REN­ZI E I RE­DU­CI DI COBLENZA

Panorama - - EDITORIALE - di Gior­gio Mu­lè

Èab­ba­stan­za chiaro per chiun­que si sof­fer­mi a leg­ge­re gli edi­to­ria­li di Pa­no­ra­ma che nei con­fron­ti di Mat­teo Ren­zi non è mai ar­ri­va­to il tem­po dei sal­di del­la cri­ti­ca. Con­fer­mo che, a giu­di­ca­re dal­le ul­ti­me pi­roet­te, quel tem­po non è vi­si­bi­le all’oriz­zon­te. Ha sba­glia­to e con­ti­nua a sba­glia­re ap­proc­cio al­le que­stio­ni del Pae­se, men­tre la già nu­tri­ta schie­ra dei gril­li par­lan­ti che gli con­si­glia­no umil­tà si in­fol­ti­sce di gior­no in gior­no ma sen­za sor­ti­re ef­fet­ti rag­guar­de­vo­li. Nell’at­te­sa, au­spi­ca­bil­men­te non va­na di un rav­ve­di­men­to, va­le la pe­na spo­sta­re la vi­sua­le su chi sta in­tor­no all’ex pre­mier. Non mi ri­fe­ri­sco al «gi­glio ma­gi­co» che sa­rà la ve­ra ro­vi­na del gio­va­ne di Ri­gna­no ma ai com­pa­gni ( ab­sit iniu­ria ver­bis) di par­ti­to. Al­cu­ni lo han­no mol­la­to per no­bi­lis­si­me ra­gio­ni di prin­ci­pio e, one­sta­men­te, va ri­co­no­sciu­to a per­so­ne co­me Ro­ber­to Spe­ran­za di aver pre­fe­ri­to la stra­da del­la coe­ren­za a quel­la del­la con­ve­nien­za. Quel­lo dei ber­sa­nia­ni è un grup­po di vec­chi e gio­va­ni mi­li­tan­ti che si ri­ve­de nel Dan­te al qua­le vie­ne pro­fe­tiz­za­to il de­sti­no di esu­le da Cac­cia­gui­da, non a ca­so col­lo­ca­to dal Poe­ta tra gli spi­ri­ti com­bat­ten­ti: sen­ti­ran­no «sì co­me sa di sa­le lo pa­ne al­trui», cer­ta­men­te, ma son con­vin­ti che an­che per lo­ro ar­ri­ve­rà il tem­po del ri­scat­to. Ci so­no poi i com­pa­gni ri­ma­sti nel par­ti­to, quel­li che nel tem­po si so­no di­stin­ti nel po­si­zio­na­men­to die­tro al vin­ci­to­re di tur­no: so­no i no­vel­li ren­zia­ni le­sti a sa­li­re sul car­ro del fu rot­ta­ma­to­re, un’im­ma­gi­ne smar­ri­ta nel­la me­mo­ria di quan­do il se­gre­ta­rio era un’ico­na dell’an­ti­po­li­ti­ca. E so­no gli stessi che og­gi com­pio­no, più o me­no quo­ti­dia­na­men­te, l’eser­ci­zio del «di­stin­guo» con in­ter­vi­ste o re­tro­sce­na sus­sur­ra­ti ai gior­na­li. Mar­ca­no la di­stan­za dall’ex pre­mier do­po aver an­nu­sa­to aria di ri­di­men­sio­na­men­to. La ba­to­sta al­le ul­ti­me ele­zio­ni am­mi­ni­stra­ti­ve li ha con­vin­ti, chi ti­mi­da­men­te e chi con un po’ di co­rag­gio, a usci­re al­lo sco­per­to per con­te­sta­re la li­nea del se­gre­ta­rio. Il di­bat­ti­to ra­sen­ta la ste­ri­li­tà per­ché, al fon­do, si ri­du­ce a una bat­ta­glia di po­si­zio­ne te­nen­do­si ben lon­ta­no dal noc­cio­lo delle que­stio­ni prin­ci­pa­li: su qua­li po­li­ti­che so­cia­li ed eco­no­mi­che, cioè, il ren­zi­smo ha fal­li­to e va quin­di mes­so da par­te? E qua­li so­no le idee per su­pe­rar­lo? Ec­co, non spre­ca­te fa­ti­ca per­ché di tut­to ciò non tro­ve­re­te trac­cia. Da Da­rio Fran­ce­schi­ni ad An­drea Or­lan­do sen­za di­men­ti­ca­re Ro­ma­no Pro­di, que­sto grup­po di­ri­gen­te del par­ti­to de­mo­cra­ti­co sem­bra es­se­re di­scen­den­te per li­nea di­ret­ta dei re­du­ci di Coblenza. Di quei no­bi­li fran­ce­si, cioè, che per sfug­gi­re al ter­ro­re del­la Ri­vo­lu­zio­ne ri­pa­ra­ro­no nel­la cit­ta­di­na te­de­sca, sal­vo poi tor­na­re in­die­tro al se­gui­to dei vin­ci­to­ri. Con un pic­co­lo det­ta­glio: nul­la di­men­ti­ca­ro­no e nul­la ca­pi­ro­no.

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