PER­CHÉ TU, PA­DRE MIO?

Gi­no Stra­da lo ave­va chia­ma­to, ma per VI­TO AL­FIE­RI FON­TA­NA è sta­ta un’al­tra do­man­da che ha «smos­so den­tro una mon­ta­gna». E ha in­ne­sca­to la svol­ta: dal co­strui­re mi­ne al di­strug­ger­le

Vanity Fair (Italy) - - Week - Di ENRICA BROCARDO

Quel gior­no Vi­to Al­fie­ri Fon­ta­na era in au­to con suo fi­glio. Sul se­di­le po­ste­rio­re, al­cu­ni dé­pliant de­scri­ve­va­no le mi­ne an­ti­uo­mo e an­ti­car­ro pro­dot­te dall’azien­da di fa­mi­glia, la Tec­no­var. «Mi chie­se che co­sa fos­se­ro. Glie­lo spie­gai. “Al­lo­ra sei un as­sas­si­no”», fu la sua rea­zio­ne. Poi, co­me pen­ten­do­si del­le sue pa­ro­le: «Pa­pà, ho ca­pi­to che le ar­mi le pos­so­no fa­re tut­ti, ma per­ché tu?». Da quel mo­men­to, da­re una ri­spo­sta a mio fi­glio è sta­to il ve­ro pro­ble­ma del­la mia vi­ta. Per­ché è una do­man­da sem­pli­ce, ma ti smuo­ve den­tro una mon­ta­gna». Un pa­io di an­ni do­po, nel 1993, Fon­ta­na chiu­se l’at­ti­vi­tà di fa­mi­glia che ave­va ere­di­ta­to da suo pa­dre, e dal 1999 al 2012 ha col­la­bo­ra­to con l’or­ga­niz­za­zio­ne uma­ni­ta­ria In­ter­sos al­lo smi­na­men­to in Bo­snia. Fi­no a quan­do, per gra­vi pro­ble­mi al cuo­re, è sta­to co­stret­to a fer­mar­si. Ora, un do­cu­men­ta­rio rac­con­ta la sua sto­ria. Quan­do ave­va co­min­cia­to a la­vo­ra­re in azien­da? «Nel 1977, do­po la lau­rea in In­ge­gne­ria, ma a 14 an­ni sa­pe­vo già che co­sa pro­du­ce­va­mo. Mio pa­dre la­vo­ra­va in quel set­to­re dall’ini­zio de­gli an­ni Ses­san­ta». È ve­ro che la sua fa­mi­glia pre­se la scel­ta di chiu­de­re co­me un tra­di­men­to? «Non so­lo lo­ro. Sei vi­sto con so­spet­to sia dall’am­bien­te che hai la­scia­to, i pro­dut­to­ri di ar­mi, sia da quel­lo di cui en­tri a fa­re par­te, gli smi­na­to­ri. È sta­ta una de­ci­sio­ne la­ce­ran­te sot­to mol­ti pun­ti di vi­sta. In­nan­zi­tut­to bi­so­gna ca­pi­re che c’era un’in­te­ra fa­mi­glia, non par­lo di mia mo­glie e dei miei fi­gli, ma dei pa­ren­ti, più di una de­ci­na di per­so­ne, che su quell’at­ti­vi­tà ci vi­ve­va e an­che be­ne». Ha det­to che sen­za il so­ste­gno di sua mo­glie non ce l’avreb­be fat­ta. «Mol­to sem­pli­ce­men­te, non ha mai smes­so di amar­mi. Mi ha scel­to che ero una per­so­na e ha con­ti­nua­to a vo­ler­mi be­ne quan­do tut­to è cam­bia­to». Dav­ve­ro non ave­va mai avu­to dub­bi pri­ma di quel­la vol­ta in mac­chi­na con suo fi­glio? «Mol­ti an­ni pri­ma, ero ri­ma­sto col­pi­to da un epi­so­dio: due ope­rai, te­sti­mo­ni di Geo­va, ave­va­no da­to le di­mis­sio­ni do­po aver sco­per­to che co­sa pro­du­ce­va­mo. E ca­pi­ta­va che i pro­mo­to­ri del­la cam­pa­gna per la mes­sa al ban­do del­le mi­ne an­ti­uo­mo mi te­le­fo­nas­se­ro. A dif­fe­ren­za di mol­ti al­tri non mi ne­ga­vo e, for­se, ave­va­no ca­pi­to che c’era spa­zio per fa­re brec­cia. Nel 1992 mi chia­mò an­che Gi­no Stra­da. Fu mol­to pa­ca­to. Dis­se: “Dob­bia­mo por­re fi­ne a que­sto ma­cel­lo”. Ave­va ra­gio­ne». Di­ce che an­co­ra og­gi, den­tro di lei, con­vi­vo­no due per­so­ne: il pro­get­ti­sta di mi­ne e lo smi­na­to­re. «Una vol­ta tro­vam­mo al­cu­ni or­di­gni di­fet­to­si. One­sta­men­te, il mio pri­mo pen­sie­ro fu: “Ma chi è quell’im­be­cil­le che li ha pro­get­ta­ti?”. Il se­con­do è sta­to: “Per for­tu­na”. L’or­go­glio del pro­get­ti­sta esi­ste e, da qual­che par­te, so­prav­vi­ve den­tro di me». Quan­ti or­di­gni ha con­tri­bui­to a eli­mi­na­re? «Non è que­stio­ne di quante mi­ne to­gli, ma di quante per­so­ne met­ti in si­cu­rez­za. Quan­do co­no­sci la tec­no­lo­gia che c’è die­tro un cer­to ti­po di or­di­gni, sai an­che che, in spe­ci­fi­che con­di­zio­ni cli­ma­ti­che, do­po un de­ter­mi­na­to pe­rio­do di tem­po, al 99 per cen­to dei ca­si cer­ti non fun­zio­na­no più. È uti­le a de­ter­mi­na­re le prio­ri­tà del­le zo­ne da bo­ni­fi­ca­re». Nel do­cu­men­ta­rio fa un cal­co­lo del­le vit­ti­me ipo­te­ti­che del­le mi­ne pro­dot­te dal­la sua azien­da. «Me­dia­men­te ne esplo­de una su mil­le. E uc­ci­do­no tra le 2 e le 3 mi­la per­so­ne. Un do­lo­re che non può pas­sa­re mai».

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