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Zo­na c’è una Stan­za che ha il ma­gi­co po­te­re di far av­ve­ra­re i no­stri de­si­de­ri più in­ti­mi. Sa­rà ve­ro, sa­rà fal­so? E so­prat­tut­to: sia­mo si­cu­ri di sa­pe­re ciò che più se­gre­ta­men­te de­si­de­ria­mo? Sul­la sua so­glia, Stal­ker, la gui­da che nell’omo­ni­mo film di An­dre

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la real­tà e la fin­zio­ne, la vi­ta e l’arte, il rac­con­to au­to­bio­gra­fi­co e l’ese­ge­si ci­ne­ma­to­gra­fi­ca. Per­ché Zo­na (Il Sag­gia­to­re) è pro­prio que­sto: una ri­fles­sio­ne di 160 pa­gi­ne in­tor­no a un film che si po­treb­be rias­su­me­re in due ri­ghe, una det­ta­glia­tis­si­ma ana­li­si che si tra­sfor­ma nel pre­te­sto per fa­re i con­ti con la vi­ta, ten­tan­do di rag­giun­ge­re la pro­pria, per­so­na­le, Stan­za. Co­sì che, fo­to­gram­ma do­po fo­to­gram­ma, Dyer ci ac­com­pa­gna tra i ri­cor­di del suo pas­sa­to, in un viag­gio nel­la me­mo­ria che ha co­me obiet­ti­vo ul­ti­mo quel­la Zo­na dell’ani­ma do­ve po­ter di­re, co­me il pro­ta­go­ni­sta di Stal­ker: «Ec­co­ci qui, fi­nal­men­te a ca­sa».

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