Ma se l’or­ro­re è fi­glio del­la fol­lia FA ME­NO PAU­RA?

Vanity Fair (Italy) - - Week -

ono tor­na­ta in Israe­le do­po tan­ti an­ni, per una bre­ve va­can­za di Ca­po­dan­no. E an­co­ra una vol­ta ne ri­par­to con emo­zio­ni con­tra­stan­ti, do­man­de sen­za ri­spo­sta, e ne­gli oc­chi le im­ma­gi­ni in­di­men­ti­ca­bi­li del Mu­seo dell’Olo­cau­sto di Gerusalemme. Nei gior­ni in cui ero in Israe­le c’è sta­to un at­ten­ta­to. Il le­ga­le del gio­va­ne ara­bo israe­lia­no che il pri­mo dell’an­no ha spa­ra­to in un pub di Tel Aviv, uc­ci­den­do due per­so­ne e fe­ren­do­ne set­te, ha det­to che si trat­ta di uno psi­co­pa­ti­co. Lo ave­va già di­fe­so per aver ag­gre­di­to un sol­da­to. «È ve­ro, era in cu­ra», han­no con­fer­ma­to i suoi pa­ren­ti, mor­ti­fi­ca­ti e im­pau­ri­ti. L’ul­ti­mo gior­no dell’an­no, all’ora de­gli spa­ri, ave­vo ap­pe­na la­scia­to Tel Aviv di­ret­ta a un mo­shav – una co­mu­ni­tà coo­pe­ra­ti­va agri­co­la, una spe­cie di kib­bu­tz – nel de­ser­to del Ne­gev, nel Sud del Pae­se, insieme a un grup­po di ami­ci, tra i qua­li una cop­pia israe­lia­na con una fi­glia ado­le­scen­te. Il gior­no pri­ma ave­va­mo com­pra­to insieme le bol­li­ci­ne per il brin­di­si di mez­za­not­te in un ne­go­zio di li­quo­ri pro­prio ac­can­to a quel pub, in via Di­zen­goff. Or­mai i «Pas­sa­vo di lì so­lo die­ci mi­nu­ti pri­ma» – pri­ma dell’esplo­sio­ne del­la bom­ba al­la Sta­zio­ne di Bo­lo­gna, pri­ma del­le Tor­ri Ge­mel­le a Ma­n­hat­tan, pri­ma del­la stra­ge al Ba­ta­clan a Pa­ri­gi – pos­so­no ca­pi­ta­re an­che a mol­ti di noi oc­ci­den­ta­li, nell’ar­co di una vi­ta. In Israe­le in­ve­ce ci con­vi­vo­no, so­no la quo­ti­dia­ni­tà. De­va, la ra­gaz­zi­na di Tel Aviv, ap­pe­na sa­pu­to de­gli omi­ci­di nel­la sua cit­tà era pre­oc­cu­pa­ta che sua ma­dre, ita­lia­na, non la la­scias­se più an­da­re in cen­tro da so­la. «Se non pos­so an­da­re sul­la Di­zen­goff, do­ve va­do il ve­ner­dì quan­do esco da scuo­la?», si la­men­ta­va. Via Di­zen­goff a Tel Aviv è co­me cor­so Vit­to­rio Ema­nue­le a Mi­la­no, via In­di­pen­den­za a Bo­lo­gna o via del Cor­so me era un paz­zo an­che Hi­tler, so­no paz­zi quel­li che si fan­no sal­ta­re in aria o ti ti­ra­no una col­tel­la­ta in un vi­co­lo. Non per que­sto mi fan­no me­no pau­ra». «So­no paz­zi an­che i sol­da­ti che am­maz­za­no con una mi­tra­glia­ta un ra­gaz­zo pa­le­sti­ne­se ar­ma­to di cac­cia­vi­te, se è per que­sto», ave­va ri­spo­sto un’al­tra del grup­po. «O quel­li che am­maz­za­no di bot­te Ste­fa­no

Cuc­chi». Al Mu­seo del­la Me­mo­ria dell’Olo­cau­sto di Gerusalemme, il più im­por­tan­te mu­seo sul­la Shoah del mon­do – non man­ca­te di an­dar­ci se po­te­te – le im­ma­gi­ni del­lo ster­mi­nio de­gli ebrei so­no mol­to cru­de. Si esce col cuo­re a pez­zi. Ed è ve­ro che non si può fa­re a me­no di do­man­dar­si se i sol­da­ti del­le SS non fos­se­ro dei paz­zi, per­ché è trop­po dif­fi­ci­le ac­cet­ta­re l’idea che es­se­ri uma­ni co­me noi ab­bia­no po­tu­to con­ce­pi­re tan­to or­ro­re. I cor­pi sche­le­tri­ci del­le vit­ti­me del­la Shoah han­no ri­cor­da­to an­che a me il gio­va­ne Ste­fa­no Cuc­chi, di cui si ri­par­la in que­sti gior­ni per le nuo­ve te­sti­mo­nian­ze sul pe­stag­gio che sa­reb­be av­ve­nu­to in ca­ser­ma. Il co­rag­gio e la de­ter­mi­na­zio­ne del­la so­rel­la Ila­ria nel vo­ler mo­stra­re il suo cor­po han­no re­so im­pos­si­bi­le di­men­ti­car­lo. Le im­ma­gi­ni im­pe­di­sco­no di di­men­ti­ca­re, co­me le pa­ro­le e più del­le pa­ro­le.

Ila­ria Cuc­chi da­van­ti al Tri­bu­na­le di Ro­ma, mo­stra la fo­to del ca­da­ve­re di suo fra­tel­lo Ste­fa­no, mor­to il 22 ot­to­bre 2009 nel re­par­to pe­ni­ten­zia­rio dell’ospe­da­le San­dro Per­ti­ni. a Ro­ma. «Tan­to lo pren­do­no di si­cu­ro», si con­so­la­va, sen­za stac­ca­re gli oc­chi dal cel­lu­la­re, «lo cer­che­ran­no ca­sa per ca­sa e lo tro­ve­ran­no». De­va ci è na­ta, in Israe­le. Sua ma­dre in­ve­ce ci abi­ta da quin­di­ci an­ni, da quan­do ha spo­sa­to il pa­dre di De­va, e agli at­ten­ta­ti, ai razzi, al­le col­tel­la­te e al­la vio­len­za non si è an­co­ra abi­tua­ta. Al mo­men­to in cui scri­vo, no­no­stan­te le cer­tez­ze di De­va, l’at­ten­ta­to­re non è sta­to an­co­ra tro­va­to. «Il fat­to che sia un paz­zo non mi ras­si­cu­ra», ave­va com­men­ta­to sua ma­dre. «Per

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