Mio fi­glio è in­tro­ver­so

In un’epo­ca “so­cial”, può sem­bra­re che un bam­bi­no schi­vo par­ta svan­tag­gia­to. Ec­co per­ché non è co­sì

Starbene - - News - di Sil­via Cal­vi

Tuo fi­glio è sem­pre sta­to un bam­bi­no si­len­zio­so. An­che ora che sta cre­scen­do par­la po­co, in grup­po tende a “mi­me­tiz­zar­si” e al­le fe­ste pre­fe­ri­sce la let­tu­ra. Non ha nul­la che non va­da: sem­pli­ce­men­te è un in­tro­ver­so. For­se il tuo ti­mo­re è che ven­ga bol­la­to co­me “sfi­ga­to” e si chiu­da in se stes­so. Per evi­tar­lo, una let­tu­ra uti­le è Quiet Power, i su­per­po­te­ri de­gli in­tro­ver­si (Bom­pia­ni) dell’ame­ri­ca­na Su­san Cai­ne, fon­da­tri­ce di un si­to (quie­trev. com) in­te­ra­men­te de­di­ca­to al te­ma. Da ex bam­bi­na in­tro­ver­sa, or­ga­niz­za cor­si per aiutare i “ric­ci” di tut­te le età a va­lo­riz­za­re i pro­pri pun­ti di for­za.

UN’INCLINAZIONE DELL’ANI­MA

«Al mon­do esi­sto­no gli estro­ver­si, pro­iet­ta­ti all’ester­no e all’azio­ne, e gli in­tro­ver­si, at­trat­ti dall’in­te­rio­ri­tà e dal­la ri­fles­sio­ne», spie­ga Ade­le Fa­bri­zi, psi­co­te­ra­peu­ta. «Nes­su­no, na­tu­ral­men­te, è al 100% in un mo­do o nell’al­tro: an­che un in­tro­ver­so ama viag­gia­re o stare con gli ami­ci, ma a mo­do suo. Il pro­ble­ma è che og­gi con­si­de­ria­mo po­si­ti­ve so­prat­tut­to qua­li­tà co­me l’es­se­re po­po­la­ri, te­ne­re ban­co, ave­re cen­ti­na­ia di ami­ci. In­ve­ce an­che i “ric­ci” so­no per­so­ne vi­ta­li e cu­rio­se.

E con ri­sor­se uni­che, che me­ri­ta­no di es­se­re va­lo­riz­za­te».

TAN­TE DOTI DA INCORAGGIARE

Su­san Cai­ne spie­ga co­me, in una clas­se, gli alun­ni più ri­ser­va­ti sia­no i più adat­ti a stare a ca­po di un grup­po. La ra­gio­ne? Non so­no ego­cen­tri­ci e dan­no spa­zio a tut­ti. Per le lo­ro doti di in­tro­spe­zio­ne, me­mo­ria e lo­gi­ca, poi, spiaz­za­no gli in­se­gnan­ti con soluzioni ori­gi­na­li. E, quan­do li­ti­ga­no, non ag­gre­di­sco­no ma spie­ga­no il lo­ro pun­to di vi­sta.

QUA­LI­TÀ DI­VER­SE SI COM­PLE­TA­NO

«L’in­tro­ver­sio­ne non è una ma­lat­tia», ag­giun­ge Ma­ria Ele­na Ma­grin, do­cen­te di psi­co­lo­gia del be­nes­se­re all’Uni­ver­si­tà Bi­coc­ca di Mi­la­no. «Nell’ado­le­scen­za, la fa­ti­ca di cre­sce­re è ugua­le per in­tro­ver­si ed estro­ver­si. L’ideale sa­reb­be so­ste­ner­si re­ci­pro­ca­men­te. Co­me? L’in­tro­ver­so aiu­te­rà l’ami­co a ri­flet­te­re e a pre­sta­re più at­ten­zio­ne agli al­tri. Men­tre, a sua vol­ta, sa­rà spro­na­to dall’estro­ver­so a usci­re da se stes­so, a espor­si di più».

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