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in­ca­si­na­ti e ki­tsch) per es­se­re con­ten­ti. Del re­sto, è le­ci­to nu­tri­re dub­bi sul fat­to che gli or­di­na­ti sia­no più pro­dut­ti­vi. I ri­cer­ca­to­ri dei fa­mo­si AT&T Labs (pun­ta di dia­man­te del­le te­le­com Usa) di­vi­se­ro i di­pen­den­ti in due ca­te­go­rie tra gli «im­pi­la­to­ri», che la­scia­va­no ac­cu­mu­la­re le scar­tof­fie, e gli «ar­chi­via­to­ri», che or­di­na­va­no e ca­ta­lo­ga­va­no i do­cu­men­ti. Ven­ne fuo­ri che quel­li che va­glia­va­no più ma­te­ria­le era­no i pri­mi; gli al­tri spre­ca­va­no trop­po tem­po per la­vo­ra­re ve­ra­men­te.

Sul di­sor­di­ne crea­ti­vo, nel la­vo­ro e nel­la vi­ta, Har­ford por­ta ri­fe­ri­men­ti il­lu­stri in ogni cam­po: mu­si­ca, ma­te­ma­ti­ca, re­to­ri­ca, stra­te­gia, au­to­ma­zio­ne. Per esem­pio, da buon pro­te­stan­te Be­n­ja­min Fran­klin com­pi­la­va li­ste di pro­po­si­ti per­so­na­li per vi­ve­re una vi­ta vir­tuo­sa. L’unica pro­mes­sa cui non ten­ne mai fe­de fu quel­la di di­ven­ta­re me­no di­sor­di­na­to. E per for­tu­na, ag­giun­ge l’au­to­re: il suo ge­nio scien­ti­fi­co (l’in­ven­zio­ne del pa­ra­ful­mi­ne) e po­li­ti­co (fu uno dei pa­dri fon­da­to­ri del­la de­mo­cra­zia ame­ri­ca­na) sa­reb­be in­spie­ga­bi­le sen­za il di­sor­di­ne di cui

di An­to­nia Klug­mann*

en­tro di me c’è un’ani­ma or­di­na­ta e una di­sor­di­na­ta. Il caos si ma­ni­fe­sta so­prat­tut­to nel­la mia vi­ta pri­va­ta, per man­can­za di tem­po vi­sto che vi­vo chiu­sa in cu­ci­na an­che 14 ore al gior­no, men­tre il ri­go­re ne­ces­sa­rio sul la­vo­ro mi ha co­stret­ta a tro­va­re un mo­do per au­to­di­sci­pli­nar­mi, per­ché uno chef non può es­se­re di­sor­di­na­to, bi­so­gna es­se­re per for­za pre­ci­si. Cre­do che il se­gre­to sia ave­re dei col­la­bo­ra­to­ri che in qual­che mo­do ci aiu­ti­no nel con­trol­lo dei no­stri di­fet­ti, quin­di mi cir­con­do di per­so­ne che sia­no in par­te si­mi­li a me ma che com­pen­si­no an­che cer­te mie ca­rat­te­ri­sti­che. È ve­ro che la ge­stio­ne del la­vo­ro quo­ti­dia­no non ha per for­za a che fa­re con la crea­ti­vi­tà, pe­rò il riu­sci­re a es­se­re sem­pre sen­si­bi­li e “in ascol­to” pur ri­pe­ten­do le pre­pa­ra­zio­ni tan­te vol­te è in­di­spen­sa­bi­le, al­tri­men­ti sa­rem­mo so­lo de­gli ope­rai pre­si dal­la rou­ti­ne. An­che nell’or­to ci vuo­le uno sche­ma, o avrem­mo una pro­du­zio­ne non sin­cro­niz­za­ta con le ne­ces­si­tà del ri­sto­ran­te. All’ap­pa­ren­za può sem­bra­re di­sor­di­na­to in­ve­ce c’è sem­pre una pro­gram­ma­zio­ne, pur ri­spet­to­sa dei rit­mi del­la natura e del­la fra­tel­lan­za tra le pian­te. Il mio es­se­re di­sor­di­na­ta pe­rò non è in nes­sun mo­do cor­re­la­to con una man­can­za di de­ter­mi­na­zio­ne o l’in­de­ci­sio­ne, an­zi ho sem­pre avu­to le idee chia­re su quel­lo che vo­glio. Co­me d’al­tra par­te si può es­se­re in­de­ci­si o in­si­cu­ri ep­pu­re or­di­na­tis­si­mi. Ho co­no­sciu­to in­ve­ce per­so­ne as­so­lu­ta­men­te sche­ma­ti­che e pre­ci­se che poi vi­vo­no nel­la man­can­za di de­ter­mi­na­zio­ne. E al­lo stes­so tem­po non ho mai vis­su­to co­me un li­mi­te la di­sci­pli­na ri­chie­sta dal­la cu­ci­na per­ché amo tutto di que­sto me­stie­re. Bi­so­gna sem­pre chie­der­si pe­rò per co­sa ci si sta sa­cri­fi­can­do al­tri­men­ti la de­ter­mi­na­zio­ne vie­ne me­no: per me quel­lo che fac­cio è giu­sto per­ché so­no fe­li­ce e non po­trei fa­re nient’al­tro con que­sta pre­ci­sio­ne».

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