DA­NIEL RADCLIFFE

SE­DE­RE NO, AD­DO­MI­NA­LI SÍ

Vanity Fair (Italy) - - Da Prima Pagina - di RAF­FAEL­LA SE­RI­NI

«da quan­do sto con erin ho mes­so su un po’ di mu­sco­li: ci al­le­nia­mo insieme, in­se­gui­ti ogni vol­ta dai pa­pa­raz­zi»

Po­che per­so­ne al mon­do pos­so­no sta­bi­li­re con esat­tez­za il mo­men­to in cui la lo­ro in­fan­zia è fi­ni­ta. Da­niel Radcliffe è una di que­ste. «La pri­ma vol­ta che an­dai in Giap­po­ne a pro­muo­ve­re Har­ry Pot­ter ave­vo 11 an­ni, e ad at­ten­der­mi in ae­ro­por­to tro­vai qual­co­sa co­me cin­que­mi­la per­so­ne», mi rac­con­ta con la sua par­lan­ti­na svel­ta, se­du­to in una sui­te d’al­ber­go a Lon­dra. «C’era­no bam­bi­ne che ur­la­va­no il mio no­me, una la toc­cai per sba­glio e sven­ne. Per me, co­sì pic­co­lo, fu una co­sa in­cre­di­bi­le, fol­le. In quel pre­ci­so mo­men­to ca­pii che la mia vi­ta era cam­bia­ta, e che co­sa si­gni­fi­cas­se es­se­re fa­mo­so». «Es­se­re fa­mo­so» si­gni­fi­ca che noi del­la (gio­va­ne) vi­ta di Da­niel Radcliffe sap­pia­mo tut­to o qua­si. La sua ado­le­scen­za, tra il 2001 e il 2011, è tra­scor­sa sot­to i ri­flet­to­ri. E sul gran­de scher­mo, da un film di Har­ry Pot­ter all’al­tro, lo ab­bia­mo vi­sto cre­sce­re e di­ven­ta­re uo­mo. Non so­lo per ma­gia. Radcliffe – at­to­re bri­tan­ni­co pro­ta­go­ni­sta di una del­le sa­ghe ci­ne­ma­to­gra­fi­che più red­di­ti­zie del­la sto­ria, una svol­ta «im­pe­gna­ta» e nu­da nel 2007 sul pal­co­sce­ni­co con Equus e qual­che tra­scor­so al­co­li­co di trop­po – og­gi è un ra­gaz­zo af­fa­bi­le, che sfog­gia una si­cu­rez­za qua­si tea­tra­le (la stret­ta di ma­no vi­go­ro­sa, la vo­ce im­po­sta­ta, la gen­ti­lez­za di al­tri tem­pi). Ogni suo ge­sto sem­bra vo­ler sug­ge­ri­re all’in­ter­lo­cu­to­re, spe­cie se gior­na­li­sta, «vi­sto? Non so­no più il ra­gaz­zi­no oc­chia­lu­to di Hog­warts»: il ri­sul­ta­to è di­mo­stra an­che più dei suoi 26 an­ni. Ci in­con­tria­mo a Lon­dra per la pro­mo­zio­ne del film Vic­tor La sto­ria se­gre­ta del dott. Fran­ken­stein, en­ne­si­mo adat­ta­men­to – un po’ fan­ta­sy, un po’ hor­ror, un po’ th­ril­ler psi­co­lo­gi­co – del ro­man­zo di Ma­ry Shel­ley, che ar­ri­ve­rà da noi ad apri­le. Ja­mes McA­voy è lo scien­zia­to Vic­tor Fran­ken­stein, men­tre Radcliffe, ca­pel­lo lun­go e sguar­do sen­sua­le, è il suo as­si­sten­te Igor. Un ti­po piut­to­sto se­xy, fac­cio no­ta­re. «Se lei un uo­mo con i ca­pel­li lun­ghi lo tro­va se­xy…», ri­de Da­niel, che nel frat­tem­po ha da­to un ta­glio al car­ré. E che, lu­mi­no­sis­si­mi oc­chi blu a par­te, sem­bra una co­pia in­gle­se del no­stro Gio­sa­da. Nel­le fo­to esclu­si­ve che gli ab­bia­mo scat­ta­to, la so­mi­glian­za è im­pres­sio­nan­te. Che cos’ha di di­ver­so que­sto Fran­ken­stein dai tan­ti pre­ce­den­ti? «È più in­cen­tra­to sul rap­por­to tra Vic­tor e Igor, si ve­de me­no il mo­stro. All’ini­zio Igor è un emar­gi­na­to e Vic­tor, scor­gen­do in lui in­tel­li­gen­za e po­ten­zia­le, de­ci­de di “sal­var­lo”. Per que­sto è un’ami­ci­zia sbi­lan­cia­ta: Igor sen­te di do­ve­re la vi­ta a Vic­tor e non sa fi­no a che pun­to pos­sa op­por­si a lui, o cri­ti­car­lo».

A lei ca­pi­ta di sen­tir­si co­sì «di­pen­den­te» da qual­cu­no? «Insieme con la mia ra­gaz­za (l’at­tri­ce Erin Dar­ke, ndr), le per­so­ne che mi se­guo­no nel la­vo­ro so­no quel­le da cui più di­pen­do, dal­la guar­dia del cor­po all’as­si­sten­te per­so­na­le. Ci in­con­tria­mo tut­ti i gior­ni, so­no lo­ro “il mio uf­fi­cio”. E so­prat­tut­to so­no miei ami­ci, mi­ca so­lo un en­tou­ra­ge. Sen­za di lo­ro sa­rei per­du­to, non avrei il sen­so di chi so­no». E i suoi ge­ni­to­ri? «Mia ma­dre e mio pa­dre so­no lì da sem­pre e mi dan­no un sen­so di sta­bi­li­tà. Ve­de, pri­ma le par­la­vo di quel­la vol­ta in Giap­po­ne: chiun­que ne sa­reb­be usci­to “trau­ma­tiz­za­to” e in­ve­ce lo­ro, en­tra­ti in mac­chi­na, non fa­ce­va­no che ri­de­re e scher­za­re, cer­can­do di sdram­ma­tiz­za­re la si­tua­zio­ne. Se in quel­la cir­co­stan­za aves­se­ro rea­gi­to di­ver­sa­men­te, mo­stran­do­si spa­ven­ta­ti an­zi­ché di­ver­ti­ti, io non avrei avu­to la for­za di af­fron­ta­re tut­to quel­lo che è av­ve­nu­to». Dell’Ita­lia ha ri­cor­di co­sì fol­li? «Pur­trop­po non sia­mo mai sta­ti in Ita­lia per pro­muo­ve­re Har­ry Pot­ter. E chie­do scu­sa per que­sto! In que­gli an­ni so­no ve­nu­to da voi so­lo una vol­ta, a Ve­ne­zia, ma ero in va­can­za e nes­su­no lo sa­pe­va». A Ve­ne­zia ci sia­mo vi­sti an­che un pa­io di an­ni fa du­ran­te la Mo­stra del Ci­ne­ma, per il film Kill Your Dar­lings su Al­len Gin­sberg. «Per la res­sa non riu­sci­vo nean­che ad an­da­re in ba­gno. Ita­lia, Giap­po­ne, Mes­si­co: non ci so­no al­tri po­sti al mon­do in cui i fan mo­stra­no con co­sì tan­ta in­ten­si­tà l’amo­re per qual­cu­no o qual­co­sa». Per­ché era co­sì ama­to Har­ry Pot­ter? «Ogni film è sta­to mi­glio­re del pre­ce­den­te, e l’ul­ti­mo è sta­to il mi­glio­re in as­so­lu­to. È la cu­ra con cui so­no sta­ti pro­dot­ti che ha fat­to la dif­fe­ren­za: i film in­cas­sa­va­no tan­ti sol­di, ma al­tret­tan­ti ne ve­ni­va­no spe­si per far­li. Og­gi mol­ti pro­dut­to­ri di fran­chi­se, nel mo­men­to in cui sco­pro­no che una sa­ga fun­zio­na, pen­sa­no che il pub­bli­co la an­drà a ve­de­re lo stes­so, e non in­ve­sto­no per mi­glio­rar­la». Og­gi da Har­ry Pot­ter trar­reb­be­ro una se­rie Tv. A lei piac­cio­no? «Non rie­sco a sta­re in­col­la­to da­van­ti al­la Tv tut­to quel tem­po. La mia ra­gaz­za in­ve­ce le guar­da un po’ tut­te, da Mad Men a Breaking Bad. Ma co­me si fa a se­gui­re set­te sta­gio­ni da die­ci epi­so­di di un’ora l’uno? È co­me chie­de­re a qual­cu­no “guar­de­re­sti 40 film con me?”. Mi so­no an­che ar­ri­va­te del­le of­fer­te, ma io so­no già sta­to im­pe­gna­to fin trop­po tem­po su un pro­get­to so­lo: pre­fe­ri­sco va­ria­re». Da tre an­ni è coin­vol­to an­che in un «pro­get­to sen­ti­men­ta­le» a lun­ga di­stan­za. «Erin vi­ve a New York e io an­co­ra a Lon­dra. Ma quan­do so­no in Ame­ri­ca con­vi­via­mo, an­che se pur­trop­po non co­sì a lun­go per di­re “vi­via­mo insieme”». In com­pen­so vi fo­to­gra­fa­no spes­so men­tre vi al­le­na­te: sie­te co­sì fis­sa­ti con la for­ma fi­si­ca? «In ef­fet­ti da quan­do sto con lei ho mes­so su un po’ di mu­sco­li (ri­de). La ve­ri­tà è che, da quan­do sia­mo usci­ti al­lo sco­per­to (la sto­ria è ri­ma­sta se­gre­ta per più di un an­no, ndr), non pos­sia­mo an­da­re a fa­re la spe­sa o usci­re a pren­der­ci un gelato sen­za tro­va­re pa­pa­raz­zi. Non è che ci al­le­nia­mo tan­to: è che, quan­do lo fac­cia­mo, ve­nia­mo sem­pre fo­to­gra­fa­ti». Qual­cu­no di­rà che fa par­te del gio­co. «È il suo la­to oscu­ro. Qual­che tem­po fa ho vi­sto su un gior­na­le una fo­to di Jen­ni­fer Gar­ner con la fi­glia, e il ti­to­lo era “Jen­ni­fer e sua fi­glia con gli stes­si oc­chia­li da so­le”. E al­lo­ra? Al di là che non era­no nem­me­no iden­ti­ci, per­ché uno era ne­ro e l’al­tro vio­la, che sen­so ha? Nes­su­no, so­lo che sen­za una sto­ria sul nien­te quel­la sa­reb­be sta­ta so­lo la fo­to di un bam­bi­no. È l’aspet­to “por­no” del mio la­vo­ro». Con­fes­si: non goo­gla mai il suo no­me? «Mai. La mag­gior par­te del­la gen­te che com­men­ta gli ar­ti­co­li on­li­ne non ha nul­la da di­re, ma sic­co­me In­ter­net glie­lo con­sen­te, si espri­me lo stes­so. E io, per la mia sa­ni­tà men­ta­le, pre­fe­ri­sco non leg­ge­re che co­sa han­no da di­re su di me». Se Erin le chie­des­se di tra­sfe­rir­si a New York? «Vi­ve­re là mi pia­ce­reb­be mol­tis­si­mo, e un gior­no lo fa­rò. Ma è com­pli­ca­to, per via dei per­mes­si di sog­gior­no». Per fa­ci­li­ta­re la co­sa do­vre­ste spo­sar­vi. «Ah già, non ci ave­vo pen­sa­to (ri­de)». Cre­do di do­ver­mi com­pli­men­ta­re con lei per il ti­to­lo di «Mi­glior se­de­re del Re­gno Uni­to 2015». Se l’è ag­giu­di­ca­to bat­ten­do per­si­no Mi­ster 50 sfu­ma­tu­re, Ja­mie Dor­nan! «Lei e la col­le­ga che mi ha in­ter­vi­sta­to pri­ma ave­te fat­to la stes­sa co­sa: un’intervista con do­man­de mol­to in­tel­li­gen­ti e que­sta per ul­ti­ma... A co­mu­ni­car­mi la “vit­to­ria” è sta­ta la mia fi­dan­za­ta, che mi ha man­da­to un mes­sag­gio sul te­le­fo­no, sfot­ten­do­mi. Io lo tro­vo so­lo un po’ stra­no: que­st’an­no non ho mai mo­stra­to il mio se­de­re! Pe­rò so­no gra­to a quel­li che lo han­no vo­ta­to, e sa­rei lu­sin­ga­to se mi can­di­das­se­ro an­co­ra il pros­si­mo an­no».

Char­lie gray

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