CA­RO MAS­SI­MO,

Vanity Fair (Italy) - - Vanity | Il Postino -

icor­do ogni det­ta­glio di quel­la mat­ti­na di un an­no fa: l’emo­zio­ne di ini­zia­re il mio sta­ge, l’en­tu­sia­smo di po­ter im­pa­ra­re qual­co­sa del la­vo­ro che so­gno di fa­re – un la­vo­ro co­rag­gio­so, di lot­ta con­tro il ma­le –, i suoi oc­chi stan­chi ma vi­vi su di me, quel graf­fio in fondo al cuo­re che non so de­scri­ve­re a pa­ro­le. Ci sia­mo ar­re­si ai no­stri sen­ti­men­ti e im­prov­vi­sa­men­te io, la ra­gaz­za «per­fet­ta», mi so­no ri­tro­va­ta a pas­sa­re le not­ti più bel­le del­la mia vi­ta su un di­va­no, ac­can­to a un uo­mo con qua­si 20 an­ni più dei miei 29, in­se­gui­to dai fan­ta­smi del pas­sa­to e dal­la no­stal­gia per una vi­ta non vis­su­ta. Un amo­re im­pos­si­bi­le, il no­stro, per­ché era­va­mo e sia­mo en­tram­bi im­pe­gna­ti, io con un ra­gaz­zo spe­cia­le che fi­no a po­co tem­po fa ero cer­ta di ama­re, con il qua­le par­lo di ma­tri­mo­nio, fi­gli, ca­se al ma­re, e sen­za il qua­le non rie­sco a im­ma­gi­na­re la mia vi­ta. Mi so­no il­lu­sa di po­ter­lo li­be­ra­re dai suoi de­mo­ni, dai suoi lut­ti, di po­ter­lo ren­de­re fe­li­ce. Ma la fe­li­ci­tà è un do­no che ri­chie­de un ta­len­to in­na­to, e che non è per tut­ti. Pre­sto so­no ar­ri­va­ti i si­len­zi, le in­com­pren­sio­ni. Non so se, in fondo, avrei dav­ve­ro ri­nun­cia­to a tut­to per lui. So so­lo che una se­ra gli ho fat­to una sce­na­ta per nul­la, gli ho det­to quel­lo che in real­tà non pen­sa­vo, che non vo­le­vo più ve­der­lo, e lui mi ha la­scia­ta an­da­re sen­za di­re una pa­ro­la, con lo sguar­do tri­ste di chi ha già lot­ta­to trop­po. Mi di­co che so­lo co­sì riu­sci­rò a per­do­nar­mi e a tor­na­re al­la mia vi­ta. Ma se mi di­ces­se­ro che la fi­ne del mon­do è vi­ci­na, io tro­ve­rei il co­rag­gio che ora non ho. Scap­pe­rei da lui, e gli di­rei quel­lo che una vo­ce den­tro mi ri­pe­te: che io, su quel di­va­no, ci ho la­scia­to l’ani­ma. —M.

RPiù che im­pos­si­bi­le, il vo­stro sem­bre­reb­be un amo­re ma­la­to. Ti ci sei ac­co­sta­ta con la sog­ge­zio­ne dell’al­lie­va e l’im­pul­so sal­vi­fi­co del­la cro­ce­ros­si­na. Ma in amo­re ci si salva in­sie­me, e so­lo a pat­to che si sia già co­min­cia­to a far­lo da so­li. Un uo­mo di cin­quant’an­ni non è vec­chio per una don­na di tren­ta, a pat­to che ab­bia vo­glia di ri­met­ter­si in gio­co. In­ve­ce, dal ri­trat­to che ne dai, il tuo com­pa­gno di di­va­no ap­pa­re ar­re­so e stre­ma­to. Ag­get­ti­vi che ma­le si con­ci­lia­no con l’amo­re, che è sem­pre il con­tra­rio del­la pau­ra. Ce lo con­fer­ma la sua rea­zio­ne al tuo ge­sto pla­tea­le di ad­dio. Un in­na­mo­ra­to non ac­cet­ta tan­to fa­cil­men­te di ab­ban­do­na­re la sce­na. Può ave­re del­le incertezze sul­la te­nu­ta dei suoi sen­ti­men­ti, ma il de­si­de­rio fi­ni­sce sem­pre per pre­va­le­re. Non co­no­sco ov­via­men­te il suo pe­di­gree esi­sten­zia­le, ma tut­ti ab­bia­mo un pas­sa­to di lot­te e fe­ri­te emo­ti­ve. Se lui non rie­sce a tro­va­re la for­za di ol­tre­pas­sar­le è un pro­ble­ma se­rio e pur­trop­po sol­tan­to suo, nel sen­so che puoi fa­re ben po­co per al­leg­ge­rir­ne la pe­san­tez­za. Ma sei tu che ci in­te­res­si, ades­so. Qua­li so­no i de­mo­ni da cui cer­chi di scap­pa­re, pre­fe­ren­do ri­spec­chiar­ti in quel­li di un uo­mo in­ca­pa­ce di ri­cam­bia­re l’amo­re? Per­ché sei ri­ma­sta af­fa­sci­na­ta da una per­so­na si­cu­ra­men­te ca­ri­sma­ti­ca, ma pa­le­se­men­te ina­de­gua­ta a dar­ti ciò che de­si­de­ri

ANDRƒ DA LOBA

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