L’ere­di­tà di Umberto Eco: «Tut­ti comunichiamo»

È sta­to il più gran­de in­tel­let­tua­le ita­lia­no dei no­stri tem­pi, in gra­do di far­ci so­gna­re con i suoi ro­man­zi, di far­ci ri­flet­te­re con l’ar­gu­zia del­le sue bu­sti­ne di Mi­ner­va e di ap­pas­sio­nar­ci al lin­guag­gio con i suoi sag­gi. E se è ve­ro che co­mu­ni­ca­re è il

Meeting e Congressi - - Hot Topics - SIMONA P. K. DAVIDDI

Su que­sto nu­me­ro di Mee­ting e Con­gres­si, ci è par­so do­ve­ro­so un tri­bu­to a Umberto Eco, pa­dre del­la se­mio­ti­ca, esper­to di co­mu­ni­ca­zio­ne e me­dia, fi­lo­so­fo ar­gu­to, ro­man­zie­re fan­ta­sio­so e sag­gi­sta iro­ni­co: tut­te doti che, nel­la lo­ro es­sen­za più cri­stal­li­na, en­tra­no in gio­co an­che nell’or­ga­niz­za­zio­ne di un even­to. Sia­mo con­vin­ti che Eco, che ha sa­pu­to con­ci­lia­re la fi­lo­so­fia – ha una lau­rea in este­ti­ca, presa all’uni­ver­si­tà di To­ri­no – con la co­mu­ni­ca­zio­ne vi­si­va, che ha in­se­gna­to alla fa­col­tà di Ar­chi­tet­tu­ra all’Uni­ver­si­tà di Fi­ren­ze, con la se­mio­ti­ca (la scien­za che stu­dia la re­la­zio­ne tra il se­gno e il suo si­gni­fi­ca­to) ab­bia ancora tan­to da di­re, at­tra­ver­so i suoi “la­sci­ti”– dalle lec­tio ma­gi­stra­lis agli in­ter­ven­ti te­le­vi­si­vi, da­gli ar­ti­co­li di gior­na­le a, ça va sans di­re, i suoi li­bri – an­che al no­stro set­to­re, met­ten­do­lo in guar­dia, per esem­pio, da er­ro­ri co­mu­ni­ca­zio­na­li, di­gi­ta­li e social; per­ché se è ve­ro che le tec­no­lo­gie se­gna­no il rit­mo del pro­gres­so, il lo­ro uso er­ra­to è in gra­do di crea­re dan­ni sem­pre mag­gio­ri, va­ni­fi­can­do a vol­te un in­te­ro la­vo­ro.

CO­MU­NI­CA­ZIO­NE, DA IN­TER­PER­SO­NA­LE A GLO­BA­LE

«Co­mu­ni­ca­re si­gni­fi­ca at­ti­va­re nel­la men­te di qualcuno l’idea che c’era nel­la no­stra men­te. Si può fa­re con pa­ro­le, espres­sio­ni del vi­so, suo­ni e al gior­no d’og­gi il “gran­de co­mu­ni­ca­to­re” è co­lui che sa ren­de­re fa­cil­men­te com­pren­si­bi­li le pro­prie idee agli al­tri – af­fer­ma­va Umberto Eco –; una vol­ta si chia­ma­va­no “buo­ni ora­to­ri” e la lo­ro ar­te era stu­dia­ta dal­la re­to­ri­ca. In real­tà tut­ti comunichiamo (an­che il portiere d’al­ber­go), tra­smet­tia­mo se­gni af­fin­ché qualcuno li in­ter­pre­ti. È in­tri­gan­te l’omo­ni­mia che ri­guar­da i mez­zi di co­mu­ni­ca­zio­ne, in­te­si nel du­pli­ce si­gni­fi­ca­to di canali per tra­met­te­re mes­sag­gi e stru­men­ti per spo­star­si da un po­sto all’altro: nel mondo classico il “tra­spor­to” era an­che l’ar­ti­fi­cio me­ta­fo­ri­co che tra­spo­ne­va il si­gni­fi­ca­to di un ter­mi­ne let­te­ra­le in un ter­mi­ne fi­gu­ra­to: tra­sfe­ri­sco la mia idea nel­la men­te di qual­cun altro. Nel­la co­mu­ni­ca­zio­ne di mas­sa, tut­ta­via, l’emit­ten­te non co­no­sce più direttamente il de­sti­na­ta­rio, se non in mo­do ge­ne­ri­co: an­che nel­la co­mu­ni­ca­zio­ne in­ter­per­so­na­le non sem­pre il co­di­ce è con­di­vi­so al cen­to per cen­to, si pen­si alle iro­nie non com­pre­se o alle al­lu­sio­ni non col­te». Conoscere le at­tua­li di­na­mi­che le­ga­te alla co­mu­ni­ca­zio­ne e ai nuo­vi mez­zi di co­mu­ni­ca­zio­ne è dun­que cru­cia­le per i plan­ner: una buo­na pa­dro­nan­za dei social me­dia, in­fat­ti, è og­gi in gra­do di de­cre­ta­re il suc­ces­so di un even­to o il suo fal­li­men­to. Al­lo stes­so mo­do, as­si­cu­rar­si di con­di­vi­de­re il

Newspapers in Italian

Newspapers from Italy

© PressReader. All rights reserved.