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I SCOSTA DA DIE­TRO

l’om­brel­lo­ne del­le lu­ci per sa­lu­ta­re. Lan­cia un «hi» al­le­gro. Fi­ni­te le fo­to­gra­fie, si ap­par­ta per cam­biar­si. Ab­ban­do­na gli abi­ti grif­fa­ti e si ri­met­te quel­la che, fuo­ri dal set, è la sua di­vi­sa – jeans lar­ghi, ma­gliet­ta scu­ra, cap­pel­lo – an­che se del­le di­vi­se, quel­le ve­re, ha sem­pre avu­to pau­ra, sin da bam­bi­no, quan­do in un cen­tro com­mer­cia­le due guar­die di si­cu­rez­za con i di­stin­ti­vi lu­ci­di sul pet­to fe­ce­ro pe­san­ti ap­prez­za­men­ti su sua ma­dre. «Avrò avu­to cin­que o sei an­ni, ma so­no ri­ma­sto scon­cer­ta­to e ho ca­pi­to tutto d’un trat­to che chi met­te la di­vi­sa non sem­pre è un buo­no».

Joel Ed­ger­ton, clas­se 1974, au­stra­lia­no, at­to­re, sce­neg­gia­to­re e re­gi­sta, non ha un vi­so che si ri­co­no­sce im­me­dia­ta­men­te. In 25 an­ni di car­rie­ra ha in­ter­pre­ta­to una cin­quan­ti­na di film, ma è un at­to­re che si tra­sfor­ma con fa­ci­li­tà. Con ogni ruo­lo si rein­ven­ta, vo­lu­ta­men­te: la par­te del bel­lo non gli in­te­res­sa, tan­to che an­che po­sa­re per il fo­to­gra­fo lo met­te a di­sa­gio. «Mi sen­to un po’ in im­ba­raz­zo» am­met­te. «Ge­ne­ral­men­te quan­do la­vo­ro cer­co di non pen­sa­re al­la te­le­ca­me­ra o a co­me ven­go. Il mio obiet­ti­vo è to­glie­re la va­ni­tà dall’equa­zio­ne: se ser­ve in­gras­so, mi fac­cio cre­sce­re la bar­ba, mi truc­co. Sul set non guar­do mai il mo­ni­tor». Fa­ci­le nei pro­get­ti in cui fa so­lo l’at­to­re. Me­no quan­do è sua an­che la re­gia, co­me in Boy era­sed, pre­sen­ta­to al To­ron­to In­ter­na­tio­nal Film Fe­sti­val, la sto­ria (ve­ra) di un ra­gaz­zo che co­mu­ni­ca ai ge­ni­to­ri, bat­ti­sti os­ser­van­ti, di es­se­re gay e vie­ne con­vin­to a sot­to­por­si a una te­ra­pia di rio­rien­ta­men­to ses­sua­le.

Si trat­ta di un film che san­ci­sce l’in­gres­so di Ed­ger­ton tra i gran­di del­la ci­ne­pre­sa, tan­to che la for­za del­la sce­neg­gia­tu­ra – sua an­che quel­la, trat­ta dal libro au­to­bio­gra­fi­co (ine­di­to in Italia) del 33en­ne sta­tu­ni­ten­se Gar­rard Con­ley – ha at­ti­ra­to Ni­co­le Kid­man, Rus­sell Cro­we e Lu­cas Hed­ges nel­la par­te del gio­va­ne pro­ta­go­ni­sta. Un tra­guar­do che, al­la se­con­da espe­rien­za da re­gi­sta, non è da tut­ti e che ha pre­sen­ta­to al­tre pro­ble­ma­ti­che: «In un cer­to sen­so la ve­lo­ci­tà con la qua­le han­no con­fer­ma­to la lo­ro par­te­ci­pa­zio­ne mi ha spa­ven­ta­to, al­me­no ini­zial­men­te. Quan­do hai gli at­to­ri, il pro­get­to all’im­prov­vi­so di­ven­ta mol­to più con­cre­to, non ci si può più ti­ra­re in­die­tro. C’è la lu­ce ver­de. Hai una squa­dra e gros­se re­spon­sa­bi­li­tà». Non avreb­be po­tu­to

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