Re­gi­nald Green Par­la il pa­pà di Ni­cho­las: «Mio fi­glio ha re­ga­la­to ad An­drea 22 an­ni di vi­ta» di Re­gi­nald Green

È STA­TO STRONCATO DA UN TU­MO­RE IL 37ENNE AL QUA­LE FU TRAPIANTATO L’OR­GA­NO DEL BAM­BI­NO AME­RI­CA­NO UC­CI­SO SUL­LA SA­LER­NO-REG­GIO CA­LA­BRIA NEL 1994. IL PA­PÀ DEL PIC­CO­LO DO­NA­TO­RE: «È STA­TO UNO CHOC, MA AL­ME­NO HA AVU­TO LA POS­SI­BI­LI­TÀ DI VI­VE­RE»

Oggi - - Sommario - Di Re­gi­nald Green

Quan­do ho ap­pre­so la no­ti­zia che An­drea Mon­giar­do, un 37enne di Ro­ma, era mor­to, lo choc che ho pro­va­to non è sta­to so­lo per la sua gio­va­ne età o per il fat­to che l’ul­ti­ma vol­ta che ave­vo avu­to no­ti­zie su di lui sem­bra­va sta­re be­ne. Ma si è trat­ta­to del fat­to che es­sen­do lui sopravvissuto a una se­rie di ope­ra­zio­ni chi­rur­gi­che al cuo­re da bam­bi­no - ognu­na del­le qua­li avreb­be po­tu­to uc­ci­der­lo - e che a 15 an­ni con una mor­te qua­si cer­ta lon­ta­na po­chi me­si fu sal­va­to dal tra­pian­to di un cuo­re - do­po aver su­pe­ra­to tut­to ciò, era sta­to al­la fi­ne so­praf­fat­to.

«HA AVU­TO PAS­SIO­NI E SOD­DI­SFA­ZIO­NI»

Sen­to que­st’emo­zio­ne in mo­do par­ti­co­lar­men­te for­te per­ché so­no il pa­dre di Ni­cho­las Green, il bam­bi­no ame­ri­ca­no di 7 an­ni il cui cuo­re an­dò ad An­drea. Ni­cho­las fu col­pi­to du­ran­te un ten­ta­ti­vo di ra­pi­na lun­go l’au­to­stra­da Sa­ler­no-Reg­gio Ca­la­bria nel 1994, e mia mo­glie Mag­gie ed io do­nam­mo i suoi or­ga­ni a set­te per­so­ne mol­to ma­la­te, una del­le qua­li era An­drea. Quel cuo­re non so­lo gli sal­vò la vi­ta, ma gli die­de una nuo­va vi­ta, che ha avu­to per 22 an­ni. Dall’es­se­re una pic­co­la fi­gu­ra in­quie­ta e gra­ci­le, con­sa­pe­vo­le che ogni vol­ta che an­da­va a dor­mi­re avreb­be po­tu­to non ri­sve­gliar­si, re­cu­pe­rò in­te­res­se al­la vi­ta - in­clu­sa una pas­sio­ne per il cal­cio - ed ot­ten­ne il suo primo la­vo­ro. L’ho in­con­tra­to al­cu­ne vol­te, qual­co­sa che di so­li­to non è pos­si­bi­le in Ita­lia, do­ve la fa­mi­glia del do­na­to­re e i ri­ce­ven­ti non si in­con­tra­no qua­si mai o non san­no nean­che chi sia l’al­tra par­te. Per An­drea e per noi, que­sta ri­ser­va- tez­za non fu mai pos­si­bi­le per­ché la sto­ria di Ni­cho­las si dif­fu­se per l’Ita­lia a mac­chia d’olio e tut­ti i ri­ce­ven­ti di­ven­ne­ro co­no­sciu­ti qua­si im­me­dia­ta­men­te. So­no mol­to con­ten­to di que­sto. Ne­gli Sta­ti Uni­ti, do­ve vi­via­mo, le due par­ti pos­so­no in­con­trar­si se en­tram­be lo vo­glio­no e se i lo­ro dot­to­ri si di­co­no d’ac­cor­do. Co­no­sco pa­rec­chie fa­mi­glie che so­no di­ven­ta­te ami­che in­ti­me dell’al­tra par­te. Ho an­che in­con­tra­to mol­te fa­mi­glie in tut­to il mon­do il cui più gran­de de­si­de­rio è di ave­re que­sto con­tat­to.

«È STA­TO BEL­LE VE­DE­RE LE PER­SO­NE RINASCERE»

Ogni na­zio­ne de­ve pren­de­re le pro­prie de­ci­sio­ni, e non vo­glio in­ter­fe­ri­re con lan­do dal pun­to di vi­sta stret­ta­men­te per­so­na­le, pos­so di­re che sia per noi sia per i ri­ce­ven­ti di Ni­cho­las il co­no­scer­ci è sta­to te­ra­peu­ti­co. Da par­te no­stra, ab­bia­mo vi­sto co­me la no­stra do­na­zio­ne ab­bia tra­sfor­ma­to set­te pa­zien­ti spa­ven­ta­ti in set­te per­so­ne che vi­vo­no del­le vi­te più o me­no nor­ma­li. Que­sta è una gran­de con­so­la­zio­ne. Sap­pia­mo che la vi­ta di Ni­cho­las non è sta­ta so­lo but­ta­ta via. Da par­te lo­ro, non cre­do che sof­fra­no di una del­le pro­ble­ma­ti­che che af­fron­ta­no mol­ti

ri­ce­ven­ti: un sen­so di col­pa ad es­se­re vi­vi per­ché qual­cun al­tro è mor­to. I no­stri ri­ce­ven­ti san­no che avrem­mo fat­to tut­to il pos­si­bi­le per man­te­ne­re vi­vo Ni­cho­las. Ma era mor­to, e nul­la che po­tes­si­mo fa­re avreb­be cam­bia­to la no­stra per­di­ta. An­drea e gli al­tri han­no sa­pu­to fin dal no­stro primo in­con­tro che quel­lo che vo­le­va­mo di più per ognu­no di lo­ro era una vi­ta lun­ga e fe­li­ce. Non ab­bia­mo mai pen­sa­to che Ni­cho­las con­ti­nuas­se a vi­ve­re in sen­so rea­le in que­sti set­te cor­pi dif­fe­ren­ti. Que­gli or­ga­ni or­mai so­no i lo­ro e ad og­gi li han­no avu­ti tre vol­te più a lun­go di quan­to non ab­bia fat­to lui. E co­sì, quan­do An­drea è mor­to po­chi gior­ni fa, non è sta­to co­me se Ni­cho­las fos­se mor­to di nuo­vo: que­sta vol­ta la no­stra tri­stez­za non era per Ni­cho­las (sen­tia­mo que­sta tri­stez­za tut­to il tem­po), ma per un ami­co che ave­va avu­to una vi­ta dif­fi­ci­le e ave­va la­scia­to noi - e i suoi amo­re­vo­li ge­ni­to­ri - trop­po pre­sto. Per me la co­sa peg­gio­re del­la mor­te di Ni­cho­las non è il do­lo­re che ha cau­sa­to a noi, qua­si in­sop­por­ta­bi­le per me­si do­po la sua uc­ci­sio­ne. No, la co­sa peg­gio­re è il sentimento che lui - e ades­so An­drea - non as­sa­po­re­ran­no mai tut­te le co­se che ren­do­no la vi­ta de­gna di es­se­re vis­su­ta, i li­bri che non leg­ge­ran­no

mai, i tra­mon­ti che non ve­dran­no mai, la mo­glie e i fi­gli che non avran­no mai. La glo­ria del­la do­na­zio­ne de­gli or­ga­ni è che può sal­va­re co­sì tan­to di tut­to que­sto spre­co. Sap­pia­mo tut­ti che la mor­te ha un fi­ne, per quan­to pos­sa ap­pa­ri­re du­ro, far soc­com­be­re i vec­chi e gli in­fer­mi per fa­re spa­zio a gio­va­ni e na­scen­ti. Ma nel suo mo­do sgra­zia­to, la mor­te trop­po spes­so re­ci­de an­che i fio­ri di pri­ma­ve­ra. Co­sì, ci so­no bam­bi­ni in tut­to il mon­do che muo­io­no so­lo per­ché uno dei lo­ro or­ga­ni si gua­sta. Il mi­ra­co­lo me­di­co del tra­pian­to può rim­piaz­za­re quell’or­ga­no e da­re a quei fra­gi­li cor­pi­ci­ni un ini­zio com­ple­ta­men­te nuo­vo. Nei die­ci an­ni suc­ces­si­vi al­la mor­te di Ni­cho­las, i tas­si del­la do­na­zio­ne de­gli or­ga­ni in Ita­lia so­no tri­pli­ca­ti e mi- glia­ia di per­so­ne che sa­reb­be­ro mor­te so­no in­ve­ce vi­ve. Cre­do che nes­sun’al­tra na­zio­ne al mon­do avreb­be ri­spo­sto con una ta­le com­pas­sio­ne. Ma le mor­ti su­per­flue con­ti­nua­no. È ve­ro che qua­si tut­ti pen­sa­no che la do­na­zio­ne de­gli or­ga­ni sia la co­sa giu­sta da fa­re. Chi non lo pen­se­reb­be? E la de­ci­sio­ne di do­na­re sal­va in me­dia tre o quat­tro vi­te. Per­ché si do­vreb­be­ro in­ve­ce sem­pli­ce­men­te sep­pel­li­re que­gli or­ga­ni?

«SPE­RO SIA D’ESEM­PIO IL CO­RAG­GIO DI AN­DREA»

Ma quel­lo che ac­ca­de nel­la vi­ta rea­le è che le per­so­ne ar­ri­va­no in ospe­da­le do­ve sco­pro­no che qual­cu­no che ama­no ha avu­to un in­ci­den­te stra­da­le, o un col­po apo­plet­ti­co im­prov­vi­so o, co­me nel no­stro ca­so, è sta­to vit­ti­ma del­la vio­len­za. Le lo­ro men­ti so­no in sub­bu­glio e tro­var­si ad af­fron­ta­re una de­ci­sio­ne in quell’esat­to mo­men­to su qual­co­sa su cui non han­no mai ri­flet­tu­to se­ria­men­te, è trop­po per mol­te di lo­ro. Di­co­no no, e se ne ram­ma­ri­ca­no per il re­sto del­la vi­ta, ren­den­do­si con­to trop­po tar­di che han­no re­spin­to quel­la che è pro­ba­bil­men­te la mi­glio­re op­por­tu­ni­tà che avran­no mai di ren­de­re il mon­do un po­sto mi­glio­re. E que­sto è il mo­ti­vo per cui Mag­gie e io ab­bia­mo tra­scor­so gli ul­ti­mi 22 an­ni a par­la­re a chiun­que vo­les­se ascol­tar­ci, ovun­que nel mon­do, sul bi­so­gno di pen­sa­re ora al­la do­na­zio­ne de­gli or­ga­ni, quan­do la mor­te è an­co­ra di­stan­te e le men­ti so­no cal­me. Ma la do­na­zio­ne de­gli or­ga­ni è an­che più del sal­va­re vi­te: ogni an­no, de­ci­ne di mi­glia­ia di per­so­ne in tut­to il mon­do, che han­no ap­pe­na per­so qual­cu­no che per lo­ro si­gni­fi­ca più del­la pro­pria vi­ta, rie­sco­no a re­si­ste­re al­la ten­ta­zio­ne di ri­trar­si nell’ama­rez­za o nel do­lo­re e sten­do­no le brac­cia per aiu­ta­re del­le per­so­ne che non han­no mai co­no­sciu­to e che in quel mo­men­to so­lo lo­ro in tut­to il mon­do pos­so­no sal­va­re. Il mio più gran­de de­si­de­rio per An­drea è che il mo­do co­rag­gio­so con cui ha af­fron­ta­to la sof­fe­ren­za pos­sa per­sua­de­re al­tre de­ci­ne di mi­glia­ia di per­so­ne a do­na­re an­che lo­ro gli or­ga­ni.

de­di­ca­ta al suo bam­bi­no

1994 1995 2017 «IL DE­STI­NO SI È ACCANITO» Qui a si­ni­stra, il bim­bo ame­ri­ca­no Ni­cho­las Green: ave­va 7 an­ni quan­do fu uc­ci­so da un pro­iet­ti­le du­ran­te un ten­ta­ti­vo di ra­pi­na sul­la Sa­ler­no - Reg­gio Ca­la­bria. In al­to, uno scat­to del 1995 ri­trae Re­gi­nald Green con il 15en­ne An­drea Mon­giar­do, al qua­le era sta­to da po­co trapiantato il cuo­re di Ni­cho­las. So­pra, una fo­to re­cen­te di Mon­giar­do, mor­to di tu­mo­re a 37 an­ni. Nell’al­tra pa­gi­na, pa­pà Re­gi­nald inau­gu­ra una piaz­za de­di­ca­ta al fi­glio a Cas­si­no (Fro­si­no­ne).

«OG­GI» RIU­NÌ I “FRA­TEL­LI ITA­LIA­NI” DEL BIM­BO AME­RI­CA­NO So­pra, la gran­de riu­nio­ne or­ga­niz­za­ta da Og­gi nel 1996 tra Re­gi­nald e Mag­gie Green e i lo­ro tre fi­gli con le set­te per­so­ne che ri­ce­vet­te­ro gli or­ga­ni di lo­ro fi­glio Ni­cho­las nel 1994. Da al­lo­ra, «le do­na­zio­ni di or­ga­ni in Ita­lia so­no tri­pli­ca­te», di­ce Re­gi­nald, «e io e mia mo­glie par­lia­mo ovun­que del bi­so­gno di pen­sa­re al­la do­na­zio­ne quan­do la mor­te è an­co­ra lon­ta­na».

IN QUE­STI 22 AN­NI AB­BIA­MO SE­GUI­TO TUT­TI I PRO­TA­GO­NI­STI So­pra, a si­ni­stra, l’ar­ti­co­lo di Og­gi che rac­con­ta la nuo­va vi­ta di An­drea Mon­giar­do do­po il tra­pian­to, nel 1995. So­pra, a de­stra, il no­stro ser­vi­zio sul­la vi­ta del­la fa­mi­glia Green nel 2004, 10 an­ni do­po la mor­te di Ni­cho­las.

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