Co­me com­por­tar­si con le per­so­ne dif­fi­ci­li

A vol­te puoi esclu­der­le dalla tua vi­ta, ma al­tre non puoi fa­re al­tro che lot­tar­ci. Con que­ste stra­te­gie ti sa­rà più fa­ci­le re­la­zio­nar­ti con lo­ro sen­za far­ti del ma­le

Saper Vivere - - Sommario -

Si c ura­men­te pi ù di una vol­ta, ti sei scon­tra­to con qual­cu­no. Le per­so­ne dif­fi­ci­li o ne­ga­ti­ve ci fan­no du­bi­ta­re delle no­stre idee, ci pri­va­no delle no­stre ener­gie, ci im­pe­di­sco­no di agi­re co­me vor­rem­mo real­men­te e ci fan­no pas­sa­re dei brut­ti mo­men­ti. In un mondo idea­le le al­lon­ta­ne­rem­mo dalla no­stra vi­ta, ma nel mondo rea­le sia­mo ob­bli­ga­ti a do­ver trat­ta­re con que­sti sog­get­ti al la­vo­ro, nei grup- pi di ami­ci, a scuo­la o nel­le riu­nio­ni di fa­mi­glia. Que­ste per­so­ne ri­sve­glia­no in noi un sen­ti­men­to di ri­fiu­to e di vul­ne­ra­bi­li­tà. La tua mi­glio­re ar­ma è la fi­du­cia in te stes­sa. Co­no­sce­re i di­ver­si ti­pi di per­so­na dif­fi­ci­le ti aiu­te­rà a schi­var­ne cer­ti at­teg­gia­men­ti, ma an­che a mo­du­la­re le tue ri­spo­ste per mi­glio­rar­ti co­me per­so­na.

L’eter­no la­men­to­so

L’eter­no la­men­to o la la­gna so­no il suo mo­do di re­la­zio­nar­si col mondo. Non ve­de mai nul­la po­si­ti­va­men­te, boi­cot­ta ogni pro­po­sta e usa gli al­tri per sca­ri­ca­re le emo­zio­ni ne­ga­ti­ve.

Co­me ti in­fluen­za. Il la­men­to è una for­ma di ag­gres­si­vi­tà na­sco­sta. Espor­ti a es­sa at­ti­va re­gio­ni del tuo cer­vel­lo che ti fan­no pen­sa­re in un’ot­ti­ca pes­si­mi­sta e ti ca­ri­ca di pre­oc­cu­pa­zio­ni.

Che co­sa fa­re. Cer­ca di non ali­men­ta­re que­sta at- ti­tu­di­ne e fa­re il suo gio­co. Se que­sta per­so­na ini­zia a par­lar­ti di qual­co­sa in ne­ga­ti­vo, cam­bia di­scor­so. Se non puoi far­lo, spie­ga­le cor­dial­men­te che è im­por­tan­te man­te­ne­re un’at­ti­tu­di­ne po­si­ti­va e con­cen­trar­si di più sul­le so­lu­zio­ni che sul­le dif­fi­col­tà.

Il “so tut­to io” im­per­ti­nen­te

Cer­ca sem­pre di met­ter­si al di so­pra de­gli al­tri dan­do la pro­pria opi­nio­ne e pre­ci­san­do le idee de­gli al­tri. Non im­por­ta che tu sia un fi­si­co nu­clea­re, per­ché lui (o lei) ne sa­prà sem­pre di più sul­la fu­sio­ne dei pro­to­ni.

Co­me ti in­fluen­za. Le sue con­ti­nue pun­tua­liz­za­zio­ni e di­mo­stra­zio­ni di co­no­scen­za so­no un mo­do per di­re che è mi­glio­re di te, che ti può do­mi­na­re. Può far­ti sen­ti­re in­fe­rio­re.

Che co­sa fa­re. In real­tà il “so tut­to io” ha un com­ples­so di in­fe­rio­ri­tà che cer­ca di com­pen­sa­re mo­stran­do­si on­ni­po­ten­te. Di fron­te a que­sto nar­ci­si­smo la co­sa mi­glio­re da fa­re è non ac­cre­sce­re il suo ego mo­stran-

do­gli la tua am­mi­ra­zio­ne. Ri­du­ci il con­tat­to e cer­ca di non la­sciar­ti ab­bin­do­la­re dalla sua sac­cen­te­ria. Non na­scon­de­re le tue opi­nio­ni, so­no ri­spet­ta­bi­li co­me lo so­no le sue.

Il cru­del­men­te sin­ce­ro

Pen­sa di es­se­re au­to­riz­za­to a cri­ti­ca­re chiun­que. Lo ri­co­no­sci per­ché di­ce le co­se in fac­cia, co­sì co­me alle spal­le, in ma­nie­ra in­di­scri­mi­na­ta. È or­go­glio­so delle sue cri­ti­che e si cre­de l’uni­co che si com­por­ta be­ne.

Co­me ti in­fluen­za. Que­sto ti­po di per­so­ne na­scon­do­no un for­te ri­sen­ti­men­to. La lo­ro ag­gres­si­vi­tà, ca­muf­fa­ta da sin­ce­ri­tà, può far­ti sen­ti­re in­ti­mi­di­ta e in­si­cu­ra al suo fian­co.

Che co­sa fa­re. Si ali­men­ta del­la pau­ra che in­fon­de agli al­tri, quin­di il se­gre­to è non mo­stra­re (né sen­ti­re) il mi­ni­mo ti­mo­re. Agi­sci co­me se non ti im­por­tas­se nul­la del suo giu­di­zio su di te.

Il ri­cat­ta­to­re emo­ti­vo

«Un ri­cat­to emo­ti­vo ha l’ag­gra­van­te di de­re­spon­sa­bi­liz­za­re», spie­ga la dottoressa Gio­van­na Giuf­fre­di, di Li­fe Coa­ch Ita­ly . «Se un fi­glio stu­dia sol­tan­to per com­pia­ce­re i ge­ni­to­ri, il gior­no che li­ti­ghe­rà con i suoi, smet­te­rà di stu­dia­re. E un bam­bi­no im­pa­re­rà a sua vol­ta a ri­cat­ta­re la mam­ma, usan­do il ci­bo».

Co­me ti in­fluen­za .« In­nan­zi­tut­to », pro­se­gue l’ esper­ta, «ri­co­no­scen­do­lo dall’in­con­gruen­za dei com­por­ta­men­ti, ri­spet­to all’in­ten­zio­ne. Se un fi­gli osta a ca­sa, man­gia o stu­dia non per il suo be­nes­se­re e per la sua istru­zio­ne, ma so­lo per far con­ten­ti una mam­ma o un pa­dre, vuol di­re che è sot­to ri­cat­to».

Che co­sa fa­re. «Gli at­teg­gia­men­ti ma­ni­po­la­to­ri», con­clu­de la dottoressa Giuf­fre­di, «tol­go­no ener­gia e mo­ti­va­zio­ne. Le re­la­zio­ni af­fet­ti­ve do­vreb­be­ro es­se­re scam­bi au­ten­ti­ci di sen­ti­men­ti, fi­ne a se stes­si, sen­za sco­pi sot­ter­ra­nei e do­na­re li­ber­tà».

L’esi­gen­te per­fe­zio­ni­sta

Il suo mo­do di agi­re na­scon­de qua­le spes­so un’ag­gres­sio­ne ce­la­ta dalla non sap­pia­mo di­fen­der­ci

Chie­de sem­pre di più e ti rin­fac­cia il mi­ni­mo er­ro­re.

Co­me ti in­fluen­za. Al la­vo­ro que­ste per­so­ne fan­no no­ta­re i tuoi er­ro­ri e ti fan­no sen­ti­re un’in­com­pe­ten­te. Nell’am­bi­to per­so­na­le sfrut­ta­no il tuo sen­so di col­pa re­cri­mi­nan­do qual­sia­si for­ma di in­cu­ria nel­la vo­stra re­la­zio­ne.

Che co­sa fa­re. Il suo per­fe­zio­ni­smo è un pro­ble­ma suo, non tuo. Igno­ra­lo.

Il mo­do in cui trat­tia­mo gli al­tri è un ri­fles­so di co­me

ci sen­tia­mo

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