Il ca­so Wein­stein

QMagazine - - SOMMARIO - di Ste­fa­no Fer­ri

Due co­se ho sof­fer­to di più nel­la vi­ta: il “non per­mes­so” di in­dos­sa­re abi­ti fem­mi­ni­li per­ché non ri­spon­den­ti al mio ruo­lo di uo­mo e l’in­ca­pa­ci­tà de­gli al­tri di ca­pi­re qua­le ruo­lo as­se­gnar­mi in quan­to cros­sdres­ser (de­ri­van­te dall’in­ca­pa­ci­tà mia di spie­gar­lo). È ve­ro che esi­sto­no dif­fe­ren­ze bio­lo­gi­che e psi­co­lo­gi­che fra i due ses­si. Va det­to, so­no mol­to mag­gio­ri le pri­me ri­spet­to al­le se­con­de. Ma è an­che ve­ro che la na­tu­ra non ci ha crea­ti per ri­spon­de­re a ruo­li pre­de­fi­ni­ti. Pan­ta rei, tut­to scor­re, e fra le co­se che scor­ro­no c’è la pro­vo­ca­to­rie­tà uma­na, la li­ber­tà dell’es­se­re uma­no, che scom­pa­gi­na, scom­pi­glia, mu­ta l’or­di­ne del­le co­se. La pri­ma don­na che in­dos­sò un pa­io di pan­ta­lo­ni, nel 1896, fu ar­re­sta­ta e tra­dot­ta in car­ce­re per in­de­cen­za. Mi pia­ce­reb­be che quan­ti la pro­ces­sa­ro­no e la re­clu­se­ro po­tes­se­ro ve­de­re com’è fat­to il mon­do d’og­gi e trar­ne le con­se­guen­ze. Cre­do che, su gran­de sca­la, le don­ne stia­no pa­gan­do lo stes­so scot­to che, su pic­co­la sca­la, è sta­to fat­to pa­ga­re a me: lo scot­to del cam­bia­men­to. Da cros­sdres­ser ho ov­via­men­te una sen­si­bi­li­tà mol­to spic­ca­ta per gli abi­ti. E tem­po fa mi ca­pi­tò di os­ser­va­re una fo­to scat­ta­ta nel 1909 sul­la pas­seg­gia­ta a ma­re di Via­reg­gio. Vi­di don­ne di­ver­sis­si­me dal­le don­ne d’og­gi. Lun­ghis­si­mi abi­ti di piz­zo, cap­pel­lo­ni im­pro­ba­bi­li, ac­con­cia­tu­re d’an­tan. E, per con­tro, uo­mi­ni so­stan­zial­men­te iden­ti­ci agli at­tua­li. Giac­che, cra­vat­te, pan­ta­lo­ni, scar­pe strin­ga­te. L’uni­ca dif­fe­ren­za so­no i cap­pel­li, che non si por­ta­no più, e qual­che baf­fo di trop­po. Il re­sto, ugua­le. È un’im­ma­gi­ne a suo mo­do in­quie­tan­te, per­ché in­di­ca che, men­tre la don­na ha com­piu­to un tra­git­to ga­lat­ti­co, l’uo­mo non si è spo­sta­to di un me­tro. Il pro­ble­ma, ov­vio, non so­no gli abi­ti, ma quel­lo che espri­mo­no: l’in­ca­pa­ci­tà del ma­schio con­tem­po­ra­neo di smuo­ver­si da un mo­del­lo or­mai mor­to e se­pol­to ovun­que tran­ne che nel­le in­con­sce no­stal­gie di quan­ti vor­reb­be­ro il ri­pri­sti­no del pa­triar­ca­to. Io pen­so che die­tro ai fem­mi­ni­ci­di e al­le vio­len­ze che le don­ne su­bi­sco­no ci sia la rab­bia del ma­schio tra­di­to da se stes­so, cui l’im­ma­gi­ne di una don­na li­be­ra e au­to­no­ma ri­suo­na co­me un in­sop­por­ta­bi­le mo­ni­to a dar­si da fa­re per eman­ci­par­si an­che lui. Da qui l’istin­to di ri­fu­giar­si, co­dar­da­men­te, nel­la for­za fi­si­ca su­pe­rio­re di cui la na­tu­ra lo ha do­ta­to. Ogni uo­mo ha og­gi il do­ve­re – pri­ma an­co­ra che il di­rit­to – di tro­va­re un suo mo­do di eman­ci­par­si. Nes­su­no di noi ve­drà il com­pier­si di que­sto cam­mi­no, sa­reb­be già un suc­ces­so se se ne ve­des­se l’ini­zio. Ma la stra­da è quel­la, il no­stro me­ri­to, in fon­do, è sta­to pro­prio di aver­la spia­na­ta, con le no­stre co­dar­die e le no­stre re­ti­cen­ze, agli uo­mi­ni che ver­ran­no.

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