UNA PLAYLIST (MA­NO IN TASCA)

Vanity Fair (Italy) - - Week -

In Co­rea del Sud se vo­le­te in­vi­ta­re qual­cu­no al vo­stro fu­ne­ra­le po­te­te far­lo, a pagamento. Ave­te pau­ra che non ven­ga nes­su­no? Te­me­te che si pian­ga po­co o ma­ga­ri vor­re­ste es­se­re si­cu­ri che quel­le la­cri­me sia­no co­pio­se e sen­ti­te? Pa­ga­te! Pa­gan­do si può mo­ri­re e ave­re un fu­ne­ra­le come si vuo­le. Vo­le­te che le vo­stre ce­ne­ri sia­no mi­schia­te con i se­mi e di­ven­ta­re al­be­ro? Si può, ba­sta pa­ga­re. Ma non è tut­to. «Tra­sfor­mia­mo in dia­man­te le tue ce­ne­ri!» (pub­bli­ci­tà di un’agen­zia fu­ne­bre ro­ma­na in car­tel­li quat­tro per tre, a de­stra). Sì, si può fa­re an­che quel­lo. La ve­ri­tà è che or­mai è sta­ta sdo­ga­na­ta an­che la mor­te come ter­ri­to­rio del­le idee, come se ser­vis­se­ro sem­pre. Non ba­sta il do­lo­re. Por­si il pro­ble­ma di es­se­re per­for­man­ti an­che in quel mo­men­to, sen­za mai una pau­sa, sen­za la­sciar­si an­da­re, con il ve­sti­to giu­sto e gli oc­chia­li scu­ri. Ma la do­man­da è un’al­tra: dav­ve­ro ogni tan­to pen­sa­te al vo­stro fu­ne­ra­le? Per­ché a me in­quie­ta. È come or­ga­niz­za­re una fe­sta (tri­ste) dove pe­rò non puoi an­da­re e di cui non avrai nes­sun pet­te­go­lez­zo, o come de­ci­de­re di or­ga­niz­za­re una ce­na a cui non man­ge­rai, ma si par­le­rà di te, be­ne, sen­za sa­per­lo mai. Ca­pi­sco la no­ia, il tem­po che pas­sa, il pen­sie­ro che non sia­mo im­mor­ta­li, ma tra­scor­re­re ore in com­pa­gnia di un «fu­ne­ral plan­ner» per non far­si tro­va­re im­pre­pa­ra­ti e de­ci­de­re con cu­ra la playlist del «do­po ci­mi­te­ro», mi di­strug­ge­reb­be. My Way di Frank Si­na­tra ma nel­la co­ver di Sid Vi­cious (è un po’ come Nel blu di­pin­to di blu per San­re­mo). The Fu­ne­ral Par­ty The Cu­re. Me­ga­mix di Jo­va­not­ti (per­ché «…è que­sta la vi­ta che so­gna­vo da bam­bi­no…»). E ades­so, mi scu­se­re­te, se mi met­to una ma­no in tasca.

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