The Ama­zing Spi­der­man

L’uo­mo Ra­gno ha un nuo­vo vol­to

News Cinema - - ADS - di An­drea Pir­rel­lo

L'ar­ram­pi­ca mu­ri tor­na a tes­se­re te­le sul gran­de schermo, ma que­sta vol­ta la Mar­vel ri­co­min­cia da ze­ro. Nuove ra­gna­te­le, nuo­vo co­stu­me , nuo­vi at­to­ri, nuo­vo re­gi­sta e nuo­va cit­tà. In real­tà è sem­pre New York, ma que­sta vol­ta è una me­tro­po­li più fosca, not­tur­na, mol­to più si­mi­le al­la Go­tham City di Bat­man, che al­la co­lo­ra­tis­si­ma e bril­lan­te Gran­de Me­la di Sam Rai­mi. Il pa­ra­go­ne con la tri­lo­gia pre­ce­den­te è ine­vi­ta­bi­le, per­ché, in prin­ci­pio, non si sen­ti­va la ne­ces­si­tà di rin­no­va­re le ve­sti ci­ne­ma­to­gra­fi­che del su­pe­re­roe. Ma l'ope­ra­zio­ne, in li­nea con i prin­ci­pi del mer­ca­to dei co­mics, è tutt'al­tro che un re­sty­ling. È un ca­pi­to­lo uno, con tut­te le di­na­mi­che di ge­ne­si del per­so­nag­gio, dei suoi po­te­ri e dell'uni­ver­so in cui agi­sce. Ma que­sta vol­ta vie­ne ag­giun­to un ele­men­to nuo­vo: il mi­ste­ro del­la scom­par­sa dei ge­ni­to­ri di Pe­ter Par­ker. Di fat­to, lo Spi­der-Man di Marc Webb ( 500 gior­ni

in­sie­me), re­gi­sta di com­me­die sen­ti­men­ta­li, de­sti­na­to nel no­me a di­ri­ge­re que­sto film, ha co­me ri­fe­ri­men­to più pros­si­mo la se­rie di Ul­ti­ma­te

Spi­der-Man, dai to­ni più in­ti­mi­sti e cu­pi del­le se­rie tra­di­zio­na­li. Pe­ter Par­ker è un ado­le­scen­te, os­su­to e in­si­cu­ro, ap­pas­sio­na­to di scien­ze, fo­to­gra­fia e ska­te. An­drew Gar­field sem­bra na­to per que­sto ruo­lo. Con­vin­ce, a tal pun­to da ren­de­re su­per­fluo il con­fron­to con To­bie McGui­re. La scel­ta sem­bra co­sì in­do­vi­na­ta e l'in­ter­pre­ta­zio­ne co­sì dif­fe­ren­te, da con­fe­ri­re al film una ve­ra au­to­no­mia dal­la

pre­ce­den­te sa­ga. Ma se le in­ter­pre­ta­zio­ni, l'at­mo­sfe­ra e il to­no scel­to da Webb con­vin­co­no, al­cu­ni bu­chi di sce­neg­gia­tu­ra mi­na­no i pun­ti di for­za del film. La po­ca cre­di­bi­li­tà di cer­te scel­te nar­ra­ti­ve o di cer­ti dia­lo­ghi, in­de­bo­li­sco­no la sto­ria, non al pun­to da ro­vi­nar­ne la go­di­bi­li­tà, ma quel tan­to che ba­sta a mar­ca­re la dif­fe­ren­za tra un re­gi­sta co­me Webb e uno co­me Rai­mi. La sce­na che va­le tut­to il film è quel­la dell'or­mai tra­di­zio­na­le ca­meo di Stan Lee. Sen­za al­cun dub­bio la più bel­la e più lun­ga sce­na che lui ab­bia gi­ra­to in uno dei film dei suoi su­pe­re­roi.

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