: “eh, ma il caf­fè del­la vec­chia Mi­la­no, vuoi met­te­re”, “eh, ma un caf­fè a 5 eu­ro non si è mai vi­sto, che di­so­ne­stà, ma­ni­fe­stia­mo, in­di­gnia­mo­ci, creia­mo un hashtag”. Tut­ti in­fa­sti­di­ti, a par­te i free­lan­ce. An­nui­va­no ma sot­to sot­to sdi­lin­qui­va­no. Un free­lan­ce di solito non su­pe­ra la so­glia del pigiama. Io cer­te mat­ti­ne non su­pe­ro quel­la del piu­mo­ne. Il free­lan­ce si muo­ve li­qui­do tra diverse as­se­gna­zio­ni, se non è a ca­sa sua in pigiama è al­la ri­cer­ca di un luo­go do­ve chi lo guar­da pos­sa pen­sa­re che sta la­vo­ran­do. Ser­vo­no nuo­vi sce­na­ri plau­si­bi­li. Ec­co Star­bucks. La sede sa­rà nell’ex pa­laz­zo del­le po­ste di Piazza Cor­du­sio. Sa­rà enor­me, scon­si­de­ra­to, e avrà le pa­ste di Prin­ci. Uno spa­zio col wi-fi do­ve i free­lan­ce po­tran­no ri­scal­dar­si d’in­ver­no, rin­fre­scar­si d’esta­te e ac­cu­di­re i pro­fi­li In­sta­gram. Po­tran­no ada­gia­re sopra i ta­vo­li­ni i lo­ro Mac e af­fian­car­ci un taz­zo­ne bol­len­te che gli da­rà la pos­si­bi­li­tà di fa­re fin­ta di la­vo­ra­re in mo­do ma­gi­stra­le, su­bli­me. Con la le­git­ti­mi­tà e la fi­ghez­za che ti può as­si­cu­ra­re so­lo Star­bucks.

ASSOCIO L’IM­MA­GI­NE DEL TAZ­ZO­NE ai free­lan­ce per via di una fa­mo­sa mam­ma blog­ger. Le mam­me blog­ger so­no una del­le più an­ti­che di­vi­ni­tà free­lan­ce de­gli inizi, ma­te­ria­li e so­prat­tut­to im­ma­te­ria­li, co­me Gia­no bi­fron­te. So­no ca­sa­lin­ghe con una con­nes­sio­ne in­ter­net ve­lo­ce. La mam­ma blog­ger ave­va pub­bli­ca­to su In­sta­gram una fo­to che mi ha se­gna­to per sem­pre: da una pro­spet­ti­va dall’al­to si ve­de­va­no un ta­vo­li­no, un Mac, un muf­fin e un taz­zo­ne di bro­da­glia ne­ra. La di­da­sca­lia re­ci­ta­va: my of­fi­ce to­day. Lei la­vo­ra­va dal bar. Ero in esta­si. Ho vo­lu­to pro­va­re, pe­rò ho scoperto che in un bar non puoi sta­re con­cen­tra­to. C’è ca­si­no, apri un do­cu­men­to Word e cor­reg­gi tre vir­go­le a ca­so (che poi im­pie­ghe­rai un’ora a ca­sa a ri­met­te­re a po­sto), con­trol­li l’email, scor­ri il feed dei social. Non è la­vo­ra­re, lo ca­pi­te an­che voi. Ma se non stai a ca­sa in pigiama e non vai al bar, che fai? Vai in uno spa­zio di co­wor­king. Gli spa­zi di co­wor­king so­no un altro sce­na­rio plau­si­bi­le.

Il pri­mo co­wor­king è na­to a San Francisco nel 2005. In Ita­lia se ne con­ta­no 190 al nord, 55 al cen­tro e 40 al sud. Mi­la­no ne ha 59. I pro­fi­li dei co­wor­ker so­no di­ver­si. Il 63% so­no uo­mi­ni e il 38% don­ne. So­no im­pren­di­to­ri, di­pen­den­ti di pic­co­le e gran­di so­cie­tà, star­tup­pers. La mag­gior par­te so­no free­lan­ce. Co­sa cer­ca­no in uno spa­zio di co­wor­king? Uma­ni­tà. Per ca­pi­re me­glio di co­sa si trat­ta ne ho par­la­to con Cic­cio Ri­go­li, im­pren­di­to­re che ha ap­pe­na aperto a Mi­la­no un co­wor­king uni­co nel suo ge­ne­re, sa­rà in­fat­ti il pri­mo de­di­ca­to all’edi­to­ria e al­lo spet­ta­co­lo: Slam. Par­la­ci del tuo nuo­vo spa­zio di co­wor­king: Slam. Cos’è? Per­ché hai de­ci­so di aprir­lo? Hai vo­lu­to aiu­ta­re i free­lan­ce a usci­re dal pigiama? Una vol­ta un mio ami­co ve­te­ri­na­rio mi ha det­to che quan­do i ca­ni stan­no da soli a ca­sa il lo­ro cer­vel­lo pro­du­ce endorfine e quin­di non sen­to­no la noia. Pur­trop­po ne­gli uo­mi­ni que­sta fa­col­tà si è atro­fiz­za­ta e non riu­scia­mo a pro­dur­re endorfine au­to­no­ma­men­te quan­do stia­mo da soli. In­som­ma, pen­so che il co­wor­king sia un ot­ti­mo so­sti­tu­to del­le endorfine ani­ma­li per­ché ti con­sen­te di non mo­ri­re di noia a ca­sa da so­lo e in più ri­schi an­che di tro­va­re del­le collaborazioni, del­le op­por­tu­ni­tà di la­vo­ro, ma­ga­ri an­che l’amo­re, vai a sa­pe­re. Tu hai già lavorato in uno spa­zio di co­wor­king, co­sa ti ave­va spin­to ad an­dar­ci? Il fat­to di non pro­dur­re au­to­no­ma­men­te del­le endorfine co­me i ca­ni. E an­che la vo­glia di la­vo­ra­re in uno spa­zio fat­to per la­vo­ra­re, non sul­lo stes­so ta­vo­lo do­ve po­co prima ave­vo fat­to co­la­zio­ne e sul qua­le avrei pran­za­to e ce­na­to, la necessità di stac­ca­re i due am­bien­ti di ca­sa e la­vo­ro pen­so sia fon­da­men­ta­le. Poi una vol­ta ho an­che but­ta­to un bic­chie­re di vi­no sul com­pu­ter men­tre pran­za­vo, ma que­sta è un’al­tra sto­ria. Gli ab­bo­na­men­ti di Slam han­no i no­mi dei dischi dei Kraft­werk, le sale quel­li dei Cla­sh. Non è tutto trop­po fi­go? Op­pu­re l’obiettivo è pro­prio que­sto: far di­ven­ta­re fi­go il pro­prio spa­zio di la­vo­ro, in mo­do da an­dar­ci più vo­len­tie­ri? Si dice sem­pre “Tro­va un la­vo­ro che ti pia­ce e non la­vo­re­rai nean­che un gior­no in vi­ta tua”. Ec­co, ma­ga­ri si può co­min­cia­re an­dan­do a la­vo­ra­re in un po­sto do­ve ci si tro­va be­ne per ren­de­re più pia­ce­vo­le quel­lo che si fa. Hai scel­to di lan­cia­re Slam con del­le car­to­li­ne e dei se­gna­li­bri di­ver­ten­ti che fan­no uso de­gli

A CA­SA DA SOLI SI RISCHIA DI MO­RI­RE DI NOIA. ME­GLIO VE­STIR­SI E AN­DA­RE A SPRIGIONARE ENDORFINE SU SCRIVANIE CONDIVISE

ste­reo­ti­pi più co­mu­ni sui la­vo­ri nell’am­bi­to cul­tu­ra­le. Un esem­pio: “Che la­vo­ro fai?” “Lo scrit­to­re” “Sì, ma di la­vo­ro?” Quin­di ti pren­di un po’ per il cu­lo da so­lo, co­me me. Per­ché? Per­ché ci pren­dia­mo per il cu­lo tra free­lan­ce? Per­ché co­me dice una mia ami­ca per non im­paz­zi­re die­tro a tutto bi­so­gna pren­der­la co­sì la vi­ta, an­cheg­gian­do. Pa­ra­fra­san­do un altro fa­mo­so mot­to, di­rei che sa­rà una ri­sa­ta che ci fa­rà so­prav­vi­ve­re. I luo­ghi co­mu­ni li usia­mo pro­prio per­ché vor­rem­mo non esi­stes­se­ro più, ad esem­pio per i gior­na­li­sti (che saranno i ben­ve­nu­ti) ab­bia­mo una car­to­li­na che dice “Non ti pa­ghia­mo ma al­me­no fai espe­rien­za”. Quan­te vol­te l’hai sen­ti­ta que­sta fra­se? Ho let­to dei dati co­sì po­si­ti­vi sul­la cre­sci­ta di spa­zi di co­wor­king che mi è quasi ve­nu­ta vo­glia di aprir­ne uno. Pen­si che in Ita­lia cre­sce­ran­no an­co­ra e di­ven­te­ran­no un po­sto di la­vo­ro “nor­ma­le”? Con­si­de­ra che in Stree­tLib, do­ve la­vo­ra­vo prima, no­no­stan­te aves­si un con­trat­to a tem­po in­de­ter­mi­na­to ave­vo la pos­si­bi­li­tà di la­vo­ra­re ovun­que e pen­so che la tendenza sia quel­la. Man ma­no an­che le azien­de più tra­di­zio­na­li si con­ver­ti­ran­no sem­pre più al­lo smart wor­king e la­sce­ran­no li­be­ri i di­pen­den­ti di la­vo­ra­re do­ve pre­fe­ri­sco­no, trat­tan­do­li fi­nal­men­te co­me del­le persone adul­te in­ve­ce che co­me dei bambini che bi­so­gna sem­pre avere sot­to con­trol­lo per­ché non com­bi­ni­no ca­si­ni. Cre­sce­ran­no so­prat­tut­to i co­wor­king “ver­ti­ca­li”, do­ve si tro­ve­ran­no in­sie­me a la­vo­ra­re persone del­lo stes­so am­bi­to per tro­va­re più collaborazioni e sti­mo­la­re il con­fron­to. Io ad esem­pio sto già pen­san­do di apri­re “Slam fa­shion” de­di­ca­to a chi lavora nel­la mo­da e “Slam pho­to” de­di­ca­to ai fotografi. È pos­si­bi­le che ne­gli spa­zi di co­wor­king le persone sia­no più pro­dut­ti­ve che a ca­sa in pigiama o al bar? Ognu­no ha le sue necessità e pre­fe­ren­ze, in un co­wor­king pe­rò puoi es­se­re più pro­dut­ti­vo sia per­ché si crea l’ef­fet­to vo­la­no del ve­der la­vo­ra­re gli al­tri e che quin­di spin­ge an­che te a la­vo­ra­re, sia per­ché hai me­no di­stra­zio­ni che a ca­sa. E poi l’im­ma­gi­ne del la­vo­ra­re in pigiama cre­do sia dav­ve­ro in­tol­le­ra­bi­le, men­tre nei bar di solito i ge­sto­ri ti guar­da­no ma­lis­si­mo se stai se­du­to 5 ore pren­den­do so­lo un caf­fè. E pren­de­re un gin to­nic al mat­ti­no per giu­sti­fi­ca­re la pro­pria pre­sen­za po­treb­be non es­se­re una buona idea. Ho sem­pre avu­to un’im­ma­gi­ne esat­ta dell’idea di “an­da­re a la­vo­ra­re”. Mio padre fa­ce­va il sin­da­ca­li­sta. Si sve­glia­va prima di me e mia ma­dre che non la­vo­ra­va­mo, si fa­ce­va la bar­ba ma la­scia­va i baf­fi, si met­te­va un com­ple­to con la ca­mi­cia sti­ra­ta be­ne e la cra­vat­ta, be­ve­va un caf­fè ve­lo­ce, in una taz­zi­na pic­co­la, si met­te­va il cap­pot­to e usci­va di ca­sa per non far­vi ri­tor­no fi­no a se­ra. L’im­ma­gi­ne è ri­ma­sta in­de­le­bi­le dentro di me. Vi­vi­da, in sep­pia. Era una co­sa che po­te­vo ri­co­no­sce­re, che pen­sa­vo avrei fat­to an­ch’io. Poi so­no di­ven­ta­ta free­lan­ce.

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