Queer come Cecil Beaton

Fe­ce im­paz­zi­re don­ne e uo­mi­ni, dis­sa­cran­te e ve­le­no­so, la­sciò un se­gno in­de­le­bi­le nell’este­ti­ca del se­co­lo scor­so con il suo ta­len­to.

QMagazine - - SOMMARIO - Di Tit­ta Grup­po

Èsta­ta la ve­ra sin­te­si del­la cul­tu­ra dell’im­ma­gi­ne an­ni cin­quan­ta e ses­san­ta. Di­re che Cecil Beaton fos­se un fo­to­gra­fo, o un co­stu­mi­sta, ben­ché aves­se un ta­len­to straor­di­na­rio per en­tram­bi i me­stie­ri, è ri­dut­ti­vo. Un ve­ro nar­ci­so, ad ogni se­ra­ta mon­da­na cui ha par­te­ci­pa­to ha det­to o fat­to qual­co­sa di ecla­tan­te per es­se­re ri­cor­da­to. Ka­the­ri­ne He­p­burn per lui era uno “sti­va­le rin­sec­chi­to”, bol­la­va Peg­gy Gug­ge­n­heim come “sciat­ta” e ha pa­ra­go­na­to Vir­gi­nia Woolf a un sui­no, Liz era vol­ga­re, Da­li? Ado­ra­bi­le ma con un ali­to spa­ven­to­so. No­no­stan­te ciò a lui si af­fi­da­va­no le di­ve da Ma­ry­lin Mon­roe a Mar­le­ne Die­tri­ch, per ri­trat­ti e con­si­gli sti­li­sti­ci. L’ele­gan­te Au­drey He­p­burn fu la sua mu­sa da co­stu­mi­sta in My Fair La­dy, film che gli val­se il se­con­do Oscar do­po Gi­gì. En­trò nel­la sto­ria con l’abi­to in bian­co e ne­ro ri­te­nu­to ico­ni­co per l’arte a ve­ni­re. “Au­drey He­p­burn è come un qua­dro di Mo­di­glia­ni -dis­se Beaton - do­ve le va­rie di­stor­sio­ni dell’abi­to non so­lo so­no in­te­res­san­ti, ma crea­no un in­sie­me com­ple­ta­men­te sod­di­sfa­cen­te”. Sia nel­le fo­to che nei co­stu­mi Beaton esa­spe­ra­va una fri­vo­lez­za che egli ve­de­va nel­la re-

Ma­ry­lin Mon­roe ri­trat­ta da Cecil Beaton

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