La mia vi­ta è uno zoo

News Cinema - - CINEMA - di Giu­lia Sbaf­fi

Ad un pri­mo ra­pi­do as­sag­gio La mia vi­ta è un zoo sem­bra pre­sen­tar­si al suo pub­bli­co co­me il più clas­si­co dei film “per tut­ti”. Gli in­gre­dien­ti ba­se sem­bra­no in­fat­ti es­ser­ci tut­ti; sul­lo sfon­do di un’ Ame­ri­ca che si mo­stra con i suoi co­lo­ri più bril­lan­ti e i suoi pae­sag­gi più af­fa­sci­nan­ti, lon­ta­no dal traf­fi­co fre­ne­ti­co della cit­tà di Los An­ge­les, un pa­dre ve­do­vo e di­so­rien­ta­to si tra­sfe­ri­sce fuo­ri cit­tà per cer­ca­re di al­le­via­re il do­lo­re dei suoi due fi­gli, il pro­ble­ma­ti­co Dy­lan e la pic­co­la Ro­sie, in­ter­pre­ta­ta da una pic­co­lis­si­ma Mag­gie Eli­za­be­th

Jo­nes, il vol­to più dol­ce e en­tu­sia­sman­te del film, ve­ro mo­to­re trai­nan­te della sto­ria. Nella gran­de casa ac­qui­sta­ta da Be­n­ja­min Mee, un Matt Da­mon estre­ma­men­te con­vin­cen­te nei pan­ni di pa­dre-di­strat­to e in­cau­to, si na­scon­de pe­rò una pic­co­la in­gom­bran­te sor­pre­sa, uno zoo e con que­sto, il suo eclet­ti­co team di ad­det­ti ai la­vo­ri, ca­pi­ta­na­ti dal­la re­spon­sa­bi­le Kel­ly Fo­ster, in­ter­pre­ta­ta da Scar­lett Jo­hans­son. Tra re­cin­zio­ni ed ani­ma­li, pri­me cot­te e il ten­ta­ti­vo di su­pe­ra­re la mor­te di una pre­sen­za co­sì fon­da­men­ta­le per un equi­li­brio fa­mi­lia­re, Ca­me­ron Cro­we, di ri­tor­no al­la re­gia dopo sei an­ni dall’in­suc­ces­so im­me­ri­ta­to del de­li­ca­to Eli­za­be­th­to­wn, co­strui­sce una sto­ria che va ben ol­tre i to­ni clas­si­ci della com­me­dia dal­la for­te par­te­ci­pa­zio­ne emo­ti­va e si pre­sen­ta con quel piz­zi­co di ri­cer­ca­ta ori­gi­na­li­tà e sa­ga­ce iro­nia che ren­de il film as­so­lu­ta­men­te pia­ce­vo­le e di­ver­ten­te, seb­be­ne for­se trop­po af­fret­ta­to e ba­na­le nella con­clu­sio­ne, un lie­to fi­ne ec­ces­si­va­men­te di­sney­ia­no. E’ nella co­stru­zio­ne dei per­so­nag­gi del team di ad­det­ti del­lo zoo, tra i qua­li spun­ta an­che Pa­trick Fugit, il gio­va­ne cro­ni­sta di Qua­si

Fa­mo­si (Al­mo­st Fa­mous), e nelle scel­te de­gli ab­bi­na­men­ti mu­si­ca­li che si sve­la il toc­co per­so­na­lis­si­mo del re­gi­sta.

Ca­me­ron Cro­we, ol­tre ad es­se­re un abi­le e crea­ti­vo re­gi­sta, è sen­za om­bra di dub­bio un estre­mo cul­tu­re della mu­si­ca, par­te in­te­gran­te della la­vo­ra­zio­ne di qua­si tut­ti i suoi film. Un col­la­ge di mu­si­ca di qua­li­tà e di estre­ma di­ver­si­tà ac­com­pa­gna tut­ti e 124 mi­nu­ti del film; dai Pearl Jam di Ed­die Ved­der, pro­ta­go­ni­sti as­so­lu­ti del do­cu­men­ta­rio Twen­ty fir­ma­to dal­lo stes­so Cro­we, La mia Vi­ta è uno zoo, at­tra­ver­sa i rit­mi oni­ri­ci di Bon Iver e Jon­si, lea­der della band islan­de­se dei Si­gur Ros, per ar­ri­va­re ad omag­gia­re i gran­di clas­si­ci del rock an­ni 70 : Neil

Young, Cat Ste­vens e Bob Dy­lan. Quan­to ai per­so­nag­gi, il film di Ca­me­ron Cro­we sor­pren­de pro­prio per la sem­pli­ci­tà con cui il re­gi­sta rie­sce ad ac­cor­da­re un co­ro di vo­ci di­ver­se che spic­ca­no per la lo­ro per­so­na­le ori­gi­na­li­tà, ma che si man­ten­go­no sem­pre per­fet­ta­men­te an­co­ra­te al fi­lo della sto­ria. Ac­can­to a Be­n­ja­min e i suoi due fi­gli, ap­pa­re il su­per­fi­cia­le e ma­te­ria­li­sta fra­tel­lo Dun­can, l’uo­mo si mo­stra dap­pri­ma ri­lut­tan­te e spa­ven­ta­to dal­la de­ci­sio­ne pre­sa dal fra­tel­lo mi­no­re, da sem­pre trop­po fa­ci­le al ri­schio dell’avventura, ma al­la fi­ne si la­sce­rà coin­vol­ge­re an­che lui nel pro­get­to. Il com­po­si­to e sim­pa­ti­co team del Ro­se­moor Ani­mal Park, ol­tre al­la già ci­ta­ta Kel­ly e al per­so­nag­gio in­ter­pre­ta­to da Fugit, sim­pa­ti­co e ta­ci­tur­no, com­pa­re la tre­di­cen­ne e biz­zar­ra Li­ly ( El­len Fan­ning) che con la sua dol­cez­za e la sua estre­ma pa­zien­za rie­sce a far brec­cia nel cuo­re di Dy­lan por­tan­do via un pò del pe­so e dell’in­fe­li­ci­tà che il ra­gaz­zo por­ta con sé a se­gui­to della scom­par­sa della mam­ma e della to­ta­le man­can­za di rap­por­ti con suo pa­dre. La sto­ria di La mia vi­ta è uno zoo,

We Bought a Zoo ne­gli Usa, è sta­ta li­be­ra­men­te trat­ta dall’omo­ni­mo ro­man­zo di Be­n­ja­min Mee, lo scrit­to­re e gior­na­li­sta del quo­ti­dia­no in­gle­se The Guar­dian, che nell’Ago­sto del 2006 de­ci­se d’im­pie­ga­re tut­te le ri­sor­se della sua fa­mi­glia, ac­qui­sen­do la pro­prie­tà del Dart­moor Wild­li­fe Park, il giar­di­no zoo­lo­gi­co aper­to nel 1968 a De­von, in Inghilterra. Mee de­ci­se di ab­ban­do­na­re la sua vi­ta in cit­tà, tra­sfe­ren­do­si con la fa­mi­glia al se­gui­to, nelle cam­pa­gne in­gle­si per de­di­car­si a que­sto in­so­li­to e mai ten­ta­to im­pie­go. Par­ti­to co­me un az­zar­do, un’in­cau­ta avventura, il pro­get­to di Be­n­ja­min e della sua fa­mi­glia, ha in­ve­ce per­mes­so la ria­per­tu­ra del­lo zoo, por­tan­do inol­tre al­la crea­zio­ne di un do­cu­men­ta­rio e del li­bro au­to­bio­gra­fi­co di cui la Twen­ty Cen­tu­ry Fox ha de­ci­so di ac­qui­sta­re i di­rit­ti nel 2009. A fa­re da fi­lo con­dut­to­re tra le due sto­rie, quel­la del li­bro e quel­la del film ispi­ra­to­gli, c’è tut­to il co­rag­gio di un uo­mo pron­to a scon­vol­ge­re la pro­pria vi­ta e il suo mon­do, ca­lan­do­si in una real­tà sco­no­sciu­ta, ma ric­ca di sug­ge­stio­ni e di en­tu­sia­smo.

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