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RDINE o di­sor­di­ne? Un bel di­lem­ma, nel­la vi­ta co­me nel bu­si­ness. Le di­spu­te sull’or­di­ne e il di­sor­di­ne so­no fon­te di con­ti­nue di­scus­sio­ni fra ami­ci, col­le­ghi e con­vi­ven­ti. Tro­va­re una ra­gio­ne­vo­le tre­gua fra i par­ti­gia­ni dell’anar­chia crea­ti­va e i cro­cia­ti

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Il di­sor­di­ne, tan­to a li­vel­lo per­so­na­le quan­to azien­da­le, può es­se­re in­di­ce di ge­nio? Può ser­vi­re a qual­co­sa? Per par­lar­ne, nes­su­no me­glio di Tim Har­ford, 45en­ne eco­no­mi­sta, pen­sa­to­re di Ox­ford, au­to­re del sag­gio Che ca­si­no! (edi­to in Italia da Egea, la ca­sa edi­tri­ce del­la Boc­co­ni), nel qua­le so­stie­ne che sa­per ca­val­ca­re un cer­to gra­do di caos è fon­da­men­ta­le per qual­sia­si im­pre­sa crea­ti­va, stra­te­gi­ca e im­pren­di­to­ria­le. Da die­tro uno sguar­do oc­chia­lu­to (in­ten­so co­me quel­lo dell’at­to­re Ch­ri­stian Sla­ter nel­la se­rie cult Mr. Ro­bot), Har­ford, che dal­le co­lon­ne del Fi­nan­cial Ti­mes ha con­qui­sta­to un’éli­te glo­ba­le di let­to­ri, ri­co­strui­sce la ge­ne­si del libro. «So­no partito dal­la do­man­da: per­ché ten­go la cu­ci­na in or­di­ne, men­tre la mia scri­va­nia è sem­pre un ca­si­no?». E ha sco­per­to che «pre­ten­de­re l’or­di­ne sul­le scri­va­nie e ne­gli am­bien­ti di la­vo­ro può met­te­re a re­pen­ta­glio in­no­va­zio­ne e ori­gi­na­li­tà». Co­me sco­prì a suo tem­po Ste­ve Jobs, che do­vet­te ce­de­re a una ri­chie­sta dei di­pen­den­ti di si­ste­mar­si gli am­bien­ti di la­vo­ro a lo­ro gu­sto (os­sia più

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