VIL­LA­NI: «CHIA­MA­TE­MI PU­RE LA­DY GA­GA»

Mate - - Sommario - Di STE­FA­NO PI­SA­NI

«Que­sto no­mi­gno­lo mi pia­ce, è af­fet­tuo­so»

«L’equa­zio­ne di Bol­tz­mann? Il pae­se dei ba­loc­chi per la teo­ria dell’in­for­ma­zio­ne, la mec­ca­ni­ca dei flui­di e quel­la sta­ti­sti­ca»

«Per­ché ado­ro i ra­gni? È un se­gre­to!»

«È giu­sto che la scien­za ab­bia una di­men­sio­ne sem­pre più col­let­ti­va»

L’han­no so­pran­no­mi­na­to il “La­dy Ga­ga del­la ma­te­ma­ti­ca”, a cau­sa del­la sua tec­ni­ca di co­mu­ni­ca­zio­ne estro­sa, sor­pren­den­te ed ef­fi­ca­ce, e per il suo look: fou­lard dan­dy e spil­le a for­ma di ra­gno. Ma Cé­dric Vil­la­ni, ma­te­ma­ti­co fran­ce­se qua­ran­ta­duen­ne, me­ri­ta la fa­ma so­prat­tut­to per i suoi tra­guar­di ac­ca­de­mi­ci si­gni­fi­ca­ti­vi. Nel 2010, quan­do ave­va me­no di 40 an­ni, gli è sta­ta con­fe­ri­ta la Me­da­glia Fields, il più im­por­tan­te ri­co­no­sci­men­to as­se­gna­to ai gio­va­ni ma­te­ma­ti­ci, per il ta­len­to e l’ori­gi­na­li­tà.

Nel 2013 è usci­to in Ita­lia il suo ro­man­zo Il teo­re­ma vi­ven­te, la mia più gran­de av­ven­tu­ra ma­te­ma­ti­ca (Riz­zo­li). Vil­la­ni at­tual­men­te di­ri­ge lo sto­ri­co Isti­tu­to Hen­ri Poin­ca­ré di Pa­ri­gi ed è Ca­va­lie­re dell’Or­di­ne del­la Le­gion d’Ono­re.

Cé­dric Vil­la­ni (42 an­ni). Ma­te­ma­ti­co fran­ce­se, ha vin­to la Me­da­glia Fields nel 2010 e di­ri­ge l’isti­tu­to “Hen­ri Poin­ca­ré”. Le sue ri­cer­che ri­guar­da­no le equa­zio­ni dif­fe­ren­zia­li al­le de­ri­va­te par­zia­li.

Per la sua estro­si­tà è sta­to pa­ra­go­na­to al­la pop star La­dy Ga­ga (a sn, 30).

D. Co­min­cia­mo dal­le co­se se­rie: qual­che tem­po fa lei con­fes­sò di ave­re pau­ra a usa­re gli ascen­so­ri. È an­co­ra co­sì? E per­ché?

R. Li uso il me­no pos­si­bi­le. Evi­ta­re gli ascen­so­ri ti per­met­te di re­sta­re in for­ma, con­sen­te di man­te­ne­re il rit­mo del­la gior­na­ta e di fa­re sport tut­to il gior­no.

D. All’ini­zio de’ Il Teo­re­ma vi­ven­te, lei scri­ve: «Seduto su una co­mo­da pol­tro­na, tam­bu­rel­lo ener­gi­ca­men­te sul­la gran­de scri­va­nia, le di­ta aper­te co­me le zam­pe di un ra­gno: il mio mae­stro di pia­no me lo ha in­se­gna­to tem­po fa». È da lì che è co­min­cia­ta la sua pas­sio­ne per le spil­le a for­ma di ra­gno?

R. Sì, le col­le­zio­no. Ma quel­la al­lu­sio­ne all’ini­zio del mio li­bro è una “fal­sa pi­sta”. Il mo­ti­vo per il qua­le le col­le­zio­no è... un se­gre­to. All’ini­zio que­sta co­sa era vi­sta co­me una stra­nez­za ma ora le per­so­ne che mi co­no­sco­no vi si so­no abi­tua­te e, ad­di­rit­tu­ra, han­no ini­zia­to a re­ga­lar­mi spil­le a for­ma di ra­gno. Ne ho al­cu­ne che pro­ven­go­no da va­ri po­sti del mon­do: Afri­ca, Asia, Eu­ro­pa, Nord e Sud Ame­ri­ca...

D. Il suo mo­do ec­cen­tri­co di ve­sti­re è una del­le pri­me co­se che col­pi­sco­no di lei. For­se è per que­sto che le è sta­ta me­dia­ti­ca­men­te ap­pic­ci­ca­ta l’eti­chet­ta di “La­dy Ga­ga del­la ma­te­ma­ti­ca”. Le di­spia­ce que­sto ap­pel­la­ti­vo?

R. No, non mi di­spia­ce, per­ché cre­do mi sia sta­to da­to in mo­do af­fet­tuo­so. Fra l’al­tro, è pia­ciu­to a un mio ex com­pa­gno di clas­se del­le scuo­le me­die che me l’ha se­gna­la­to per pri­mo, quin­di cre­do che sia un buon no­mi­gno­lo.

D. In un cer­to sen­so lei è or­mai di­ven­ta­to un’ico­na pop. Qual è il suo rap­por­to col pub­bli­co? Le scri­vo­no mol­ti fan?

R. Ri­ce­vo re­go­lar­men­te e-mail e let­te­re da fan, a vol­te qual­cu­no di­se­gna o di­pin­ge un mio ri­trat­to, al­tre mi man­da­no del­le mu­si­che. Un fan una vol­ta mi ha in­via­to una bel­lis­si­ma sciar­pa fat­ta a ma­no, con del­le de­co­ra­zio­ni a for­ma di ra­gno. Quin­di sì, so­no fan, ma non esa­ge­ria­mo, que­sto non è nien­te com­pa­ra­to a quel­lo che ri­ce­vo­no le pop star!

D. Lei ha da­to un no­me al suo com­pu­ter por­ta­ti­le, lo ha chia­ma­to “Ga­spard”, in ono­re del ma­te­ma­ti­co Ga­spard Mon­ge. Per­ché? È lui il ma­te­ma­ti­co “sto­ri­co” che ap­prez­za di più?

R. Ave­vo l’abi­tu­di­ne di da­re no­mi di ma­te­ma­ti­ci ai miei com­pu­ter:Tor­sten, Ga­spard, Leo­nid, e co­sì via. Un’abi­tu­di­ne che ri­sa­le ai gior­ni in cui usa­vo il si­ste­ma ope­ra­ti­vo Li­nux,che ri­chie­de­va un’at­ten­zio­ne spe­cia­le. Per que­sto mi sen­ti­vo mol­to più vi­ci­no al si­ste­ma del mio com­pu­ter, for­se! Co­mun­que am­mi­ro Mon­ge, ma tra i miei eroi ci so­no an­che Na­sh, Kac, Shan­non, Poin­ca­ré, Gauss, Rie­mann e al­tri.

«Tao è uno dei gio­va­ni ta­len­ti più no­te­vo­li al mon­do, ma è an­che una per­so­na umi­le e pia­ce­vo­le»

«Cre­do che an­no­ta­re i pro­pri sogni e rac­con­ta­re sto­rie ai fi­gli sia­no co­se che tut­ti do­vreb­be­ro fa­re»

D. Ve­nen­do al pre­sen­te: qua­li so­no, se­con­do lei, i ma­te­ma­ti­ci da “te­ne­re d’oc­chio”? È ve­ro che ha gran­de sti­ma del gio­va­ne pro­di­gio Te­ren­ce Tao, che ha vin­to la Me­da­glia Fields a so­li 31 an­ni?

R. Ci so­no mol­ti ma­te­ma­ti­ci ec­cel­len­ti og­gi. Tao è pro­ba­bil­men­te il più no­te­vo­le, per la va­sti­tà dei suoi la­vo­ri, la ca­pa­ci­tà di com­pren­sio­ne ge­ne­ra­le e il ta­len­to; è an­che una per­so­na gen­ti­le e umi­le.Vor­rei sot­to­li­nea­re il fat­to che an­che l’Ita­lia ha pro­dot­to un nu­me­ro in­cre­di­bi­le di gio­va­ni stu­dio­si di ana­li­si ma­te­ma­ti­ca, al­cu­ni dei qua­li so­no dav­ve­ro straor­di­na­ri. Poi c’è un gio­va­ne te­de­sco ec­cel­len­te: Pe­ter Schol­ze (la sua ma­te­ma­ti­ca è co­sì lon­ta­na dal­la mia!). E ce ne so­no al­tri ver­so i qua­li si nu­tro­no gran­di aspet­ta­ti­ve, ma che pre­fe­ri­sco non men­zio­na­re per evi­ta­re di met­te­re lo­ro trop­pa ten­sio­ne ad­dos­so.

D. Lei in­ve­ce la Fields l’ha vin­ta a so­li 37 an­ni. Riu­sci­reb­be a spie­ga­re in po­che pa­ro­le di co­sa si par­la nei la­vo­ri per cui è sta­to pre­mia­to?

R. Si trat­ta­va di un la­vo­ro a pro­po­si­to del­la mia teo­ria ci­ne­ti­ca, che è lo stu­dio del­le “nu­bi” di par­ti­cel­le (gas, mo­le­co­le, elet­tro­ni... ).

Più pre­ci­sa­men­te, so­no sta­to pre­mia­to per le mie ri­cer­che sull’in­cre­men­to dell’en­tro­pia dell’equa­zio­ne di Bol­tz­mann (ve­di Glossario pg. 94), co­nTo­sca­ni, De­svil­let­tes e al­tri, e sul­lo smor­za­men­to di Lan­dau, che è un ef­fet­to di sta­bi­li­tà re­ver­si­bi­le nel­la fi­si­ca del pla­sma, in col­la­bo­ra­zio­ne con Mou­hout.

D. Nell’edi­zio­ne 2014, la Fields è sta­ta vin­ta per la pri­ma vol­ta nel­la sto­ria da una don­na, Ma­ryam Mir­za­kha­ni. Qual è il suo orien­ta­men­to sul­la que­stio­ne “don­ne e ma­te­ma­ti­ca”? Esi­ste una sor­ta di “sof­fit­to di cri­stal­lo” an­che nel suo cam­po?

R. Esi­ste un “sof­fit­to di cri­stal­lo” per le don­ne in tut­ti i cam­pi, que­sto è cer­to. Ed è an­che si­cu­ro che, in ma­te­ma­ti­ca, co­me in mol­ti al­tri set­to­ri in cui c’è com­pe­ti­zio­ne, ci so­no me­no don­ne che uo­mi­ni (e non suc­ce­de per­ché nel­la ga­ra qual­cu­no ba­ra). Que­sto spie­ga per­ché Ma­ryam Mir­za­kha­ni ab­bia fat­to la sto­ria. Mi si per­met­ta di sot­to­li­nea­re poi che non so­lo è una gran­de ma­te­ma­ti­ca ma ha an­che una gran­de per­so­na­li­tà, è bril­lan­te, e ge­ne­ro­sa.

D. Per lei, che cos’è il ge­nio?

R. “Ge­nio” è qual­cu­no che ha un’idea che ri­vo­lu­zio­na un ar­go­men­to e nes­su­no, in­clu­sa quel­la per­so­na, sa da do­ve vie­ne. Ce ne so­no e ce ne so­no sta­ti po­chi al mon­do. Poin­ca­ré era un ge­nio, Na­sh lo era, Pe­rel’man è si­cu­ra­men­te un ge­nio.

D. Lei di­ce di sen­tir­si “uno stu­den­te... per tut­ta la vi­ta”. Co­me an­da­va in ma­te­ma­ti­ca a scuo­la?

R. De­vo am­met­te­re che ero mol­to bra­vo.Ma, in fon­do, la co­sa non è poi co­sì im­por­tan­te.

D. Che co­sa di­reb­be a un ra­gaz­zi­no, og­gi, per in­vo­gliar­lo a stu­dia­re la ma­te­ma­ti­ca?

R. Beh, di­pen­de dal ra­gaz­zi­no. Qual­cu­no si po­treb­be con­vin­ce­re dal fat­to che la ma­te­ma­ti­ca sia ve­ra­men­te uti­le, a qual­cun al­tro

po­treb­be pia­ce­re l’idea di gio­ca­re e ri­sol­ve­re gli enig­mi, a qual­cun al­tro an­co­ra ne pia­ce­rà la bel­lez­za in­strin­se­ca, opp­pu­re sa­rà af­fa­sci­na­to dal­la straor­di­na­ria e ric­ca sto­ria di es­se­ri uma­ni e idee che la ma­te­ma­ti­ca rac­chiu­de. I ra­gaz­zi­ni so­no di­ver­si tra lo­ro e co­sì le lo­ro mo­ti­va­zio­ni.

D. Non le chie­de­rò qual è se­con­do lei l’equa­zio­ne più bel­la al mon­do per­ché co­no­sco già la sua ri­spo­sta: l’equa­zio­ne di Bol­tz­mann.Vuol pro­va­re a far­ci ca­pi­re per­ché è co­sì bel­la? È ve­ro che la ri­por­ta an­che a mar­gi­ne del suo au­to­gra­fo?

R. Nei miei au­to­gra­fi ri­por­to va­rie equa­zio­ni, di­pen­de dal mio sta­to d’ani­mo e dal tem­po che ho: quan­do fai au­to­gra­fi per ore e ore di fi­la, de­vi ri­flet­te­re at­ten­ta­men­te su quel­lo che scri­vi! Co­mun­que, l’equa­zio­ne di Bol­tz­mann rap­pre­sen­ta al­lo stes­so tem­po una for­mu­la astrat­ta di un in­gre­dien­te ba­se del no­stro mon­do, la cao­ti­ca col­li­sio­ne del­le par­ti­cel­le che ci cir­con­da­no, un’in­tui­zio­ne af­fa­sci­nan­te del pro­ble­ma del­la frec­cia del tem­po, un pro­ble­ma sti­mo­lan­te in ma­te­ma­ti­ca, un pae­se dei ba­loc­chi per la teo­ria dell’in­for­ma­zio­ne - nel sen­so che c’è mol­to da ana­liz­za­re, con cui di­ver­tir­si - la mec­ca­ni­ca dei flui­di e la mec­ca­ni­ca sta­ti­sti­ca, al­lo stes­so tem­po. D. Il ma­te­ma­ti­co è de­scrit­to ti­pi­ca­men­te co­me un so­li­ta­rio,in­ve­ce nel­la sua vi­ta sem­bra che gli scam­bi con i col­le­ghi ri­ve­sta­no un ruo­lo fon­da­men­ta­le. La sua di­sci­pli­na og­gi ha una di­men­sio­ne più“col­let­ti­va” ri­spet­to al pas­sa­to?

R. La ma­te­ma­ti­ca è sem­pre sta­ta un’av­ven­tu­ra col­let­ti­va, no­no­stan­te le leg­gen­de. Sto­ri­ca­men­te i ma­te­ma­ti­ci si scri­ve­va­no let­te­re. Og­gi, si man­da­no e-mail e si in­con­tra­no al­le con­fe­ren­ze pra­ti­ca­men­te in con­ti­nua­zio­ne.La ma­te­ma­ti­ca sta as­su­men­do la ten­den­za a es­se­re sem­pre di più col­let­ti­va, co­me tut­ta la scien­za in ge­ne­ra­le.

D. Lei è un gran­de ap­pas­sio­na­to di fu­met­ti man­ga. Qua­li so­no i suoi au­to­ri pre­fe­ri­ti? R. I clas­si­ci, Osa­muTe­zu­ka (i miei fi­gli han­no let­to mol­te vol­te i suoi la­vo­ri), Shi­ge­ru Mi­zu­ki, Nao­ki Ura­sa­wa, Ji­roTa­ni­gu­shi... so­no i mi­glio­ri. E vor­rei men­zio­na­re an­che Do­mu di Oto­mo, Dea­th No­te di Oh­ba-Oba­ta, Ascen­sion di Sa­ka­mo­to ecc. E non di­men­ti­chia­mo­ci il paz­zo, ma straor­di­na­rio Sue­hi­ro Ma­ruo.

D. Lei ha scrit­to che “man­ga e ma­te­ma­ti­ca non si me­sco­la­no”. For­se i man­ga le ser­vo­no per stac­ca­re la spi­na dal­la ma­te­ma­ti­ca?

R. I man­ga non so­no ve­ra­men­te qual­co­sa che ser­ve a sca­ri­ca­re la ten­sio­ne; so­no pie­ni di pas-

«Quan­do va­do al ci­ne­ma, ascol­to la mu­si­ca o leg­go un man­ga, è sem­pre per pro­va­re sen­ti­men­ti in­ten­si, non per ri­las­sar­mi»

sio­ne e sen­ti­men­ti, emo­zio­ni che ti esplo­do­no in fac­cia. Di­cia­mo che ti pu­ri­fi­ca­no dall’in­ter­no e ti col­pi­sco­no in pie­no vi­so. Pos­so­no far­ti pian­ge­re, far fa­re in­cu­bi e co­sì via, ma ti fan­no sen­ti­re uma­no. La­scia­te­mi an­che di­re che vi­vo ab­ba­stan­za be­ne quan­do so­no sot­to pres­sio­ne e non sen­to mol­to il de­si­de­rio di sca­ri­ca­re la ten­sio­ne. Quan­do va­do al ci­ne­ma, ascol­to la mu­si­ca o leg­go un man­ga è sem­pre per pro­va­re sen­ti­men­ti in­ten­si, non per ri­las­sar­mi.

D. Qual è il le­ga­me, cui lei ac­cen­na nel suo li­bro, tra cu­ci­na giap­po­ne­se e ana­li­si ma­te­ma­ti­ca?

R. So­no en­tram­be raf­fi­na­te, pro­dot­te con cu­ra, con un’at­ten­zio­ne amo­ro­sa e par­la­no tut­te e due di un equi­li­brio sot­ti­le e di un in­con­tro tra di­ver­si in­gre­dien­ti.

D. Re­stan­do in te­ma di ci­bo: è ve­ro che lei è un gran­de esper­to di for­mag­gi?

R. Cer­to, da buon fran­ce­se!

D. Lei pren­de ap­pun­ti dei suoi sogni e in­ven­ta sto­rie per i suoi bam­bi­ni. La fan­ta­sia è una par­te im­por­tan­te del­la sua ma­te­ma­ti­ca?

R. Cre­do che scri­ve­re i pro­pri sogni e rac­con­ta­re sto­rie ai fi­gli sia­no co­se che tut­ti do­vreb­be­ro fa­re. Nel mio li­bro ci­to Neil Gai­man quan­do di­ce che do­vrem­mo rac­con­tar­ci del­le sto­rie gli uni agli al­tri e che que­sta è la sua uni­ca re­li­gio­ne.

D. Lei ha det­to che pas­seg­gia­re sen­za scar­pe è l’idea­le per at­ti­va­re le idee. C’è qual­che al­tro con­si­glio che può da­re in que­sto sen­so?

R. Beh, ognu­no ha le pro­prie rou­ti­ne. Per me, per esem­pio, è fon­da­men­ta­le an­che un son­nel­li­no di 12 mi­nu­ti a me­tà gior­na­ta.

D. L’os­ser­va­zio­ne del­le on­de gra­vi­ta­zio­na­li è sta­ta ac­col­ta co­me un “sa­cro Graal” del­la fi­si­ca. Quel­lo del­la ma­te­ma­ti­ca?

R. L’ipotesi di Rie­mann, la no­ta con­get­tu­ra Dy­son-Mont­go­me­ry, il pro­ble­ma P=NP, il pro­ble­ma Na­vier-Sto­kes la con­get­tu­ra sui pri­mi ge­mel­li... ma an­che la com­pren­sio­ne ma­te­ma­ti­ca del­le re­ti di neu­ro­ni, la so­lu­zio­ne del­la Tur­bo­len­za... ce ne so­no co­sì tan­ti!

So­pra, un in­ten­so ri­trat­to di Vil­la­ni. Al cen­tro, dall’al­to in sen­so ora­rio Clau­de El­wood Shan­non, Georg Rie­mann,Te­ren­ce Tao, Pe­ter Schol­ze, Ma­ryam Mir­za­kha­ni. Nell’al­tra pa­gi­na, Gri­go­rij Pe­rel’man.

So­pra, da sn: al­cu­ni tra i man­ga più ama­ti da Vil­la­ni, Free­man Dy­son, Hu­gh Mont­go­me­ry e Neil Gai­man.

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