«LOTTO DA 39 AN­NI»

Oggi - - Era Il 1978 Parla La Sorella Del Giovane Ucciso -

Ro­ma. Bir­git Ha­mer, 60 an­ni, in­vo­ca giu­sti­zia per il fra­tel­lo Dirk. Sot­to, da si­ni­stra: è il 1978, il di­cian­no­ven­ne Dirk Ha­mer è as­si­sti­to in ospe­da­le dal­la so­rel­la Bir­git. Ma non ce la fa­rà. Nel 1991, Vit­to­rio Ema­nue­le vie­ne pro­ces­sa­to e assolto a Pa­ri­gi.

e oggi la sua emo­zio­ne ha un mo­ti­vo. Il prin­ci­pe è sta­to con­dan­na­to a due an­ni, con so­spen­sio­ne del­la pe­na, per aver­la calunniata. Ema­nue­leFi­li­ber­to ci fa sa­pe­re di non aver nul­la da di­re, gli al­tri Savoia so­no ir­rag­giun­gi­bi­li. Bir­git è qui e spie­ga: «Ho rac­con­ta­to i fat­ti di quel­la not­te nel li­bro Delitto sen­za ca­sti­go, edi­to co­rag­gio­sa­men­te da Francesco Ali­ber­ti nel 2011. Ri­por­ta­vo il te­sto del­le intercettazioni pub­bli­ca­te dal Fat­to Quo­ti­dia­no in cui il Savoia, nel car­ce­re di Po­ten­za, ri­co­strui­va la di­na­mi­ca del­lo spa­ro e si van­ta­va­di aver­li fre­ga­ti tut­ti “anche se ave­vo tor­to”. Su­bi­to è ar­ri­va­ta la que­re­la per dif­fa­ma­zio­ne, a me co­me al mio edi­to­re e a va­ri gior­na­li­sti del Fat­to, e il vo­lu­me è sta­to se­que­stra­to. Ho ri­spo­sto con una de­nun­cia per ca­lun­nia sei an­ni do­po e quan­do tut­te le que­re­le era­no sta­te ar­chi­via­te: Vit­to­rio Ema­nue­le mi ha fal­sa­men­te ac­cu­sa­to, pur sa­pen­do­mi in­no­cen­te. «Oggi la mia vit­to­ria pro­ces­sua­le chia­ri­sce, per­lo­me­no in­di­ret­ta­men­te, quan­to av­ve­nu­to qua­si 40 an­ni fa al mio ama­to fra­tel­lo. Il san­gue di Dirk an­co­ra chie­de giu­sti­zia, ma sia­mo sul- la giu­sta stra­da. C’è anche la sen­ten­za del­la Cas­sa­zio­ne, che ha ne­ga­to a Vit­to­rio Ema­nue­le il di­rit­to all’oblio per la­mor­te di mio fra­tel­lo». Bir­git, a chi de­di­ca que­sta sen­ten­za? «A Dirk, a mia ma­dre che do­po set­te an­ni­mo­rì di do­lo­re, e a chi, tro­van­do­si in una si­tua­zio­ne di­spe­ra­ta, ha bi­so­gno di fe­de per far trion­fa­re la ve­ri­tà. Quan­do ho sen­ti­to che il giu­di­ce, una bel­la don­na, mol­to pre­pa­ra­ta, com­pe­ten­te, che ave­va stu­dia­to il ca­so a fon­do, ha det­to “in no­me del po­po­lo

ita­lia­no”, mi so­no ve­nu­te le la­cri­me. Qua­si 40 an­ni... è sta­ta co­me una tra­ver­sa­ta nel de­ser­to, che mol­to spes­so è an­da­ta ol­tre le­mie for­ze». Do­ve si tro­va l’ener­gia di com­bat­te­re per co­sì tan­to tem­po? «All’ini­zio è sta­ta la rab­bia del­la di- spe­ra­zio­ne, ma quan­do co­min­ciai a per­de­re le for­ze ho chie­sto aiu­to al giu­di­ce più al­to. Il pro­ces­so di Pa­ri­gi mi ave­va sfi­ni­to, sta­vo in pie­di so­lo perché ero in­cin­ta del­la mia se­con­da fi­glia. La mia av­vo­ca­tes­sa pian­ge­va: la sen­ten­za le sem­bra­va in­cre­di­bi­le, pen­sa­va che la Fran­cia fos­se il Pae­se del­la giu­sti­zia! Ma il Si­gno­re mi si è ri­ve­la­to e io ho sco­per­to che esi­ste un amo­re più gran­de. Que­sto amo­re mi ha salvato, perché per mol­ti an­ni ho vis­su­to in un in­fer­no di do­lo­re. Nel mo­men­to più buio lan­ciai un ur­lo al cie­lo e quel­la stes­sa not­te mi ap­par­ve in so­gno il Cri­sto. Mi ha ab­brac­cia­to e mi ha det­to che si sa­reb­be oc­cu­pa­to di me e del­la mia cau­sa. Era la fi­ne del 1992». Lei sta­va su una del­le bar­che: co­sa non rie­sce a di­men­ti­ca­re di quel­la not­te? «L’odio per gli ita­lia­ni. Il Savoia ur­la­va: “Ita­lia­ni­di­mer­da, vi am­maz­zo tut­ti!”. Non pen­so vo­les­se uc­ci­de­re mio fra­tel­lo, ce l’ave­va con gli ita­lia­ni. Se Nic­ky Pen­de non l’aves­se but­ta­to in ac­qua e di­sar­ma­to, po­te­va suc­ce­de­re una stra­ge. E poi mio fra­tel­lo, la sua ago­nia. Ho pas­sa­to ore con lui in brac­cio, men­tre san­gui­na­va: era sta­to col­pi­to all’ar­te­ria fe­mo­ra­le e ave­va un ver­sa­men­to nell’ad­do­me. Ri­cor­do il suo at­teg­gia­men­to eroi­co nel­la sof­fe­ren­za: su­bì 19 ope­ra­zio­ni e l’am­pu­ta­zio­ne del­la gam­ba. Un’ago­nia di 111 gior­ni». Un ri­cor­do bel­lo di Dirk? «Quan­do sog­gior­na­va­mo a Po­si­ta­no e lui ci por­ta­va in gi­ro per mare. Ab­bia­mo vis­su­to 10 an­ni in Ita­lia, a Ro­ma dal­la fi­ne del 1976. Dirk era un com­pa­gno di gio­chi fan­ta­sti­co. Un­ma­schio for­te ma dolce». Un pe­rio­do d’oro. Nel 1976 lei vin­se il ti­to­lo di miss Ger­ma­nia, ave­va da­van­ti a sé un fu­tu­ro pro­met­ten­te. «Dis­si no al con­trat­to da 1 mi­lio­ne di dol­la­ri dell’agen­zia di Ei­lee­nFord, nel 1979. Mi ave­va già por­ta­to il vi­sto ma no, io do­ve­vo com­bat­te­re perché mio fra­tel­lo aves­se giu­sti­zia. Non ven­det­ta, giu­sti­zia. A Pa­ri­gi fe­ci di tut­to perché il Savoia ve­nis­se pro­ces­sa­to». In­con­trò Hel­mut New­ton. «Ap­pe­na en­tra­ta nel suo stu­dio, mi chie­se di to­glier­mi tut­ti i ve­sti­ti. Io ri­spo­si che non era pos­si­bi­le: “Non ho l’abi­tu­di­ne di spo­gliar­mi da­van­ti a per­so­ne che non co­no­sco”. Mi dis­se che era un pec­ca­to, per lui sa­rei sta­ta la don­na per­fet­ta. Anche Play­boy mi fe­ce un’of­fer­ta al­let­tan­te, ma per me era sem­pre no».

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