LÕe­sclu­si­va ero­ti­ca (a di­stan­za)

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Vanity Fair (Italy) - - Lui & Lei - Di Ire­ne Ber­nar­di­ni, psi­co­lo­ga

Mi sen­to una ne­bu­lo­sa di do­man­de a cui non riesco a dar­mi nem­me­no una ri­spo­sta. Co­no­sco un Lui vir­tual­men­te. Un Lui, fi­dan­za­to e in­na­mo­ra­to, che cer­ca in me non so che co­sa, ma mi cer­ca, e io cer­co lui. Par­lia­mo tan­to, ci scam­bia­mo i nu­me­ri, a un cer­to pun­to mi dice che la sua don­na idea­le fi­si­ca­men­te è pro­prio come me, che so­no pia­ce­vo­le, par­ti­co­la­re. Mi sem­bra la svol­ta. Lo de­si­de­ro, lui mi de­si­de­ra: ses­so su Wha­tsApp. Ci sto per un me­se. Mi pia­ce il suo mo­do di fre­ga­re la vi­ta, il suo sor­ri­so che ve­do so­lo dal­le fo­to, il suo sta­re al mon­do con quel­la leg­ge­rez­za che non ho mai avu­to. Poi og­gi ho det­to ba­sta, per­ché do­po una «per­for­man­ce», lui mi dice espres­sa­men­te che in que­sto mo­men­to non mi po­treb­be da­re una re­la­zio­ne, che il bel­lo del no­stro rap­por­to è fan­ta­sti­ca­re: non ci ve­dre­mo mai e sta tut­to nel­la te­sta. È sod­di­sfat­to di quel­lo che so­no, del mio aspet­to, ma lei c’è, for­se non per sem­pre ma ora c’è. Non vo­glio es­se­re la pia­ce­vo­le al­ter­na­ti­va ma la scel­ta, an­che se a di­stan­za. Non riesco a ve­der­li innamorati e sor­ri­den­ti nel­le cen­ti­na­ia di fo­to che po­sta­no e io ad aspet­ta­re che la not­te si ri­cor­di di me. Per­ché lui ama e amerà lei ma con me si sen­ti­va ap­pa­ga­to?

—NE­BU­LO­SA So­no mor­ti­fi­ca­ta, Ne­bu­lo­sa. Io mi pic­co di es­se­re up-to-da­te in fat­to di mez­zi e di so­cial net­work. Sma­net­to con una cer­ta di­sin­vol­tu­ra i miei ag­geg­gi I-qui e I-là. Ten­go un blog, baz­zi­co Fa­ce­book e Twit­ter. E na­tu­ral­men­te sulla mia ho­me­pa­ge tro­neg­gia Wha­tsApp. So­no ab­ba­stan­za «di mon­do» per sa­pe­re che si può far ses­so via te­le­fo­no, vi­deo­chia­ma­te, web­cam e per­si­no via cha­trou­let­te. Pe­rò son qua, con la fac­cia da tri­glia, a chie­der­mi come dia­vo­lo si pos­sa im­ba­sti­re una liai­son ero­ti­ca con Wha­tsApp. So­no mor­ti­fi­ca­ta. Riesco a pen­sa­re so­lo a tut­ti i possibili suo­ni d’av­vi­so del­le con­ti­nue no­ti­fi­che: uno più mo­le­sto dell’al­tro, giac­ché – non so per qua­le mo­ti­vo – i wha­tsap­pa­ri in­cal­li­ti in­via­no due parole al­la vol­ta, co­sì che la con­ver­sa­zio­ne – ops, la chat – è un sin­ghioz­zo fram­men­ta­to. Cer­to, si pos­so­no in­via­re fo­to e vi­deo, ma toc­ca tra­me­sta­re non po­co: in­via, apri, pic­chiet­ta per in­gran­di­re, ri­pic­chiet­ta per ri­dur­re, chiu­di, ri­spon­di… So­no mor­ti­fi­ca­ta per­ché non riesco a ve­de­re al­tro che il grot­te­sco di tut­ta la fac­cen­da (ho fan­ta­sti­ca­to per­si­no su possibili grup­pi Wha­tsApp in sal­sa ero­ti­ca, od­dio­mio: ping!, frog!, so­su­mi!). For­se è me­glio co­sì. Per­ché al­tri­men­ti do­vrei ri­flet­te­re con sgo­men­to su una ra­gaz­za che vor­reb­be l’«esclu­si­va ero­ti­ca a di­stan­za», che s’ac­con­ten­te­reb­be di es­se­re la so­la ad ave­re il gran pri­vi­le­gio di ar­ra­pa­re un im­be­cil­le. La leg­ge­rez­za ve­ra non ser­ve a fre­ga­re la vi­ta (e le ra­gaz­ze) ma a cer­ca­re un po’ di bel­lez­za, a sor­ri­de­re di sé ed evi­ta­re co­sì, al­me­no, il ri­di­co­lo.

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