Amour

Il Vin­ci­to­re della Pal­ma d’oro è il film di­ret­to da Mi­chael Ha­ne­ke

News Cinema - - CANNES - Di An­drea Pir­rel­lo

Due an­ni dopo la Pal­ma d’Oro per Il na­stro bian­co, Mi­chael Ha­ne­ke tor­na in con­cor­so al Fe­sti­val di Can­nes con una sto­ria d’amo­re. Amour, per l’ap­pun­to, che rac­con­ta il le­ga­me tra Geor­ges (Jea­nLouis Trin­ti­gnant) e An­ne ( Em­ma­nuel­le Riva), cop­pia di ot­tan­ten­ni della bor­ghe­sia francese, mes­sa al­la pro­va dall’ic­tus che col­pi­sce lei. Se­ve­ro, asciut­to e sof­fo­can­te co­me so­lo un film di Ha­ne­ke sa es­se­re, Amour rie­sce a de­scri­ve­re all’in­ter­no e at­tra­ver­so le for­me a cui l’au­to­re ci ha abi­tua­to, l’unio­ne pro­fon­da dei due, e il dram­ma di una vec­chia­ia che ine­so­ra­bil­men­te ti sot­trae ogni co­sa. Ha­ne­ke non si al­lon­ta­na mai dai suoi per­so­nag­gi, ma non in­va­de nean­che il lo­ro cam­po. Co­stan­te­men­te pre­sen­ti e so­li, in­ca­stra­ti in un ap­par­ta­men­to da cui noi non uscia­mo mai, per­cor­ro­no gli ul­ti­mi pas­si as­sie­me con trat­te­nu­to do­lo­re, e spie­ta­ta con­sa­pe­vo­lez­za. Le uni­che fu­ghe dal­le mu­ra so­no, co­me spes­so ac­ca­de in Ha­ne­ke, nella men­te, nel ri­cor­do, e nel so­gno. Uni­ca pre­sen­za a en­tra­re nella lo­ro di­men­sio­ne, a met­ter­li in con­tat­to con l’ester­no, è la fi­glia ( Isa­bel­le Hup­pert). Non una sba­va­tu­ra, non un’ in­cer­tez­za. Si vie­ne len­ta­men­te as­sor­bi­ti dal­la quo­ti­dia­ni­tà dei per­so­nag­gi fi­no al­la fi­ne. Ine­so­ra­bi­le co­me la de­ca­den­za fi­si­ca e men­ta­le che so­no co­stret­ti a vi­ve­re i pro­ta­go­ni­sti. Due in­ter­pre­ta­zio­ni quel­le di Trin­ti­gnant, (di cui si sen­ti­va la man­can­za), e della Riva che, for­se an­che per estre­ma im­me­de­si­ma­zio­ne, la­scia­no sen­za pa­ro­le.

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