LA MOR­TE, È IR­RI­LE­VAN­TE»

«NEI MIEI NU­ME­RI PEN­SO SO­LO A QUAN­TO STO FA­CEN­DO, AI LUC­CHET­TI, AL­LE COR­DE. IL RE­STO, AN­CHE

Vanity Fair (Italy) - - Sim Sala Bim -

a sto­ria più fa­mo­sa su DMC è que­sta: una pio­vo­sa mat­ti­na di ago­sto si è fat­to le­ga­re e am­ma­net­ta­re a due cart da golf pron­ti a par­ti­re in di­re­zio­ni op­po­ste, un nu­me­ro che con­si­ste­va nel li­be­rar­si pri­ma di es­se­re fat­to a pez­zi. Pe­rò quel­la mat­ti­na la piog­gia ren­de­va umi­de le cor­de, sci­vo­lo­se le ma­net­te, co­sì DMC si è sle­ga­to, ma non ab­ba­stan­za ve­lo­ce­men­te. Un pa­io di se­con­di pri­ma, e il nu­me­ro sa­reb­be riu­sci­to come sem­pre. Un pa­io di se­con­di do­po e sa­reb­be sta­to fat­to a pez­zi da­van­ti al­le te­le­ca­me­re. Per for­tu­na, ha so­lo su­bi­to slo­ga­tu­re e ta­gli ed è fi­ni­to in ospe­da­le. MC, acro­ni­mo di Drum­mond Mo­ney-Coutts, mi aspet­ta in un club pri­va­to di So­ho, a Lon­dra, ele­gan­te come il no­bi­le in­gle­se qual è: di­scen­de dal­la fa­mi­glia di ban­chie­ri che ha fon­da­to la Coutts Bank, la settima isti­tu­zio­ne fi­nan­zia­ria più an­ti­ca al mon­do, usa­ta an­che dal­la fa­mi­glia rea­le. Suo pa­dre, suo non­no, il suo bi­snon­no e co­sì via han­no am­mi­ni­stra­to gli in­ve­sti­men­ti del­la Co­ro­na. Lui in­ve­ce è uno de­gli il­lu­sio­ni­sti più fa­mo­si d’Inghilterra e al­la Re­gi­na non ha fat­to ve­de­re gli estrat­ti con­to ma i nu­me­ri con le car­te. Come tut­ti gli il­lu­sio­ni­sti, sa che il truc­co par­te nel mo­men­to in cui co­min­cia a os­ser­va­re il pub­bli­co. Ha un mo­do di guar­dar­ti scon­cer­tan­te, si pren­de tut­to il tem­po che ser­ve per ca­pi­re le tue debolezze, come fun­zio­na la tua at­ten­zio­ne

De a che co­sa sa­rai di­spo­sto a cre­de­re: «I maghi so­no creature ra­zio­na­li, per­ché san­no quan­to è mal­lea­bi­le la men­te uma­na». Un il­lu­sio­ni­sta può ave­re pau­ra? «Ero un bam­bi­no sem­pre spa­ven­ta­to, è come se mi fos­si già pre­oc­cu­pa­to ab­ba­stan­za nei pri­mi an­ni di vi­ta. Ora mi sen­to li­be­ro dal­la pau­ra, è inu­ti­le, non ti pro­teg­ge. E do­po l’in­ci­den­te, tut­to il tem­po che pos­sie­do vo­glio usar­lo al me­glio». Come ha det­to a suo pa­dre che sa­reb­be

sta­to il pri­mo Mo­ney-Coutts a non fa­re il ban­chie­re, per di più per di­ven­ta­re ma­go? «Gli ho det­to che Eva, una vol­ta as­sag­gia­ta la me­la, non può tor­na­re in­die­tro. In ban­ca sa­rei sta­to in­fe­li­ce». Lui l’ha pre­sa be­ne, im­ma­gi­no. «So­no sta­te con­ver­sa­zio­ni com­pli­ca­te. Mi ha chie­sto: Drum­mond, qual è il pia­no A? La ma­gia. E il pia­no B? Far fun­zio­na­re il pia­no A». Un per­fet­to pia­no di fu­ga al­la Hou­di­ni. «Ma sa per­ché Hou­di­ni è sta­to la pri­ma su­per­star glo­ba­le? Per­ché, quan­do era in­ca­te­na­to in un bau­le e do­ve­va fug­gi­re, fa­ce­va quel­lo che fan­no tut­ti, pro­va­re a li­be­rar­si da un pro­ble­ma, so­lo su una sca­la più spet­ta­co­la­re e me­ta­fo­ri­ca». E per lei la ma­gia è sta­ta un esca­pi­smo? «Ho avu­to un’in­fan­zia com­pli­ca­ta. I miei ge­ni­to­ri han­no di­vor­zia­to, pas­sa­vo mol­to tem­po da so­lo. La ma­gia è ar­ri­va­ta in quel mo­men­to. Non lo fa­ce­vo per cer­ca­re at­ten­zio­ne, ma per fug­gi­re dall’at­ten­zio­ne. Ero mol­to ti­mi­do». Come è di­ven­ta­to il per­for­mer di og­gi? «Do­ve­vo im­pa­ra­re, o sa­rei fi­ni­to in ban­ca. La ma­gia era un’at­tra­zio­ne po­ten­te». E al­la fi­ne si è esi­bi­to per di­ver­si mem­bri del­la fa­mi­glia rea­le. «Con la Re­gi­na so­no sta­to an­che inop­por­tu­no: ol­tre ai nu­me­ri con le car­te, le ho mo­stra­to truc­chi da ba­ro. Vo­le­vo far­le ve­de­re qual­co­sa di spe­cia­le e per noi il­lu­sio­ni­sti i ba­ri so­no leg­gen­de, se sba­glia­no ri­schia­no la vi­ta. Co­sì ora sa come far ap­pa­ri­re quat­tro as­si in una ma­no di po­ker». La ma­gia cam­bia per pub­bli­co e Pae­se? «Cer­to. Gli in­gle­si so­no i peg­gio­ri, non si scal­da­no per nien­te, al con­tra­rio de­gli ita­lia­ni, che so­no fan­ta­sti­ci. In Ci­na so­no logici, ti fan­no ri­pe­te­re il nu­me­ro fin­ché non han­no ca­pi­to per­fet­ta­men­te come fun­zio­na. In Afri­ca si spa­ven­ta­no, la ma­gia è un’ar­te oscu­ra, an­che un gio­co con le car­te li ter­ro­riz­za». Tor­no al­la pau­ra: quan­do sta per es­se­re fat­to a pez­zi, l’esca­pi­sta a che co­sa pen­sa? «A nien­te se non a quel­lo che sta fa­cen­do, ai luc­chet­ti e al­le cor­de. Il re­sto, an­che la mor­te, in quel mo­men­to è ir­ri­le­van­te». Non si odia, men­tre rischia di mo­ri­re per un nu­me­ro di ma­gia? «No, mia ma­dre sì pe­rò. Io so­no lì vo­lon­ta­ria­men­te, per­ché lì c’è una vi­ta­li­tà che nient’al­tro mi fa as­sa­po­ra­re. Sen­to tut­ta la sa­cra­li­tà dell’esi­sten­za». Non sa­rà fa­ci­le es­se­re fi­dan­za­ti con lei... «In­fat­ti so­no sin­gle. Fi­dan­za­to con la ma­gia. Mi so­no re­so con­to che cer­te at­ti­vi­tà so­no dav­ve­ro dif­fi­ci­li da in­se­ri­re nel­la rou­ti­ne di cop­pia. La mia sto­ria più im­por­tan­te è fi­ni­ta quat­tro an­ni fa, lei era la vo­ce del­la mia ra­gio­ne. Co­sì l’ho ta­tua­ta in for­ma di an­ge­lo so­pra l’orec­chio si­ni­stro, dove c’è la par­te dia­bo­li­ca del­la men­te uma­na».

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