Sul LA­VO­RO so­no una per­so­na dif­fi­ci­le e ne va­do FIE­RA

Marie Claire (Italy) - - UFFI UFFI(CIO) - Fi­nan­cial Ti­mes:

SET­TI­MA­NA SCOR­SA HO AVU­TO UN DI­VER­BIO con un col­le­ga su una que­stio­ne di prin­ci­pio. Ar­ri­va­ta a ca­sa, ho rac­con­ta­to a mia fi­glia il li­ti­gio nei det­ta­gli, aspet­tan­do­mi il suo so­ste­gno. In­ve­ce ha det­to: «Po­ve­ro X », met­ten­do­si dal­la par­te del mio av­ver­sa­rio. «Po­ve­ro X? » ho ri­pe­tu­to ester­re­fat­ta. «Tu puoi es­se­re una ti­pa dif­fi­ci­le sul la­vo­ro e non cre­do te ne ren­da con­to». Per ve­ri­fi­ca­re se que­sta fos­se l’opi­nio­ne dif­fu­sa, ho con­dot­to un son­dag­gio. Al pri­mo col­le­ga che ho in­con­tra­to ho chie­sto su­bi­to: «So­no un ti­po dif­fi­ci­le? ». Sem­bra­va a di­sa­gio: «Sì», ha det­to. Ho chie­sto ad al­tri tre col­le­ghi e tut­ti han­no da­to la stes­sa ri­spo­sta.

non è con­si­de­ra­ta una co­sa po­si­ti­va. Su Ama­zon ho tro­va­to 1.387 li­bri su co­me ge­sti­re le per­so­ne dif­fi­ci­li. Co­me gior­na­li­sta e opi­nio­ni­sta, fa­re la dif­fi­ci­le è par­te del la­vo­ro. Se non ti di­ver­ti a in­fa­sti­di­re i tuoi let­to­ri, al­lo­ra sei trop­po no­io­so per es­se­re bra­vo. Co­me gior­na­li­sta può ad­di­rit­tu­ra tor­na­re uti­le. Penso ad al­me­no uno o due au­to­ri tal­men­te im­pos­si­bi­li, che i lo­ro te­sti non ven­go­no mai ma­no­mes­si. Le lo­ro pa­ro­le so­no por­ta­te in pal­mo di ma­no per­ché nes­sun di­ret­to­re avreb­be vo­glia di ge­sti­re le la­men­te­le. ESI­STO­NO AN­CHE AL­TRI VAN­TAG­GI. Per esem­pio, le per­so­ne ten­do­no a non chie­der­ti pic­co­li fa­vo­ri. E sic­co­me evi­ta­re la­vo­ret­ti no­io­si è uno dei truc­chi di so­prav­vi­ven­za più im­por­tan­ti del­la vi­ta azien­da­le, que­sto ren­de l’es­se­re dif­fi­ci­li un’ar­ma im­por­tan­te. Aiu­ta an­che a far­si strada: è un equi­li­brio de­li­ca­to per­ché bi­so­gna es­se­re dif­fi­ci­li ab­ba­stan­za af­fin­ché le co­se sia­no fat­te co­me vuoi tu, ma non co­sì dif­fi­ci­li che le per­so­ne non vo­glia­no la­vo­ra­re con te. Esi­sto­no tan­ti ti­pi di­ver­si di per­so­ne dif­fi­ci­li. I li­bri ne elen­ca­no al­cu­ni più co­mu­ni: nar­ci­si­sti, psi­co­pa­ti­ci, vit­ti­me, pet­te­go­li, ac­cu­sa­to­ri e fa­ci­li all’ira. EP­PU­RE ESI­STE UN’AL­TRA VA­RIE­TÀ di per­so­ne dif­fi­ci­li: si trat­ta del­le don­ne, più spes­so de­scrit­te co­me dif­fi­ci­li ri­spet­to agli uo­mi­ni. Goo­gle mi ri­ve­la che “don­na dif­fi­ci­le” ha cir­ca il dop­pio dei ri­sul­ta­ti di ri­cer­ca ri­spet­to a “uo­mo dif­fi­ci­le”. Al­lo stes­so tem­po, la mag­gior par­te del­le per­so­ne che ci de­scri­vo­no co­me dif­fi­ci­li so­no pro­prio uo­mi­ni. I quat­tro col­le­ghi con­sul­ta­ti era­no tut­ti ma­schi. La stes­sa do­man­da po­sta ad al­cu­ne don­ne del «Non par­ti­co­lar­men­te», è sta­to il ver­det­to co­mu­ne. L’eti­chet­ta del­la dif­fi­ci­le è ap­pli­ca­ta a qual­sia­si don­na pre­pa­ra­ta a di­re il con­tra­rio, o che non è sem­pre d’ac­cor­do con gli al­tri e che fa va­le­re la pro­pria opi­nio­ne. PER CHIU­DE­RE LA QUE­STIO­NE ri­guar­do il mio ca­rat­te­re, ho chie­sto a un col­le­ga no­to per la sua schiet­tez­za. «No», ha det­to, «non sei dif­fi­ci­le. Sei ina­mo­vi­bi­le, de­ter­mi­na­ta, te­star­da». In­dos­so con or­go­glio l’eti­chet­ta “don­na dif­fi­ci­le”: in fon­do è un com­pli­men­to. Un ul­ti­mo pun­to. Es­se­re dif­fi­ci­li è un ex­tra che ar­ri­va sa­len­do di po­si­zio­ne. Quan­do sei ju­nior può fi­ni­re con un li­cen­zia­men­to. Più in al­to sa­li, in­ve­ce, più ha sen­so e più vie­ne ri­chie­sto. Co­me for­se sa­pe­te ho or­mai qua­si ab­ban­do­na­to il gior­na­li­smo per ri­co­min­cia­re da ze­ro co­me in­se­gnan­te di ma­te­ma­ti­ca. Fa­re la dif­fi­ci­le con dei nuo­vi col­le­ghi è fuo­ri que­stio­ne, per cui vo­glio go­der­me­la fin­ché mi è con­ces­so.

È un’eti­chet­ta fa­sti­dio­sa. E per lo più è ap­pli­ca­ta al­le don­ne. Ma se da ju­nior fa ri­schia­re il li­cen­zia­men­to, da se­n­jor di­ven­ta si­no­ni­mo di te­star­da e de­ter­mi­na­ta. Qua­li­tà che aiu­ta­no a spia­na­re la strada

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