Mi­chael Fas­sben­der

Uno de­gli at­to­ri ri­ve­la­zio­ne dell’an­no, si con­fer­ma co­me l’in­ter­pre­te più in­ten­so dell’at­tua­le pa­no­ra­ma hol­ly­woo­dia­no

News Cinema - - SPECIALE CINEMA - di Fran­ce­sca Ti­be­ri

Te­nen­te ba­star­do in Ba­star­di sen­za glo­ria, eroe in X-men, ce­re­bra­le uo­mo di scien­za in A Dan­ge­rous Me­thod, ro­man­ti­co Lord ot­to­cen­te­sco in Ja­ne Ey­re, ma nes­su­na no­mi­na­tion agli Oscar per lui, ep­pu­re Mi­chael Fas­sben­der, vin­ci­to­re del­la Cop­pi Vol­pi al­la 68/a edi­zio­ne del Fe­sti­val di Ve­ne­zia gra­zie al chiac­chie­ra­to ruo­lo in Sha­me, si con­fer­ma co­me l'in­ter­pre­te più in­ten­so dell'at­tua­le pa­no­ra­ma hol­ly­woo­dia­no: per mez­zo di una sor­pren­den­te espres­si­vi­tà, sia fac­cia­le che cor­po­rea, rie­sce a co­mu­ni­ca­re un'in­fi­ni­tà di emo­zio­ni, che pe­ne­tra­no drit­te nel­le ve­ne dello spet­ta­to­re sen­za al­cun fil­tro.

Tra tut­ti i ruo­li in­ter­pre­ta­ti, si­cu­ra­men­te quel­lo di Bran­don Sul­li­van, pro­ta­go­ni­sta di Sha­me co­sti­tui­sce la pro­va re­ci­ta­ti­va mag­gio­re di Mi­chael, che que­sta vol­ta ha as­sun­to, per l'ami­co Ste­ve Mcqueen, le sem­bian­ze di un per­so­nag­gio bor­der­li­ne: per­fet­to yan­kee di gior­no ed ero­to­ma­ne di not­te. Già nel suo pri­mo lun­go­me­trag­gio, Hun­ger (Ca­mé­ra d'or al­la 61/a edi­zio­ne del Fe­sti­val di Can­nes), Mcqueen ave­va chie­sto a Fas­sben­der di la­vo­ra­re sul suo cor­po, re­ci­tan­do un co­pio­ne in cui que­sto ha un ruo­lo fon­da­men­ta­le: se in Hun­ger in­ter­pre­ta­va un at­ti­vi­sta nor­dir­lan­de­se del PI­RA, Bob­by Sands, che cer­ca­va di usci­re dal car­ce­re co­strin­gen­do il suo fi­si­co a sop­por­ta­re un du­ro scio­pe­ro del­la fa­me, in Sha­me il cor­po si fa pri­gio­ne dell'ani­ma.

Pre­da di una ir­re­fre­na­bi­le os­ses­sio­ne per il ses­so, Bran­don, af­fa­sci­nan­te tren­ten­ne che la­vo­ra a New York, ma di ori­gi­ni ir­lan­de­si, dopo gli im­pe­gni la­vo­ra­ti­vi, si de­di­ca all'ap­pa­ga­men­to del suo de­si­de­rio ses­sua­le e, con sma­nia fuo­ri dal co­mu­ne, si ab­ban­do­na al­la ri­cer­ca di rap­por­ti oc­ca­sio­na­li nel­le il­lu­mi­na­te e quan­to­mai ster­mi­na­te stra­de del­la grande me­la, op­pu­re in ca­sa at­tra­ver­so il web e le vi­deo­chat hot.

Mcqueen ci tra­sci­na nel ba­ra­tro di que­sta di­pen­den­za che la­scia at­to­ni­ti, sen­za fia­to, sen­za più sa­li­va­zio­ne, al­lo scor­re­re dei lun­ghi piani sequenza, in cui Fas­sben­der

of­fre tutto di se stes­so. L'in­sta­bi­li­tà tra­vol­ge an­che il rap­por­to con la so­rel­la Sis­sy ( Ca­rey Mul­li­gan), co­stret­ta a piom­bar­gli in ca­sa con una scu­sa per riu­sci­re a ve­der­lo. An­che Sis­sy, co­stan­te­men­te in bi­li­co tra la vi­ta e il sui­ci­dio, ha i suoi pro­ble­mi e i due fra­tel­li fi­ni­sco­no per scon­trar­si in­ve­ce di es­se­re un ri­fu­gio l'uno per l'al­tra. Di grande ef­fet­to l'in­ter­pre­ta­zio­ne di New York New York del­la Mul­li­gan, che fa emer­ge­re nell'ani­mo di Bran­don del­le im­pre­ci­sa­te emo­zio­ni, for­man­do una cre­pa nel suo mu­ro di anaf­fet­ti­vi­tà.

Non po­ten­do più la­scia­re che la sua os­ses­sio­ne si di­la­ti per tut­ta la giornata, Bran­don va fuo­ri di te­sta e co­la sem­pre più a pic­co nell'uni­ver­so a lu­ci ros­se del ses­so sen­za fre­ni, fin­ché non ini­zia a per­ce­pi­re di aver toc­ca­to il fon­do. Al­lo­ra la ver­go­gna pian pia­no si fa stra­da den­tro di lui, ri­cor­dan­do­gli tra­gi­ca­men­te che è co­stret­to ad af­fron­ta­re la vi­ta. La fo­to­gra­fia di­stac­ca­ta di Sean Bob­bit ri­ve­la l'in­ten­zio­ne di non da­re al­cun giudizio sul per­so­nag­gio, ma di mo­stra­re la ca­pa­ci­tà re­la­zio­na­le di un uo­mo mo­der­no in­con­sa­pe­vol­men­te schiac­cia­to dal pe­so del­la sua esi­sten­za. No­no­stan­te all'ap­pa­ren­za sia un uo­mo in gra­do di ap­pa­ga­re tut­ti i suoi bi­so­gni oc­ci­den­ta­li, ter­mi­na­to l'ora­rio di la­vo­ro la so­li­tu­di­ne e il sen­so di col­pa lo spin­go­no ad espia­re e a sfo­ga­re la pro­pria vi­ri­li­tà, ab­ban­do­nan­do­si ad una di­pen­den­za che lo an­nul­la.

Mcqueen non ri­ve­la nul­la del­la sto­ria di Bran­don, non è pe­rò dif­fi­ci­le in­tui­re che si trat­ta di un uo­mo pro­fon­da­men­te so­lo, il qua­le re­pri­me a fa­ti­ca qual­co­sa che ha se­gna­to il suo pas­sa­to: for­se le sue ori­gi­ni, for­se un rap­por­to am­bi­guo con la so­rel­la. Inu­ti­li le polemiche sul nu­do, su ciò che si ve­de e ciò che ri­ma­ne na­sco­sto. Si chia­ma ma­li­zia e per for­tu­na la re­gia di Mcqueen, di­stac­ca­ta e vi­sce­ra­le al tem­po stes­so, non ne co­no­sce la no­zio­ne, co­strin­gen­do piut­to­sto al­la ri­fles­sio­ne su un'esi­sten­za sca­bro­sa.

PROS­SI­MI PRO­GET­TI

Pros­si­ma­men­te ve­dre­mo an­co­ra il bel Fas­sben­der sul grande scher­mo in film co­me Knoc­kout - Re­sa dei con­ti di So­der­ber­gh, in uscita al ci­ne­ma il pros­si­mo 24 Feb­bra­io, e nell'at­te­sis­si­mo Pro­me­theus di­ret­to Rid­ley Scott. In can­tie­re c'è an­che un nuo­vo pro­get­to con Ste­ve Mcqueen dal ti­to­lo 12 Years a Sla­ve.

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