L’era del gua­no: un af­fa­re red­di­ti­zio e cru­de­le

Fra il 1840 e il 1870, gli escre­men­ti es­sic­ca­ti dei vo­la­ti­li ma­ri­ni si tra­sfor­ma­ro­no in una del­le ri­sor­se più am­bi­te del pia­ne­ta, ma co­lo­ro che lo rac­co­glie­va­no vi­ve­va­no in con­di­zio­ni ter­ri­bi­li

Storica National Geographic - - L ’evento Storico - ENRIQUE MESEGUER STORICO

Quan­do sul­le ban­chi­ne della cit­tà in­gle­se di Sou­thamp­ton ini­zia­ro­no a sca­ri­ca­re il primo ba­sti­men­to di gua­no pro­ve­nien­te dal Pe­rú, l’afro­re che spri­gio­na­va era ta­le che mol­ti abi­tan­ti della cit­tà fug­gi­ro­no sul­le col­li­ne. Era l’an­no 1841, e quell’odo­re pe­sti­len­zia­le se­gnò l’ini­zio della me­ra­vi­glio­sa era del gua­no, co­me ven­go­no chia­ma­ti gli escre­men­ti es­sic­ca­ti dei vo­la­ti­li ma­ri­ni. Que­sto fer­ti­liz­zan­te avreb­be da­to nuo­vo vi­go­re agli sfi­bra­ti ter­re­ni col­ti­va­bi­li dell’Eu­ro­pa e de­gli Sta­ti Uni­ti, do­ve l’agri­col­tu­ra do­ve­va sfa­ma­re una po­po­la­zio­ne ur­ba­na che non smet­te­va di cre­sce­re a fron­te del­le esi­gen­ze di ma­no­do­pe­ra dell’in­du­stria.

Con­ci­me pa­ga­to a pe­so d’oro

Il gua­no con­tie­ne azo­to, fo­sfo­ro e po­tas­sio, i nu­trien­ti di cui i ve­ge­ta­li han­no bi­so­gno per cre­sce­re. Fu il na­tu­ra­li­sta Ale­xan­der von Hum­boldt che nel 1803, du­ran­te un viag­gio nell’Ame­ri­ca del Sud, si re­se con­to che sul­le de­ser­ti­che aree co­stie­re del Pe­rú le pian­te con­ci­ma­te con il gua­no cre­sce­va­no lus­su­reg­gian­ti. Il suo uti­liz­zo era il ri­sul­ta­to di se­co­li di espe­rien­za: già lo usa­va­no le ci­vil­tà pre­co­lom­bia­ne mo­chi­ca e in­ca, dal­la cui lin­gua, il que­chua, pro­vie­ne il no­me wa­nu, “con­ci­me”.

Il gua­no che uti­liz­za­va­no pro­ve­ni­va dal­le iso­le Chin­cha, a 21 chi­lo­me­tri dal­le co­ste pe­ru­via­ne. Le iso­le del Pa­ci­fi­co pe­ru­via­no era­no ec­ce­zio­nal­men­te ric­che di gua­no poi­ché su di es­se ni­di­fi­ca­va­no mi­lio­ni di gab­bia­ni, pel­li­ca­ni, cor­mo­ra­ni gua­nay, su­le e al­tri vo­la­ti­li ma­ri­ni che si con­ce­de­va­no ve­ri e pro-

pri fe­sti­ni con gli enor­mi ban­chi di ac­ciu­ghe ci­le­ne che po­po­la­va­no quel­le ac­que gra­zie al­la pre­sen­za della fred­da cor­ren­te di Hum­boldt. Que­sto gua­no era il mi­glio­re di tut­to il mon­do, per­ché in quel­la re­gio­ne de­ser­ti­ca le piog­ge era­no ra­re, e la piog­gia im­po­ve­ri­sce il gua­no con­su­man­do­ne l’azo­to.

Ric­chez­za e or­ro­re

Gli espe­ri­men­ti che fu­ro­no rea­liz­za­ti nel 1840 in Gran Bre­ta­gna di­mo­stra­ro­no che il gua­no del Pe­rú era di qua­li­tà mol­to su­pe­rio­re ri­spet­to al­lo ster­co uti­liz­za­to

tra­di­zio- nal­men­te co­me con­ci­me, e lo Sta­to pe­ru­via­no, pro­prie­ta­rio di que­sta ri­sor­sa, ne ce­det­te l’uti­liz­zo e il com­mer­cio a im­pre­se bri­tan­ni­che, pe­ru­via­ne e fran­ce­si in cam­bio di par­te dei lo­ro in­troi­ti. Que­sti lo com­pra­va­no per do­di­ci ster­li­ne a ton­nel­la­ta e lo ven­de­va­no al dop­pio, tra­sfor­man­do il gua­no in oro: un ba­sti­men­to frut­ta­va ai ven­di­to­ri 100.000 ster­li­ne di gua­da­gno, una for­tu­na per l’epo­ca. Ne­gli an­ni dal 1840 al 1870 ne ven­ne­ro espor­ta­ti qua­si un­di­ci mi­lio­ni di ton­nel­la­te, per un va­lo­re di ol­tre cen­to mi­lio­ni di ster­li­ne. Il gua­no si tra­sfor­mò nel­la ba­se eco­no­mi­ca del Pe­rú: se fra il 1846 e il 1847 co­sti­tui­va il 5 per cen­to del­le en­tra­te fi­sca­li, fra il 1869 e il 1875 era già l’80 per cen­to. In epo­ca co­lo­nia­le il Pae­se ave­va pro­spe­ra­to gra­zie all’ar­gen­to di Po­to­sí, e ora vi­ve­va de­gli escre­men­ti di uc­cel­lo.

L’estra­zio­ne del gua­no era pe­rò un la­vo­ro ter­ri­bi­le. La prin­ci­pa­le fon­te era­no le iso­le Chin­cha, do­ve ai tem­pi di Hum­boldt il gua­no rag­giun­ge­va uno spes­so­re di tren­ta me­tri. Rac­co­glie­re le fe­ci di uc­cel­lo so­li­di­fi­ca­te era un sup­pli­zio, e non so­lo per via del fe­to­re e del ca­lo­re. I ma­no­va­li che con pic­co e pa­la crea­va­no trin­cee nel gua­no per estrar­lo si espo­ne­va­no al gra­ve ri­schio di ina­la­re la pol­ve­re gial­la­stra che da es­se si sol­le­va­va. Gli agen­ti pa­to­ge­ni con­te­nu­ti in que­sta ma­te­ria or­ga­ni­ca pe­ne­tra­va­no nel cor­po dei la­vo­ra­to­ri, pro­vo­can­do dis­sen­te­ria e ma­lat­tie re­spi­ra­to­rie co­me isto­pla­smo­si e asma.

Nes­su­no in Pe­rú vo­le­va la­vo­ra­re sul­le iso­le del gua­no, e non vi era nes­su­no che si sa­reb­be po­tu­to co­strin­ge­re a far­lo per­ché il Pae­se ave­va abo­li­to

La ven­di­ta di gua­no com­por­ta­va enor­mi be­ne­fi­ci per i com­mer­cian­ti

la schia­vi­tù nel 1854, uti­liz­zan­do i gua­da­gni del gua­no per in­den­niz­za­re i pro­prie­ta­ri di schia­vi. Per­ciò per estrar­re il gua­no si con­trat­ta­va in Ci­na in mo­do in­gan­ne­vo­le con coo­lies che era­no im­pie­ga­ti co­me ma­no­do­pe­ra qua­si ser­vi­le. Fu an­che or­ga­niz­za­ta una trat­ta di schia­vi dal­le iso­le del Pa­ci­fi­co, co­me ac­cad­de per esem­pio sull’Iso­la di Pa­squa.

Il va­lo­re del gua­no in­ne­scò una ri­cer­ca fre­ne­ti­ca de­gli escre­men­ti di uc­cel­li ma­ri­ni. I bri­tan­ni­ci, per esem­pio, ri­ca­va­ro­no cin­que­mi­la ton­nel­la­te di gua­no dall’Iso­la di Sant’Ele­na. Nel mar­zo del 1842, al­cu­ni com­mer­cian­ti bri­tan­ni­ci ne in­di­vi­dua­ro­no uno stra­to del­lo spes­so­re di ot­to me­tri sull’iso­la di Icha­boe, di fron­te al­la co­sta della Na­mi­bia, do­ve i“cac­cia­to­ri”di gua­no ac­cor­se­ro co­me mo­sche sul mie­le. All’ini­zio del 1845 450 na­vi e sei­mi­la uo­mi­ni lot­ta­va­no per im­pa­dro­nir­si del­le ul­ti­mi por­zio­ni di gua­no che la co­pri­va­no. Nel me­se di mag­gio, ca­ri­ca­to l’ul­ti­mo sac­co, l’iso­la ven­ne in­fi­ne ab­ban­do­na­ta.

Gua­no e im­pe­ro

An­che gli Sta­ti Uni­ti ave­va­no bi­so­gno di gua­no, ma il mo­no­po­lio pe­ru­via­no fa­vo­ri­va i bri­tan­ni­ci. Poi­ché gli agri­col­to­ri nor­da­me­ri­ca­ni era­no un grup­po elet­to­ra­le di pe­so ri­le­van­te (a quel tem­po, ot­to nor­da­me­ri­ca­ni su die­ci vi­ve­va­no in azien­de agri­co­le), non de­sta mol­ta sor­pre­sa che lo stes­so pre­si­den­te, Mil­lard Fill­mo­re, men­zio­nas­se il gua­no nel suo di­scor­so agli Sta­ti dell’Unio­ne del 1850, pro­met­ten­do che avreb­be fat­to ri­cor­so a tut­ti i mez­zi pos­si­bi­li per im­por­tar­lo dal Pe­rú «a un prez­zo ra­gio­ne­vo­le».

Ma non fu suf­fi­cien­te, e nel 1856 il Con­gres­so sta­tu­ni­ten­se ap­pro­vò il Gua­no Islands Act, che au­to­riz­za­va i cit­ta­di­ni sta­tu­ni­ten­si a pren­de­re pos­ses­so di qual­sia­si iso­la con de­po­si­ti di gua­no che non fos­se sot­to la giu­ri­sdi­zio­ne di un al­tro Sta­to. La leg­ge sta­bi­li­va al­tre­sì che gli Sta­ti Uni­ti non era­no ob­bli­ga­ti a con­ser­va­re il pos­ses­so di que­sti ter­ri­to­ri una vol­ta che le ri­ser­ve di gua­no si fos­se­ro esau­ri­te, in­tro­du­cen­do co­sì il con­cet­to di area in­su­la­re, un ter­ri­to­rio che ve­ni­va go­ver­na­to dagli Sta­ti Uni­ti ma non en­tra­va a far­ne par­te. Co­sì, spin­ta dal gua­no, ini­ziò l’espan­sio­ne imperiale de­gli Sta­ti Uni­ti: qua­rant’an­ni prima di im­pa­dro­nir­si di ciò che re­sta­va dei pos­se­di­men­ti spa­gno­li nei Ca­rai­bi e nel Pa­ci­fi­co, ac­qui­sì i suoi pri­mi pos­se­di­men­ti in que­ste ac­que, co­me gli atol­li Mid­way e John­ston e l’iso­la Ho­w­land nel Pa­ci­fi­co, e le Islas del Ci­sne e Na­vas­sa nei Ca­rai­bi.

Ad ogni mo­do, gli Sta­ti Uni­ti non ave­va­no nul­la da in­vi­dia­re al Pe­rú per quan­to ri­guar­da­va la ge­stio­ne del gua­no, co­me di­mo­strò la ri­bel­lio­ne dei la­vo­ra­to­ri ne­ri dell’iso­la di Na­vas­sa che, trat­ta­ti cru­del­men­te dai lo­ro sor­ve­glian­ti bian­chi, nel 1889 ne uc­ci­se­ro quin­di­ci. La ma­ri­na sta­tu­ni­ten­se sof­fo­cò la ri­vol­ta e mol­ti fu­ro­no con­dan­na­ti a mor­te. Pe­rò, in quel­la che fu una del­le pri­me di­mo­stra­zio­ni di mo­bi­li­ta­zio­ne della co­mu­ni­tà ne­ra sta­tu­ni­ten­se, due con­fra­ter­ni­te afroa­me­ri­ca­ne de­nun­cia­ro­no lo sta­to di se­mi­schia­vi­tù in cui vi­ve­va­no gli ope­rai e rac­col­se­ro fon­di per la lo­ro di­fe­sa; al­la fine, il pre­si­den­te Har­ri­son com­mu­tò la pe­na di mor­te in er­ga­sto­lo.

Le guer­re dell’azo­to

Il gua­no era tan­to pre­zio­so che la Spa­gna oc­cu­pò le iso­le Chin­cha nel 1864 co­me ipo­te­ca per il pa­ga­men- to di cre­di­ti che re­cla­ma­va dal Pe­rú dall’in­di­pen­den­za; ne sca­tu­rì una guerra che eb­be fine sol­tan­to nel 1871. Ma il gua­no del­le Chin­cha di­mi­nui­va e ini­ziò l’estra­zio­ne del sal­ni­tro, un ni­tra­to di cui era­no ric­che le de­ser­ti­che ter­re di con­fi­ne di Pe­rú, Bo­li­via e Ci­le; que­sto lot­tò contro gli al­tri due Pae­si nel­la guerra del Pa­ci­fi­co (1879-1884) e riu­scì a im­pa­dro­nir­se­ne, pri­van­do la Bo­li­via di uno sboc­co sul ma­re.

Do­po il de­cli­no della pro­du­zio­ne nel­le Chin­cha e la con­cor­ren­za del sal­ni­tro, fu la chi­mi­ca ad as­se­sta­re al gua­no il col­po di gra­zia quan­do, nel 1905, ini­ziò in Nor­ve­gia la pro­du­zio­ne di fer­ti­liz­zan­te azo­ta­to ar­ti­fi­cia­le. La fa­ci­le ric­chez­za del gua­no ab­ban­do­nò il Pe­rú do­po aver con­tri­bui­to al­lo svi­lup­po dell’eco­no­mia mon­dia­le glo­ba­le ali­men­tan­do l’Eu­ro­pa.

ISO­LE CHIN­CHA. Da que­ste tre pic­co­le iso­le pe­ru­via­ne nel cor­so del XIX se­co­lo giun­se­ro in Eu­ro­pa mi­lio­ni di ton­nel­la­te di gua­no uti­liz­za­to co­me fer­ti­liz­zan­te.

DEA / ALBUM

M BU AL / UIG

WILLIAM GIBBS, IL MAG­GIOR ESPORTATORE BRITANNICO DI GUA­NO. OLIO. 1850.

ESTRA­ZIO­NE di gua­no sul­le iso­le Chin­cha. Era­no fre­quen­ti i sui­ci­di di ope­rai esa­spe­ra­ti dal la­vo­ro sfian­can­te e dal­le ma­lat­tie.

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