PE­STE AD ATE­NE: VAIOLO O TI­FO?

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strade di fu­ne­ra­li; il con­ta­gio non ri­spar­mia­va né sesso né età; pe­ri­va­no di ful­mi­nea mor­te tan­to schia­vi che po­po­la­ni liberi, fra i la­men­ti dei co­niu­gi e dei fi­gli che, mentre stan­no lo­ro vi­ci­no, mentre li pian­go­no, ven­go­no cre­ma­ti sul­lo stes­so ro­go”. Co­sì Ta­ci­to de­scri­ve l’epi­de­mia che fla­gel­lò Ro­ma nel 65-66 d.C.: di qua­le mor­bo si trat­tas­se è in­cer­to, al pa­ri del­la più ce­le­bre “pe­ste an­to­ni­na” che col­pì l’Impero ro­ma­no a par­ti­re dal 165, du­ran­te i re­gni de­gli an­to­ni­ni Mar­co Au­re­lio e Com­mo­do. Mol­te le fon­ti che de­scri­vo­no que­sta pe­sti­len­za: la Hi­sto­ria Au­gu­sta, Am­mia­no Mar­cel­li­no, Orosio, Pu­blio Elio Ari­sti­de, Cas­sio Dio­ne, Luciano di Sa­mo­sa­ta. È con­si­de­ra­ta im­por­tan­te la te­sti­mo­nian­za del me­di­co Ga­le­no di Per­ga­mo, che espo­se an­che una teo­ria del­le cau­se ri­ma­sta es­sen­zia­le nei se­co­li successivi, al pun­to che si par­la per que­sta epi­de­mia di “pe­ste ga­le­ni­ca”. Nel 166, du­ran­te il pri­mo

LA DE­SCRI­ZIO­NE DI TU­CI­DI­DE HA DA­TO VI­TA A UNA RID­DA DI IPOTESI: VAIOLO, TU­BER­CO­LO­SI, FEBBRE DI LAS­SA (UNA FEBBRE EMOR­RA­GI­CA SI­MI­LE A EBO­LA) NON­CHÉ LO STES­SO VI­RUS DI EBO­LA, PER­SI­NO SCAR­LAT­TI­NA E MOR­BIL­LO. OG­GI LA FEBBRE TIFOIDE SEM­BRA ES­SE­RE LA SPIE­GA­ZIO­NE PIÙ PRO­BA­BI­LE; NON SOL­TAN­TO I SIN­TO­MI COR­RI­SPON­DO­NO, MA IN AN­NI RE­CEN­TI VI SO­NO STA­TI RI­TRO­VA­MEN­TI IN GRA­DO DI CON­FE­RI­RE MAG­GIO­RE PRO­BA­BI­LI­TÀ A TA­LE IPOTESI. NEL 1994, ALL’IN­TER­NO DELL’ANTICO CI­MI­TE­RO ATE­NIE­SE DI KE­RA­MEI­KOS È STA­TA RIN­VE­NU­TA UNA FOS­SA CO­MU­NE CON­TE­NEN­TE CIR­CA 150 CORPI; LE CE­RA­MI­CHE TRO­VA­TE CON LE OSSA HAN­NO PER­MES­SO DI DA­TA­RE LA SE­POL­TU­RA ALL’EPO­CA DEL FLAGELLO DI TU­CI­DI­DE. NEL 2006, AL­CU­NI RI­CER­CA­TO­RI GRE­CI HAN­NO AF­FER­MA­TO CHE IL DNA ESTRAT­TO DAL­LA POL­PA DEN­TA­RIA HA RI­VE­LA­TO TRAC­CE DI FEBBRE TIFOIDE; IL CON­SEN­SO IN­TOR­NO AL­LA ME­TO­DO­LO­GIA UTI­LIZ­ZA­TA NON È TUT­TA­VIA UNA­NI­ME, IL CHE REN­DE AN­CO­RA APER­TO IL DIBATTITO. dif­fon­der­si del mor­bo, il Ga­le­no viag­giò da Ro­ma all’Asia Mi­no­re; tor­nò poi a Ro­ma due an­ni più tar­di e fu te­sti­mo­ne del­la tra­smis­sio­ne dell’epi­de­mia tra le trup­pe stan­zia­te ad Aquileia nell’inverno del 168-69. Le sue os­ser­va­zio­ni so­no spar­se in dif­fe­ren­ti ope­re; febbre, diar­rea, in­fiam­ma­zio­ni del­la fa­rin­ge, eru­zio­ni cu­ta­nee an­che pu­ru­len­te so­no i sin­to­mi del mor­bo, che mol­ti han­no iden­ti­fi­ca­to con un’epi­de­mia di vaiolo. Se­con­do la teo­ria de­gli umo­ri di Ga­le­no, lo sta­to di ma­lat­tia era ge­ne­ra­to dal­la con­cen­tra­zio­ne mu­te­vo­le dei flui­di nel cor­po; il sa­las­so era con­si­glia­to: ben po­ca co­sa ri­spet­to agli ef­fet­ti ca­ta­stro­fi­ci di epi­de­mie di que­sto ge­ne­re. Le sue teo­rie ri­ma­se­ro in vo­ga nei se­co­li: la cor­ru­zio­ne dell’aria, si di­ce­va, por­ta­va come con­se­guen­za l’af­flus­so di va­po­ri ma­li­gni, e dun­que feb­bri e pu­tre­fa­zio­ni. Per que­sto i ter­re­mo­ti era­no visti come pos­si­bi­li cau­se di

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