«Amo il suc­ces­so ma non mi ven­do»

For­se il più gran­de trasformista del­lo scher­mo. 100 film, ruo­li tut­ti di­ver­si, ico­ni­ci: «So­no ma­te­ria da pla­sma­re. Scel­go io da chi»

Style - - Front Page - DI GIANEMILIO MAZ­ZO­LE­NI FO­TO DI TO­NI THO­RIM­BERT STY­LING DI ALES­SAN­DRO CA­LA­SCI­BET­TA

Mai lo stes­so ruo­lo. È un man­tra per Wil­lem Dafoe, 61 an­ni, 100 film. Uno de­gli at­to­ri più tra­sfor­mi­sti di Hol­ly­wood. Un ta­len­to pu­ro che non gio­ca con le car­te del gran­de bu­si­ness: «Scel­go in ba­se al­le per­so­ne. I sol­di non in­di­ca­no il va­lo­re di un artista». Fuo­ri da­gli sche­mi nel­la vi­ta: si è fat­to le os­sa a New York ai tem­pi del­la Fac­to­ry, vi­ve a Roma do­ve ha mo­glie e «la mia vi­ta». E gi­ra il mon­do per fa­re ci­ne­ma dal­la Ci­na al Brasile. Tut­to per­ché sia «co­me la pri­ma vol­ta».

CON QUEL­LA FAC­CIA UN PO’ CO­SÌ… Quell’espres­sio­ne un po’ co­sì… Il vi­so di Wil­lem Dafoe, a pri­ma vi­sta, è uno dei più an­ti­ci­ne­ma­to­gra­fi­ci mai vi­sti: di­se­gna­to se­con­do li­nee che sa­reb­be­ro pia­ciu­te a un sur­rea­li­sta, gio­va­ne e vec­chio, di­vi­no e sa­ta­ni­co. In ol­tre 30 an­ni di car­rie­ra e più di 100 film ha da­to quel vol­to a uno straor­di­na­ria­men­te uma­no Ge­sù nell’ul­ti­ma

ten­ta­zio­ne di Cri­sto di Mar­tin Scor­se­se, co­sì co­me all’an­ti­cri­sto di Lars Von Trier, un pa­dre stra­vol­to che ten­ta di su­pe­ra­re la mor­te del fi­glio in uno strug­gen­te cal­va­rio ero­ti­co. È sta­to il vol­to pu­li­to del­la leg­ge dell’agen­te Alan Ward che cer­ca di agi­re se­con­do le re­go­le men­tre tut­to intorno a lui bru­cia nell’in­sen­sa­ta vio­len­za raz­zi­sta di Mis­sis­sip­pi Burning, co­sì co­me il ghi­gno dia­bo­li­co sot­to la cal­za da ra­pi­na­to­re di Bob­by Pe­ru in Cuo­re sel­vag­gio di Da­vid Lyn­ch. E an­co­ra, è il vi­so mo­ren­te del ser­gen­te Elias Gro­din, ri­vol­to ver­so

il cie­lo in una mu­ta pre­ghie­ra con­tro l’odio del­la guer­ra, nell’ul­ti­ma se­quen­za di Pla­toon di Oli­ver Sto­ne. E il suo op­po­sto, lo schi­zo­fre­ni­co bu­si­ness­man Nor­man Osborn, acer­ri­ma ne­me­si di Spi­der-man. In que­sta fac­cia co­sì pla­sti­ca, mo­del­la­bi­le a pia­ce­re nel­le ma­ni dei gran­di re­gi­sti, sta tut­ta la gran­dez­za e (iro­ni­ca­men­te) il li­mi­te di Dafoe: un’ico­na del gran­de scher­mo ma non un mi­to stel­la­re. Per non ave­re mai ac­cet­ta­to un’im­ma­gi­ne mo­no­di­men­sio­na­le, ma su­bi­to ri­co­no­sci­bi­le, del suo im­men­so ta­len­to. Più di 100 film. Qua­si al­tret­tan­ti ruo­li, dai Çcat­ti­viè agli eroi e per­fi­no un guer­rie­ro mar­zia­no. Cos’• re­ci­ta­re per lei? Ec­clet­ti­smo, sfi­da, di­ver­ti­men­to?

La re­ci­ta­zio­ne è fin­zio­ne: «fa­re», non «mo­stra­re». L’eclet­ti­smo non fa par­te del­la mia per­so­na­li­tà, ma nu­tre la mia im­ma­gi­na­zio­ne. E pen­so sia ca­tar­ti­co in­ter­pre­ta­re ruo­li di­ver­si. Qua­li so­no quel­li cui • più af­fe­zio­na­to e per i qua­li vor­reb­be es­se­re ri­cor­da­to?

So­li­ta­men­te mi in­na­mo­ro dei miei per­so­nag­gi e poi li la­scio. Non vo­glio ave­re dei fa­vo­ri­ti, ti fa vi­ve­re nel pas­sa­to. Co­me dis­se Mar­tha Gra­ham: «Il mio bal­let­to pre­fe­ri­to è quel­lo che sto dan­zan­do. Non si cre­sce con le si­cu­rez­ze, bi­so­gna ri­schia­re». Tut­ta­via, det­to que­sto, am­met­to di ave­re un de­bo­le per Bob­by Pe­ru di Cuo­re sel­vag­gio: so­lo pen­sa­re a lui mi fa sor­ri­de­re. L’an­no scor­so ha in­ter­pre­ta­to Pier Pao­lo Pa­so­li­ni nell’omo­ni­mo film di Abel Fer­ra­ra. Co­sa con­di­vi­de con il poe­ta, scrit­to­re e re­gi­sta ita­lia­no? Mi piac­cio­no i suoi sag­gi, in par­ti­co­la­re gli

Scrit­ti cor­sa­ri e le Let­te­re lu­te­ra­ne, in cui, in ma­nie­ra pro­fe­ti­ca, de­nun­cia la per­di­ta di in­di­vi­dua­li­tà e uma­ni­tà del­le per­so­ne a cau­sa de­gli ef­fet­ti di te­le­vi­sio­ne, con­su­mi­smo, fal­sa tol­le­ran­za e cor­ru­zio­ne. Og­gi ag­giun­ge­rei glo­ba­liz­za­zio­ne, in­ter­net e una cul­tu­ra com­mer­cia­le mul­ti­na­zio­na­le. Nel­le sue ope­re e nel­la vi­ta ha com­bat­tu­to una bat­ta­glia per la difesa di ciò che è uma­no e bel­lo, una bat­ta­glia che con­ti­nua an­co­ra. Ha ini­zia­to la sua car­rie­ra re­ci­tan­do in tea­tri off nel­la fol­le New York an­ni Set­tan­ta do­ve de­ca­den­za ur­ba­na e crea­ti­vi­tà ar­ti­sti­ca an­da­va­no a brac­cet­to: la Fac­to­ry, il CBGB, Pat­ti Smi­th… Ci può rac­con­ta­re qual­co­sa di quei tem­pi e di co­me han­no con­tri­bui­to al­la sua for­ma­zio­ne?

Non ero un ma­nia­co dei club, ero im­pe­gna­to a fa­re tea­tro. La­vo­ra­re ogni gior­no per 26 an­ni con il Woo­ster Group ha re­so il mio ap­proc­cio al­la

«CIÒ CHE MI HA FOR­MA­TO È STA­TO VI­VE­RE A NEW YORK NE­GLI AN­NI '70, TRA AR­TI­STI CHE CREA­VA­NO IN­VE­CE DI FA­RE CAR­RIE­RA»

re­ci­ta­zio­ne fi­si­co e de­ter­mi­na­to. Pen­san­do a do­wn­to­wn New York ne­gli an­ni Set­tan­ta, ciò che ha con­tri­bui­to mag­gior­men­te al­la mia for­ma­zio­ne è sta­to far par­te di un mon­do in cui gli ar­ti­sti crea­va­no in­ve­ce di cer­ca­re di fa­re car­rie­ra. E ho vi­sto i la­vo­ri di per­so­ne che con­ti­nua­no a ispi­rar­mi, co­me Ri­chard Fo­re­man, la com­pa­gnia Squat Thea­tre e Bob Wil­son. Lei non ha mai stu­dia­to re­ci­ta­zio­ne e all’ini­zio non pen­sa­va che sa­reb­be di­ven­ta­to il suo la­vo­ro. Poi è sta­to «sco­per­to» e ha la­vo­ra­to con al­cu­ni dei più gran­di re­gi­sti del no­stro tem­po: que­sto le ha fat­to pen­sa­re di es­se­re un gran­de ta­len­to?

La re­gi­sta Ka­th­ryn Bi­ge­low mi ha vi­sto re­ci­ta­re in Point Ju­di­th al Per­for­ming Ga­ra­ge nel 1979 e mi ha chie­sto di in­ter­pre­ta­re il pro­ta­go­ni­sta in The lo­ve­less, il suo pri­mo film. Ho ac­cet­ta­to e que­sto ha da­to il via al­la mia car­rie­ra ci­ne­ma­to­gra­fi­ca. Mol­ti at­to­ri so­no at­trat­ti dai pro­get­ti per via del per­so­nag­gio o del­la sce­neg­gia­tu­ra. Io in­ve­ce ho sem­pre scel­to in ba­se al­le per­so­ne, cer­can­do re­gi­sti ener­gi­ci, per­ché mi pia­ce es­se­re ma­te­ria­le da pla­sma­re nel­le lo­ro ma­ni. Cer­co di es­se­re fles­si­bi­le e al lo­ro ser­vi­zio, sia che si trat­ti di gran­di mae­stri o di un en­tu­sia­sta, gio­va­ne re­gi­sta. Es­se­re par­te del­la vi­sio­ne di qual­cun al­tro mi dà una gran­de ener­gia crea­ti­va. Ha ot­te­nu­to due no­mi­na­tion agli Aca­de­my awards, ma non ha mai vin­to: è una scon­fit­ta o una sfi­da?

Vo­ta­re per gli Oscar è una fac­cen­da sia po­li­ti­ca sia sen­ti­men­ta­le, e an­che un po’ un con­cor­so di po­po­la­ri­tà. Lo so per­ché vo­to in quan­to mem­bro dell’aca­de­my. Se vin­ci è fan­ta­sti­co, se non suc­ce­de... Beh, ma­ga­ri ti ser­ve per re­sta­re «af­fa­ma­to». Que­sto mi fa pen­sa­re a una fra­se che il mio ami­co Franco Bat­tia­to ama ri­pe­te­re: «Il me­glio è ne­mi­co del be­ne».

Cen­ti­na­ia di ruo­li, ma nes­su­no in tv: per­ché?

La te­le­vi­sio­ne non è il ci­ne­ma. Mi pia­ce an­co­ra fa­re film e so­no ab­ba­stan­za for­tu­na­to da es­se­re coin­vol­to in pa­rec­chi pro­get­ti in­te­res­san­ti. Ciò che amo è la di­stor­sio­ne del tem­po, la poe­sia e il lin­guag­gio vi­si­vo e udi­ti­vo che so­no uni­ci dei film.

Ha la­vo­ra­to in gran­di pro­du­zio­ni, ma mol­to an­che in pel­li­co­le low bud­get. Si può di­re che lei pre­fe­ri­sca l’ar­te al gua­da­gno?

Ho due la­ti, quel­lo dell’artista e quel­lo dell’uo­mo di spet­ta­co­lo ed en­tram­bi si con­ten­do­no la mia ani­ma. (Sto scher­zan­do!) Mi pia­ce ave­re suc­ces­so, ma non so­no un ven­di­to­re. Non cre­do che il de­na­ro sia in­di­ca­ti­vo del va­lo­re di un at­to­re, ma so­lo del suo «va­lo­re di mer­ca­to». Lei ha an­che la cit­ta­di­nan­za ita­lia­na: è na­to ne­gli Sta­ti Uni­ti e si è spo­sa­to qui. È al con­tem­po new­yor­ke­se e ro­ma­no: co­sa ama e co­sa odia del­le due cit­tà e do­ve si sen­te ve­ra­men­te a ca­sa?

New York è sti­mo­lan­te ed ener­gi­ca co­me nes­sun al­tro po­sto al mon­do che io ami. È sta­ta ca­sa mia da quan­do ave­vo 20 an­ni e non c’è nul­la che non mi piac­cia. Ma quan­do mi so­no tra­sfe­ri­to a Roma ho sco­per­to una par­te di me che an­co­ra non co­no­sce­vo. Roma è co­sì bel­la… E mol­to più ri­las­san­te di New York. E poi qui ho una me­ra­vi­glio­sa fa­mi­glia, tan­ti ami­ci e le mie abi­tu­di­ni. Ma so­no co­mun­que un im­mi­gra­to e que­sto qual­che vol­ta mi ren­de trop­po di­pen­den­te da­gli al­tri. Viag­gio mol­to per la­vo­ro e so­no fe­li­ce di tor­na­re in ognu­na del­le due cit­tà e sen­tir­mi a ca­sa. Guar­da i film ita­lia­ni di og­gi? Co­sa ne pen­sa del­la nuo­va ge­ne­ra­zio­ne di re­gi­sti?

So­no un fan dei re­gi­sti del mio quar­tie­re, a par­ti­re da mia mo­glie Gia­da Co­la­gran­de. Poi die­tro l’an­go­lo c’è il mio «com­pli­ce» Abel Fer­ra­ra. In fon­do al­la via vi­vo­no Pap­pi Cor­si­ca­to, Pao­lo Sor­ren­ti­no, Mat­teo Gar­ro­ne e Ma­rio Mar­to­ne, tra gli al­tri. Que­st’an­no gi­re­rà film in Ci­na, Brasile, Ita­lia... Co­me rie­sce a far sue co­sì tan­te cul­tu­re e a tra­dur­le nei suoi per­so­nag­gi?

Amo viag­gia­re. È una sfi­da al­le pro­prie con­vin­zio­ni e ti co­strin­ge a guar­da­re le tue abi­tu­di­ni e i tuoi sche­mi con oc­chi di­ver­si. La­vo­ra­re a stret­to con­tat­to con al­tre cul­tu­re mol­ti­pli­ca que­sto ef­fet­to per dieci. Ma il ci­ne­ma è un lin­guag­gio che tut­ti ca­pi­sco­no ed è sem­pre in­te­res­san­te ve­de­re co­me ri­mos­si tut­ti i con­di­zio­na­men­ti cul­tu­ra­li ciò che re­sta è dav­ve­ro uni­ver­sa­le. Ha mai pen­sa­to di smet­te­re, o ral­len­ta­re, e fa­re qual­cos'al­tro?

Quan­do ini­zio un nuo­vo film o un pro­get­to tea­tra­le, mi sfor­zo di cre­de­re che sia la pri­ma vol­ta. Con­ti­nue­rò a la­vo­ra­re fin­ché mi ri­mar­rà la paura, l’ec­ci­ta­zio­ne e il sen­so di av­ven­tu­ra.

«QUAN­DO IN­ZIO UN NUO­VO FILM O UN PRO­GET­TO TEA­TRA­LE MI SFOR­ZO SEM­PRE DI CRE­DE­RE CHE SIA LA PRI­MA VOL­TA »

CO­STU­ME NA­TIO­NAL HOM­ME

ABI­TI

In bas­so: Dafoe nei pan­ni del ser­gen­te Elias Gro­din si con­fron­ta con il ser­gen­te mag­gio­re Ro­bert Bar­nes (Tom Be­ren­ger) in

Pla­toon. Per que­sta par­te fu can­di­da­to all'oscar nel 1987.

Wil­lem Dafoe ha una pre­di­li­zio­ne per il tea­tro. Ne­gli an­ni Set­tan­ta • sta­to tra i fon­da­to­ri del Woo­ster Group una del­le com­pa­gnie spe­ri­men­ta­li pi• fa­mo­se di New York.

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