LA QUA­LI­TÀ È CIÒ CHE RI­SUL­TA ES­SEN­ZIA­LE AL­LA VI­TA

Quotidiano di Puglia (Taranto) - - DA PRIMA PAGINA - di An­to­nio ERRICO

La qua­li­tà è uno di quei con­cet­ti di cui non si do­vreb­be più par­la­re. Tut­to quel­lo che si po­te­va di­re lo ha det­to Ro­bert M. Pir­sig in quel­lo straor­di­na­rio ro­man­zo fi­lo­so­fi­co, espe­rien­za di for­ma­zio­ne, viag­gio fi­no al fon­do dell’esi­sten­za, che s’in­ti­to­la Lo Zen e l’ar­te del­la ma­nu­ten­zio­ne del­la mo­to­ci­clet­ta. Si do­vreb­be leg­ge­re quel ro­man­zo, si do­vreb­be ri­leg­ger­lo, e non ag­giun­ge­re al­tro.

Il li­bro uscì nel 1974. Poi per di­cias­set­te an­ni Pir­sig re­stò in si­len­zio. Do­po un li­bro co­sì non è fa­ci­le scri­ver­ne un al­tro, non è fa­ci­le ave­re al­tre idee, al­tre sto­rie, rie­mer­ge­re dal­le pro­fon­di­tà in cui ci si è ina­bis­sa­ti. Nel 1991 pub­bli­ca Li­la, il se­gui­to del­lo Zen. Non po­te­va fa­re di­ver­sa­men­te. Dal pri­mo li­bro non si era li­be­ra­to, non po­te­va li­be­rar­si. Il pri­mo li­bro non era ter­mi­na­to, per­ché un li­bro co­sì non po­te­va ter­mi­na­re. Un li­bro co­me lo Zen non si go­ver­na. Ge­ne­ra pen­sie­ro e poi lo ri­ge­ne­ra. Ac­cen­de in­ter­ro­ga­ti­vi che a lo­ro vol­ta ne ac­cen­do­no al­tri. Non ha ri­spo­ste con cui po­ter­li spe­gne­re.

Sul­la qua­li­tà ha già det­to tut­to Pir­sig, dun­que. Do­po di lui si può so­lo ap­pun­ta­re qual­che pen­sie­ro a mar­gi­ne in mo­do di­sor­di­na­to, op­pu­re si può se­gui­re il sen­tie­ro di un ra­gio­na­men­to par­ten­do da lui per poi tor­na­re, ine­vi­ta­bil­men­te, an­co­ra a lui. A pag. 183 dell’edi­zio­ne Adel­phi, Pir­sig scri­ve: “La qua­li­tà... sap­pia­mo cos’è ep­pu­re non lo sap­pia­mo. Que­sto è con­trad­dit­to­rio”.

Al­cu­ne co­se so­no me­glio di al­tre cioè han­no più qua­li­tà. Ma quan­do pro­vi a di­re in che co­sa con­si­ste la qua­li­tà astraen­do dal­le co­se che la pos­seg­go­no, paff, le pa­ro­le ti sfug­go­no di ma­no. Ma se nes­su­no sa cos’è, ai fi­ni pra­ti­ci non esi­ste per nien­te. Invece esi­ste ec­co­me. Su cos’al­tro so­no ba­sa­ti i vo­ti, se no? Per­ché mai la gen­te pa­ghe­reb­be una for­tu­na per cer­te co­se, e ne get­te­reb­be al­tre nel­la spaz­za­tu­ra?

Ov­via­men­te al­cu­ne so­no me­glio di al­tre... ma in co­sa con­si­ste il “me­glio”?...” Un’al­tra do­man­da. Una del­le tan­te do­man­de. Al­cu­ne co­se so­no me­glio di al­tre, cer­to. Ma in che co­sa con­si­ste il me­glio. Ma poi: me­glio per­ché, do­ve, quan­do. Me­glio ri­spet­to a co­sa; so­prat­tut­to ri­spet­to a chi.

È dav­ve­ro estra­neo ad ogni dub­bio che non esi­sta il me­glio in as­so­lu­to, che non esi­sta la qua­li­tà as­so­lu­ta, quel­la che qual­cu­no chia­ma - for­se sen­za ri­flet­ter­ci quan­to ba­sta la qua­li­tà to­ta­le. Per quale mo­ti­vo, per quale con­di­zio­ne, una co­sa è me­glio di un’al­tra. Di con­se­guen­za la qua­li­tà po­ne la ne­ces­si­tà di una mo­ti­va­zio­ne.

La Sto­ria pro­po­ne in­nu­me­re­vo­li esem­pi di qua­li­tà re­la­ti­va al­la mo­ti­va­zio­ne. An­zi, for­se la Sto­ria pro­po­ne sol­tan­to esem­pi di qua­li­tà re­la­ti­va non so­lo al­la mo­ti­va­zio­ne ma an­che ai luo­ghi, al­le cir­co­stan­ze, ai tem­pi e al­le tem­pe­rie cul­tu­ra­li, al­le si­tua­zio­ni so­cia­li, al­le ten­den­ze ideo­lo­gi­che. Una qua­li­tà as­so­lu­ta­men­te re­la­ti­va. Quel­lo che è me­glio og­gi, for­se non era me­glio ie­ri e pro­ba­bil­men­te non sa­rà me­glio do­ma­ni. Quel­lo che è me­glio ri­spet­to a qual­co­sa for­se non lo è ri­spet­to ad un’al­tra. Quel­lo che è me­glio qui non è det­to che sia me­glio an­che al­tro­ve.

Nean­che per l’ope­ra d’ar­te esi­ste la cer­tez­za di una qua­li­tà as­so­lu­ta: su­bi­sce ine­vi­ta­bil­men­te i con­di­zio­na­men­ti, le in­ter­fe­ren­ze, le con­trad­di­zio­ni del tem­po, del­le ideo­lo­gie, dei pen­sie­ri do­mi­nan­ti.

Per cui ri­ma­ne la do­man­da che ri­guar­da i cri­te­ri da ap­pli­ca­re nell’in­di­vi­dua­zio­ne o nel ri­co­no­sci­men­to di qu(Cel)lQo uco­h­tid e iahn a dqiuPaul­gi­tliàa , Sc.ph.eA.

o è qua­li­tà.

For­se si po­treb­be di­re che ha qua­li­tà, che è qua­li­tà, quel­lo che è me­glio per una so­la per­so­na o per tut­ti ri­spet­to al­la con­di­zio­ne in cui quel­la so­la per­so­na o tut­ti si tro­va­no.

È qua­li­tà tut­to quel­lo che con­sen­te lo svi­lup­po di qual­cu­no, che con­sen­te il suo be­nes­se­re o le­ni­sce il suo ma­les­se­re. E’ qua­li­tà il pas­so in avan­ti che si può fa­re, la pa­ro­la in più che si può di­re, la pos­si­bi­li­tà in più che si ha per es­se­re, per espri­me­re se stes­si. La rea­liz­za­zio­ne di un de­si­de­rio è qua­li­tà: di un de­si­de­rio so­stan­zia­le, un de­si­de­rio di quel­li che cam­bia­no la vi­ta.

Qua­li­tà è la pro­pria pre­sen­za al ve­ri­fi­car­si di un bi­so­gno dell’al­tro, ma è an­che l’as­sen­za al ve­ri­fi­car­si di un ca­pric­cio. Per­ché la qua­li­tà pre­sup­po­ne, im­pli­ca, pre­ten­de sem­pre una va­lu­ta­zio­ne e con­se­guen­te­men­te una scel­ta.

Pro­ba­bil­men­te la qua­li­tà ha sem­pre una re­la­zio­ne in­trin­se­ca con l’ es­sen­zia­le. L’ec­ces­si­vo, il so­vrab­bon­dan­te, il su­per­fluo, rap­pre­sen­ta­no il con­tra­rio del­la qua­li­tà, la sua ne­ga­zio­ne. Il me­glio è sem­pre quel­lo che rap­pre­sen­ta l’es­sen­zia­le, quel­lo al quale non si può ri­nun­cia­re se non a con­di­zio­ne di una pri­va­zio­ne, di un ram­ma­ri­co, di una man­can­za.

In un ap­pren­di­men­to, in una re­la­zio­ne, in una sto­ria, in un pae­se, in una ci­vil­tà, il me­glio è sem­pre co­sti­tui­to dall’es­sen­zia­le: dal­le con­di­zio­ni che ren­do­no si­gni­fi­ca­ti­vo l’ap­pren­di­men­to, che con­fe­ri­sco­no sen­so al­la re­la­zio­ne, che ren­do­no ir­ri­pe­ti­bi­le la sto­ria, che fan­no cre­sce­re un pae­se, svi­lup­pa­no la ci­vil­tà.

Usia­mo spes­so espres­sio­ni che vo­glio­no espri­me­re la qua­li­tà. Di­cia­mo qua­li­tà dell’aria, dell’ac­qua, dei pro­dot­ti, qua­li­tà del la­vo­ro, del tem­po li­be­ro. Di­cia­mo ad­di­rit­tu­ra qua­li­tà del­la vi­ta. Spes­so al­zan­do in­tor­no all’espres­sio­ne una fu­mea di re­to­ri­ca.

Ma la qua­li­tà del­la vi­ta è de­ter­mi­na­ta esclu­si­va­men­te dal­la pos­si­bi­li­tà di con­ta­re sull’es­sen­zia­le. Che co­sa sia l’es­sen­zia­le di una vi­ta può sa­per­lo sol­tan­to co­lui che la vi­ve. Nes­sun al­tro. Ec­co, dun­que, che ri­tor­na l’as­so­lu­ta re­la­ti­vi­tà, l’as­so­lu­ta sog­get­ti­vi­tà del si­gni­fi­ca­to di qua­li­tà.

Se chie­des­si­mo ad ogni uo­mo che abi­ta que­sto pia­ne­ta che co­sa si­gni­fi­chi qua­li­tà del­la vi­ta, tut­ti da­reb­be­ro una ri­spo­sta di­ver­sa. Cia­scu­no ri­spon­de­reb­be che cos’è la qua­li­tà per la sua vi­ta, per i gior­ni che at­tra­ver­sa, in ra­gio­ne ha quel­lo che ha, che sa, che può, che sen­te, che so­gna.

Uno di­reb­be - pur­trop­po tan­ti, trop­pi, di­reb­be­ro - che qua­li­tà del­la vi­ta è po­ter spe­ra­re in un boc­co­ne do­ma­ni. Uno, tan­ti, trop­pi di­reb­be­ro que­sto e tut­ti co­lo­ro che po­treb­be­ro, o do­vreb­be­ro, fa­re qual­co­sa per ga­ran­ti­re a quel­li il boc­co­ne do­ma­ni, si do­vreb­be­ro ver­go­gna­re.

Qua­li­tà del­la vi­ta è po­ter con­fi­da­re ne­gli al­tri, nel­la lo­ro pros­si­mi­tà, nel lo­ro soc­cor­so. Nel­la lo­ro co­scien­za.

Al­lo­ra for­se si po­treb­be di­re che la qua­li­tà, il me­glio, l’es­sen­zia­le, al­la fi­ne di tut­ti i con­ti con­si­sta nell’im­pe­gno ad es­se­re me­glio di co­me sia­mo. O al­me­no non peg­gio.

An­to­nio Errico

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