LA STAM­PA

Do­po an­ni di ri­cer­che ed espe­ri­men­ti com­piu­ti in gran se­gre­to, Jo­han­nes gu­ten­berg in­ven­tò in­tor­no al 1450 un me­to­do che avreb­be ri­vo­lu­zio­na­to la dif­fu­sio­ne del sa­pe­re in tut­ta eu­ro­pa: la stam­pa

Storica NG Special - - Speciale storika - AN­TO­NIO FER­NÁN­DEZ LUZÓN DOT­TO­RE IN STO­RIA

Nel 1471, un uma­ni­sta fran­ce­se re­se omag­gio al­la “nuo­va spe­cie di li­brai” che ne­gli an­ni pre­ce­den­ti ave­va­no dif­fu­so dal­la Ger­ma­nia una nuo­va tec­ni­ca, che per­met­te­va di pro­dur­re li­bri sen­za più la ne­ces­si­tà di co­piar­li a ma­no. Fra co­sto­ro, “Gio­van­ni, no­to co­me Gu­ten­berg” era sta­to il “ve­ro in­ven­to­re del­la stam­pa”, l’uo­mo che ave­va crea­to “i ca­rat­te­ri con i qua­li tut­to ciò che si di­ce e si pen­sa può es­se­re su­bi­to mes­so per iscrit­to, ri­scrit­to e con­se­gna­to ai po­ste­ri”. Jo­han­nes Gu­ten­berg com­pì una del­le sco­per­te de­sti­na­te ad ave­re il mag­gio­re im­pat­to sul­la sto­ria, ma la ri­co­stru­zio­ne del­la sua vi­ta ri­sul­ta an­co­ra pie­na di la­cu­ne. Si sa che il suo ve­ro no­me era Jo­han­nes Gen­sflei­sch e che nac­que in­tor­no al 1398 a Ma­gon­za. Il no­me con cui è co­no­sciu­to de­ri­va da quel­lo di una te­nu­ta di suo pa­dre, un ric­co pa­tri­zio lo­ca­le che si oc­cu­pa­va del­la co­nia­zio­ne di mo­ne­te.

Un ar­ti­gia­no im­pren­di­to­re

Do­po gli stu­di a Er­furt, ver­so il 1434 Gu­ten­berg si tra­sfe­rì a Stra­sbur­go, do­ve in­tra­pre­se l’at­ti­vi­tà di ora­fo. Nel 1436 af­fron­tò la cau­sa in­ten­ta­ta­gli da una don­na di no­me En­ne­lin per aver in­fran­to una pro­mes­sa di ma­tri­mo­nio: un al­tro se­gna­le del suo ca­rat­te­re bru­sco e dif­fi­ci­le, ma­ni­fe­sta­to­si già due an­ni pri­ma, quan­do fe­ce in­car­ce­ra­re un com­pae­sa­no per de­bi­ti. Gu­ten­berg di­mo­strò su­bi­to una pe­ri­zia tec­ni­ca straor­di­na­ria e uno spic­ca­to spi­ri­to im­pren­di­to­ria­le. Nel 1437 ela­bo­rò un in­no­va­ti­vo si­ste­ma per lucidare le pie­tre pre­zio­se, e un an­no do­po sti­pu­lò un con­trat­to con An­dreas Dri­tze­hen, Hans Rif­fe e An­dreas Heil­mann per la fab­bri­ca­zio­ne di spec­chiet­ti per i pel­le­gri­ni, che que­sti ul­ti­mi era­no so­li­ti por­ta­re le­ga­ti al lo­ro cap­pel­lo, al­la tu­ni­ca o al ba­sto­ne.

Lo sco­po era at­ti­ra­re la lu­ce pro­ve­nien­te dal­le reliquie e dal­le im­ma­gi­ni sa­cre: si ri­te­ne­va che co­sì es­se avreb­be­ro tra­smes­so ai fe­de­li la lo­ro be­ne­di­zio­ne. La pro­du­zio­ne di spec­chi ri­chie­de­va gran­de abi­li­tà nel la­vo­ra­re i me­tal­li e an­da­va in­con­tro a una for­te ri­chie­sta del mer­ca­to: due trat­ti in co­mu­ne con l’al­tra gran­de in­ven­zio­ne cui Gu­ten­berg sta­va la­vo­ran­do in gran se­gre­to, un me­to­do per pro­dur­re li­bri in mo­do mec­ca­ni­co, usan­do ca­rat­te­ri in me­tal­lo.

Il suc­ces­so dei ca­rat­te­ri mo­bi­li

In Eu­ro­pa, per mol­ti se­co­li l’uni­ca for­ma di riproduzione dei te­sti fu la co­pia manoscritta rea­liz­za­ta da­gli scri­va­ni. Il la­vo­ro si con­cen­trò ne­gli scrip­to­ria dei mo­na­ste­ri, fin­ché nel XIII se­co­lo la pro­du­zio­ne di ma­no­scrit­ti fu tra­sfe­ri­ta nei nuo­vi cen­tri uni­ver­si­ta­ri. Qui sor­se­ro la­bo­ra­to­ri in cui la­vo­ra­va­no fi­no a cin­quan­ta co­pi­sti, con un’or­ga­niz­za­zio­ne qua­si in­du­stria­le. Poi si dif­fu­se l’uso del­la car­ta: pro­dot­ta con li­no e ca­na­pa, ri­sul­ta­va mol­to più eco­no­mi­ca e maneggevole del­la per­ga­me­na. Al­la fi­ne del ’300 in Eu­ro­pa si dif­fu­se la tec­ni­ca dell’in­ci­sio­ne su le­gno, o xi­lo­gra­fia, che per­met­te­va di im­pri­me­re mol­te im­ma­gi­ni su te­la o car­ta tra­mi­te una so­la la­stra. Que­sto pri­mo ti­po di stam­pa si orien­tò all’ini­zio ver­so la pro­du­zio­ne di im­ma­gi­ni de­vo­zio­na­li. Si po­te­ro­no co­sì stam­pa­re opu­sco­li im­pres­si su una so­la fac­cia, i qua­li nel­la se­con­da me­tà del ’400 si tro­va­ro­no a coe­si­ste­re con i nuo­vi li­bri stam­pa­ti con ca­rat­te­ri in me­tal­lo. Ta­le tec­ni­ca pre­sen­ta­va pe­rò lo svan­tag­gio che le la­stre di le­gno in­ci­so, ol­tre a ri­chie­de­re mol­to tem­po per l’in­ta­glio, si de­te­rio­ra­va­no in fret­ta. Era per­ciò ne­ces­sa­rio idea­re un me­to­do che per­met­tes­se di stam­pa­re mec­ca­ni­ca­men­te te­sti scrit­ti sen­za che fos­se ne­ces­sa­rio in­ci­de­re ogni pa­gi­na. La so­lu­zio­ne fu­ro­no i ca­rat­te­ri mo­bi­li: pic­co­li cu­bi di me­tal­lo ognu­no dei qua­li re­ca­va una let­te­ra a ri­lie­vo.

LA CO­PIA MANOSCRITTA FU L’UNI­CA FOR­MA DI RIPRODUZIONE DEI TE­STI PER SE­CO­LI

I cu­bi si po­te­va­no poi com­bi­na­re per for­ma­re le pa­ro­le e le li­nee di una pa­gi­na. I van­tag­gi del pro­ce­di­men­to, che con­sen­ti­va di ri­pro­dur­re te­sti su lar­ga sca­la e con una ve­lo­ci­tà pri­ma im­pen­sa­bi­le, pro­dus­se­ro un enor­me suc­ces­so. In pas­sa­to, gli sto­ri­ci han­no in­di­vi­dua­to va­ri per­so­nag­gi cui at­tri­bui­re l’in­ven­zio­ne dei ca­rat­te­ri mo­bi­li al po­sto di Gu­ten­berg. Si po­treb­be ini­zia­re con quel­li pro­ve­nien­ti dall’Estre­mo Orien­te, do­cu­men­ta­ti nell’XI se­co­lo, an­che se non vi so­no pro­ve che l’in­ven­zio­ne sia sta­ta poi tra­smes­sa in Oc­ci­den­te. Ad Avi­gno­ne, un ora­fo di no­me Wald­vo­gel si van­ta­va, tra il 1444 e il 1446, di co­no­sce­re “un’ar­te di scri­ve­re ar­ti­fi­cial­men­te” (cioè in mo­do mec­ca­ni­co) e di pos­se­de­re “due al­fa­be­ti in ac­cia­io, 48 ca­rat­te­ri di sta­gno e al­cu­ni ma­te­ria­li per la riproduzione di te­sti ebrai­ci e la­ti­ni”. In Olan­da per l’in­ven­zio­ne del­la stam­pa si ci­ta in­ve­ce il no­me di Lau­rent Co­ster. Og­gi in­ve­ce la pa­ter­ni­tà esclu­si­va del­la sco­per­ta è at­tri­bui­ta a Gu­ten­berg, an­che se le cir­co­stan­ze in cui av­ven­ne non so­no chia­ri­te del tut­to. Sem­bra che il te­de­sco ab­bia com­piu­to i pri­mi espe­ri­men­ti di stam­pa a Stra­sbur­go, con l’aiu­to dei suoi so­ci del­la fab­bri­ca di spec­chiet­ti. Si pre­mu­rò di man­te­ne­re se­gre­to il suo la­vo­ro: ai so­ci chie­se di non in­se­gna­re a nes­su­no l’uso del tor­chio; non sap­pia­mo pe­rò se al­lo­ra es­so ser­vis­se per lucidare gli spec­chi o per pro­dur­re li­bri. In ogni ca­so, al­la mor­te di Dri­tze­hen sor­se un con­flit­to d’in­te­res­si tra Gu­ten­berg e gli al­tri so­ci, e po­co do­po l’in­ven­to­re ri­tor­nò a Ma­gon­za, do­ve di cer­to si tro­va­va nel 1448. Di nuo­vo Gu­ten­berg do­vet­te cer­ca­re so­ci che fi­nan­zias­se­ro la sua im­pre­sa. Jo­hann Fu­st, un com­mer­cian­te di No­rim­ber­ga, gli pre­stò 800 fio­ri­ni per la fab­bri­ca­zio­ne di “cer­ti stru­men­ti”, e ne pro­mi­se al­tri 300 per il “la­vo­ro dei li­bri” in un nuo­vo con­trat­to, che pre­ve­de­va spe­se per car­ta, per­ga­me­na e in­chio­stro. Gli stu­dio­si cre­do­no che il de­na­ro sia sta­to in­ve­sti­to nel­la stam­pa del­la ce­le­bre “Bib­bia del­le 42 li­nee”, an­che se già pri­ma Gu­ten­berg ave­va stam­pa­to un ma­nua­le di la­ti­no e al­cu­ni for­mu­la­ri di in­dul­gen­ze pa­pa­li.

Un af­fa­re mol­to redditizio

È pro­ba­bi­le che l’im­pre­sa sia sta­ta da su­bi­to un suc­ces­so. Ciò spie­ghe­reb­be il vol­ta­fac­cia av­ve­nu­to al­la fi­ne del 1455, quan­do Fu­st ac­cu­sò Gu­ten­berg di im­pie­ga­re il de­na­ro che gli ave­va pre­sta­to per qual­co­sa di di­ver­so dal­la “fab­bri­ca­zio­ne di li­bri”. Il tri­bu­na­le con­dan­nò Gu­ten­berg a re­sti­tui­re il de­na­ro con l’ag­giun­ta de­gli in­te­res­si, 1200 fio­ri­ni, una ci­fra cui l’in­ven­to­re non po­te­va far fron­te. Fu­st si ap­pro­priò inol­tre di gran par­te del ma­te­ria­le per stam­pa­re, si im­pos­ses­sò del redditizio af­fa­re e si sba­raz­zò dell’in­ven­to­re, che per lui era di­ve­nu­to un osta­co­lo. Con l’ap­pog­gio del fu-

“NON IN­SE­GNA­TE L’AR­TE DEL­LA STAM­PA” CHIE­SE AI SO­CI GU­TEN­BERG PER MAN­TE­NER­LA SE­GRE­TA Sta­tua di San­ta Giu­lia­na. 1517. MU­SEO PRO­VIN­CIA­LE. TREN­TO.

tu­ro ge­ne­ro, Pe­ter Schöf­fer, che co­no­sce­va la tec­ni­ca idea­ta da Gu­ten­berg, creò uno dei la­bo­ra­to­ri più pro­spe­ri d’Eu­ro­pa. Co­mun­que Gu­ten­berg con­ser­vò al­me­no un tor­chio, con il qua­le con­ti­nuò a la­vo­ra­re a Ma­gon­za, do­ve stam­pò un di­zio­na­rio di la­ti­no, il Ca­tho­li­con. Al­cu­ni stu­dio­si ri­ten­go­no che poi si sia tra­sfe­ri­to per un pe­rio­do nel­la vi­ci­na Bam­ber­ga, do­ve tra il 1458 e il 1460 avreb­be fi­ni­to di stam­pa­re la “Bib­bia del­le 36 li­nee”, un’ope­ra in­tra­pre­sa a Ma­gon­za an­ni pri­ma.

La dia­spo­ra dei ti­po­gra­fi

Nel­la not­te tra il 27 e il 28 ot­to­bre del 1462, Ma­gon­za fu pre­sa d’as­sal­to dal­le trup­pe del prin­ci­pe Adol­fo II di Nas­sau, che ne ri­ven­di­ca­va la ca­ri­ca di ar­ci­ve­sco­vo. Nei cruen­ti com­bat­ti­men­ti che se­gui­ro­no la cit­tà ven­ne sac­cheg­gia­ta. Mol­ti ar­ti­gia­ni e com­mer­cian­ti la ab­ban­do­na­ro­no, e tra lo­ro i ti­po­gra­fi che vi ri­sie­de­va­no. Ta­le emi­gra­zio­ne for­za­ta fa­vo­rì la dif­fu­sio­ne dell’ar­te del­la stam­pa in tut­ta Eu­ro­pa, dap­pri­ma in Ita­lia (a Ro­ma, nel 1467), in se­gui­to in Fran­cia e in Spa­gna. An­che Gu­ten­berg fu una vit­ti­ma del­la re­pres­sio­ne sca­te­na­ta dall’ar­ci­ve­sco­vo: la sua ca­sa fu con­fi­sca­ta e do­vet­te an­da­re in esi­lio in una cit­tà vi­ci­na, Elt­vil­le. Sap­pia­mo che ver­sa­va in gra­vi dif­fi­col­tà eco­no­mi­che; non è in­ve­ce cer­to se, al suo ri­tor­no a Ma­gon­za, ab­bia ri­pre­so il me­stie­re di ti­po­gra­fo. Nel 1465 Adol­fo II ne ri­co­nob­be il va­lo­re e lo in­se­rì tra il per­so­na­le del suo pa­laz­zo, pro­met­ten­do­gli uno sti­pen­dio an­nua­le. Al­la mor­te di Gu­ten­berg, nel feb­bra­io 1468, tra i be­ni di sua pro­prie­tà si tro­va­ro­no “al­cu­ni ca­rat­te­ri, car­te, stru­men­ti e al­tri og­get­ti ne­ces­sa­ri per la stam­pa”. Era il ma­te­ria­le gra­zie al qua­le ave­va ri­vo­lu­zio­na­to il mo­do in cui gli uo­mi­ni, da al­lo­ra in poi, avreb­be­ro avu­to ac­ces­so al­le in­for­ma­zio­ni e al sa­pe­re.

Ri­tRat­to DI JO­HAN­NES GU­TEN­BERG IN UN’IN­CI­SIO­NE DI AN­DRÉ THÉVET, 1584.

Il con­tri­bu­to di Gu­ten­berg

la co­pia di te­sti tra­mi­te stam­pa, il cui an­te­ce­den­te più an­ti­co so­no i si­gil­li ba­bi­lo­ne­si, era già no­ta in estre­mo orien­te se­co­li pri­ma dell’in­ven­zio­ne di gu­ten­berg. fu que­st’ultimo pe­rò a in­tro­dur­re la pres­sa mec­ca­ni­ca e i ca­rat­te­ri mo­bi­li in me­tal­lo, ren­den­do pos­si­bi­le per la pri­ma vol­ta la stam­pa in se­rie. l’uti­li­tà dell’in­ven­zio­ne ri­sul­tò mol­to pre­sto evi­den­te: le pri­me stam­pe per­met­te­va­no in­fat­ti di stam­pa­re fi­no a 250 fo­gli nell’in­ter­val­lo di tem­po di un’ora.

Dal­la for­ma di stam­pa al tor­chio

per stam­pa­re si usa­va una for­ma di stam­pa con tre ele­men­ti: una ba­se con i ca­rat­te­ri, un al­tro te­la­io con la car­ta e la fra­schet­ta, che ser­vi­va­no a de­ter­mi­na­re l’area di stam­pa e ne pro­teg­ge­va­no i mar­gi­ni. mon­ta­ta la for­ma, la si col­lo­ca­va sot­to il tor­chio, la cui vi­te a pres­sio­ne sa­li­va e scen­de­va gra­zie a una le­va.

OliO su te­la di ti­tO les­si, 1906. Gal­le­ria d’ar­te MO­der­na, rO­Ma.

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