DUE ME­SI DI GHIAC­CIO SUL TA­MI­GI

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GIÀ PRI­MA DEL­LA PIC­CO­LA ERA GLA­CIA­LE, ERA AC­CA­DU­TO CHE LE AC­QUE DEL TA­MI­GI GELASSERO. IL FE­NO­ME­NO SI VE­RI­FI­CÒ PER ESEM­PIO (FOR­SE PER LA PRI­MA VOL­TA) NEL 250 D.C., QUAN­DO LA BRI­TAN­NIA ERA AN­CO­RA UNA PRO­VIN­CIA DI RO­MA. E POI AN­CO­RA NEL XII E NEL XIII SE­CO­LO, IN PIE­NO MEDIOEVO. MA FU SOLO A PAR­TI­RE DAL XIV SE­CO­LO, CON L’INI­ZIO DEL­LA PIC­CO­LA ERA GLA­CIA­LE, CHE VE­DE­RE IL FIU­ME LON­DI­NE­SE CO­PER­TO DAI GHIAC­CI DIVENNE QUA­SI UN’ABI­TU­DI­NE: NEL 1536 IL RE EN­RI­CO VIII AN­DÒ IN SLIT­TA DAL CEN­TRO DI LON­DRA A GREE­N­WI­CH LUN­GO IL TA­MI­GI; E TRA IL XVII E IL XVIII LE AC­QUE FLU­VIA­LI GHIACCIARONO PER BEN 13 VOL­TE, SEM­PRE CON UNO SPES­SO­RE SUF­FI­CIEN­TE A SO­STE­NE­RE LE PER­SO­NE. IN GE­NE­RE QUESTI EPI­SO­DI DU­RA­VA­NO PO­CHI GIOR­NI, O AL MAS­SI­MO QUAL­CHE SETTIMANA. UNI­CA EC­CE­ZIO­NE, LA GRAN­DE GE­LA­TA DEL 1683-84, QUAN­DO IL TA­MI­GI RI­MA­SE GHIAC­CIA­TO PER BEN DUE ME­SI DI SE­GUI­TO. cal­do me­die­va­le”, un’epo­ca che in­te­res­sò la zo­na del nord Atlan­ti­co ed eb­be con­se­guen­ze so­cioe­co­no­mi­che: il cli­ma mi­te con­sen­tì la col­ti­va­zio­ne dell’uva fi­no in Gran Bre­ta­gna, i Vichinghi ap­pro­fit­ta­ro­no del ritiro dei ghiac­ciai per co­lo­niz­za­re la Groen­lan­dia, il cui no­me de­ri­va dal fat­to che all’epo­ca era una green­land, una“ter­ra verde”, e in Islan­da si col­ti­va­va l’or­zo. Nel XIV se­co­lo, pe­rò, il cli­ma eu­ro­peo co­min­ciò a peg­gio­ra­re: le gran­di piog­ge che inon­da­ro­no il con­ti­nen­te tra il 1314 e il 1316 fu­ro­no il pre­lu­dio del­la Pic­co­la Era Gla­cia­le, un fe­no­me­no che si sa­reb­be pro­lun­ga­to fi­no al 1850. Mal­gra­do il no­me, le bas­se tem­pe­ra­tu­re non fu­ro­no una co­stan­te di quel pe­rio­do, ma in­te­res­sa­ro­no solo gli in­ver­ni, e non le esta­ti. Per l’ar­cheo­lo­go in­gle­se Brian Fa­gan, au­to­re de La ri­vo­lu­zio­ne del cli­ma, il cli­ma di quell’epo­ca fu mol­to in­sta­bi­le. Le flut­tua­zio­ni cli­ma­ti­che avreb­be­ro co­sti­tui­to la no­ta do­mi­nan­te per di­ver­si se­co­li, ca­rat­te­riz­za­ti a vol­te da in­ver­ni ri­gi­di se­gui­ti da pre­ci­pi­ta­zio­ni pri­ma­ve­ri­li ed esti­ve tor­ren­zia­li; al­tre vol­te da in­ver­ni mo­de­ra­ti con esta­ti tor­ri­de e pe­rio­di di sic­ci­tà. È cer­to che nell’emi­sfe­ro set­ten­trio­na­le si sia­no ve­ri­fi­ca­ti an­che al­cu­ni ci­cli bre­vi di freddo estre­mo, come quel­lo tra il 1590 e il 1610.

Caccia al­le streghe

Du­ran­te la Pic­co­la Era Gla­cia­le, il freddo e la piog­gia di­strug­ge­va­no i rac­col­ti e ren­de­va­no in­quie­ti i po­po­li. Nel 1595, Da­niel Schal­ler, par­ro­co del­la cit­tà prus­sia­na di Sten­dal, vi­ci­no al fiu­me El­ba, espri­me­va co­sì la sua con­vin­zio­ne che la fi­ne del mon­do fos­se pros­si­ma: “La lu­ce del So­le è po­co co­stan­te, l’inverno e l’esta­te so­no in­sta­bi­li. I frut­ti del­la ter­ra non ma­tu­ra­no più come un tem­po; la fer­ti­li­tà del mon­do di­mi­nui­sce, i cam­pi so­no ina­ri­di­ti, e la fa­me si dif­fon­de ovun­que”. A far­ne le spe­se fu-

ba­ro­me­tro del Xviii se­co­lo

co­strui­to dal ce­le­bre oro­lo­gia­io fran­ce­se Fra­nçois Ju­stin, que­sto ba­ro­me­tro è in­se­ri­to in un mobile in­gle­se chip­pen­da­le (1768).

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