LA NOT­TE DE­GLI OR­RO­RI E DEI MI­STE­RI

CA­PO­DAN­NO A CO­LO­NIA

Vanity Fair (Italy) - - Da Prima Pagina - di IM­MA VI­TEL­LI

La se­ra di San Sil­ve­stro, Ivan Jur­ce­vic se ne sta­va gran­de e gros­so di guar­dia all’ho­tel Ex­cel­sior di Co­lo­nia. Si aspet­ta­va una pla­ci­da not­te, ma non era co­sì che do­ve­va an­da­re. Cir­co­la­va una stra­na aria. Nel­la via avan­za­va­no ban­de di gio­va­ni «ara­bi», cer­ta­men­te pro­fu­ghi pen­sa­va. Di­ver­si dai clien­ti da­na­ro­si dell’al­ber­go, con i lo­ro profumi co­sto­si, con i lo­ro si­ga­ri cu­ba­ni. Que­sti per stra­da era­no sban­da­ti con lo zai­net­to e la bir­ra in ma­no. Pa­re­va­no Ram­bo ubria­chi. La fol­la lie­vi­ta­va, i pe­tar­di cre­pi­ta­va­no, i Ram­bo erom­pe­va­no in fai­de. «Sa­ran­no in 500, for­se 700», pen­sa­va. Jur­ce­vic è una tor­re d’uo­mo, un ar­ma­dio: è croa­to, sui qua­ran­ta, e ne­gli an­ni No­van­ta ha com­bat­tu­to la guer­ra ci­vi­le che ha smem­bra­to la ex Ju­go­sla­via. Al­le 22, due ra­gaz­ze si ri­fu­gia­no al suo fian­co, in­se­gui­te da «quat­tro ara­bi sui ven­ti». «Spa­ri­te», gli in­ti­ma in te­de­sco. «Hey, so­no le no­stre ra­gaz­ze», gli fa uno in in­gle­se e gli va in­con­tro bran­den­do una bot­ti­glia a mo’ di ar­ma. «L’ho ste­so con un cal­cio al pet­to», mi di­ce Jur­ce­vic. Il se­con­do si pren­de un pu­gno in fac­cia e al­la fi­ne, mal­con­ci, i quat­tro si ritirano pro­fe­ren­do vuo­te mi­nac­ce. «Dov’è la po­li­zia?», si chie­de Jur­ce­vic, in al­ler­ta.

Èla do­man­da cru­cia­le di una sto­ria stra­na, che ha tra­vol­to An­ge­la Mer­kel e la sua po­li­ti­ca di aper­tu­ra del­le fron­tie­re. La sto­ria di una not­te osce­na, al­la sta­zio­ne cen­tra­le, as­se­dia­ta da tur­be di la­dri e mo­le­sta­to­ri ses­sua­li. Una not­te che la po­li­zia de­fi­ni­sce tran­quil­la, il 1° gen­na­io, e di cui la stam­pa co­min­cia a par­la­re sol­tan­to il 6. Una not­te che balla sui so­cial me­dia, ca­val­ca­ta da raz­zi­sti e ses­si­sti e xe­no­fo­bi va­ri, in­con­grui pa­la­di­ni del­le don­ne, e an­che que­sto è stra­no. Quel che è cer­to è che sull’on­da del can can on­li­ne, le de­nun­ce in die­ci gior­ni di­ven­ta­no 516, dal­le 62 ini­zia­li: 237 per abu­si ses­sua­li. Quel che è cer­to è che non si par­la più del pic­co­lo Alan, il bam­bi­no si­ria­no af­fo­ga­to in Tur­chia, as­sie­me al­la mam­ma e al fra­tel­li­no. A bal­la­re è un’on­da emo­ti­va spe­cu­la­re e con­tra­ria: «Gli ara­bi e i nor­da­fri­ca­ni non so­no più es­se­ri uma­ni: so­no maniaci ses­sua­li», mi di­ce Ra­my Ala­sheq, un poe­ta si­ria­no.

Quel che è cer­to è an­che che è sta­to brut­to, a Co­lo­nia, il 31 di­cem­bre. S.B. c’era. S.B. mi ha chie­sto di non pub­bli­ca­re il suo no­me: ha so­lo 17 an­ni e non le va l’idea di di­ven­ta­re su Goo­gle la vit­ti­ma a vi­ta di Ca­po­dan­no. È di un pae­si­no a 35 km da Co­lo­nia chia­ma­to Ber­gi­sch Glad­ba­ch. «È sta­to ter­ri­fi­can­te».

All’ini­zio, tut­to va co­me da pro­gram­ma: le ami­che, i cock­tail, i fuo­chi a mez­za­not­te, il ri­tor­no ver­so la sta­zio­ne, do­ve le aspet­ta il tre­no dell’una per ri­por­tar­le in pae­se. «C’era una gran fol­la, in piaz­za. Al­lo­ra ci sia­mo pre­se per ma­no de­ci­se ad at­tra­ver­sar­la, ma le mie ami­che le ho per­se su­bi­to. C’era trop­pa gen­te e c’era­no ma­ni che sbu­ca­va­no ovun­que. Mi toc­ca­va­no il se­de­re, mi fru­ga­va­no tra le gam­be, mi ti­ra­va­no i ve­sti­ti, è sta­to or­ri­bi­le, non ve­de­vo nien­te, era buio, era­no scu­ri, sem­bra­va­no tut­ti ugua­li». Si ren­de con­to che qual­cu­no le sta sfi­lan­do il te­le­fo­ni­no dal­la ta­sca ma non può fa­re nien­te: af­fo­ga in un gor­go uma­no. Si ren­de con­to che qual­cu­no la sta ti­ran­do fuo­ri, ma non sa­preb­be di­re chi è sta­to. Si ri­tro­va den­tro la sta­zio­ne fra­gi­le, smar­ri­ta, in la­cri­me. Te­me per le sue ami­che, ma le ri­tro­va. Si ab­brac­cia­no e pian­go­no e quan­do un grup­po di ra­gaz­zi, stra­nie­ri, scu­ri, co­me gli al­tri, si fa avan­ti, of­fren­do aiu­to, scap­pa­no: «In quel mo­men­to pen­sa­vo che tut­ti gli uo­mi­ni so­no il ma­le». Non di­men­ti­che­rà mai la ri­sa­ta sa­di­ca di al­cu­ni gio­va­ni te­de­schi che ri­do­no del­la lo­ro pau­ra e nep­pu­re quel che suc­ce­de ne­gli uf­fi­ci del­la po­li­zia: «La po­li­zia è sta­ta di­su­ma­na», di­ce. Pa­re ac­ca­da spes­so, in ca­si si­mi­li; pa­re sia dif­fi­ci­le far ac­cet­ta­re al­la po­li­zia te­de­sca una de­nun­cia per mo­le­stia. E que­sto in uno dei Pae­si d’Eu­ro­pa in cui so­no più dif­fu­si i rea­ti ses­sua­li: nel 2014 ce ne so­no sta­ti 46.982, di cui 7.345 stu­pri. So­no tan­ti. Fan­no 600 al me­se. Og­gi, men­tre scri­vo il mio pez­zo, 20 te­de­sche sa­ran­no stu­pra­te, e io mi chie­do: qual­cu­no ne par­le­rà do­ma­ni? Dal­le for­ze dell’or­di­ne S.B. di­ce che non se l’aspet­ta­va.

«“An­da­te via”, ci ha det­to una po­li­ziot­ta. Era­va­mo ter­ro­riz­za­te e quel­la non ci da­va ret­ta. Sol­tan­to quan­do ho det­to che mi ave­va­no de­ru­ba­ta mi ha da­to un fo­glio da com­pi­la­re». Men­tre è lì, ar­ri­va­no tre ra­gaz­ze scon­vol­te, a lo­ro è an­da­ta peg­gio, ave­va­no la gon­na. Un po­li­ziot­to le guar­da tra­co­tan­te e S.B. pen­sa: «Non ci pren­do­no sul se­rio, al­lu­ci­nan­te».

Dif­fi­ci­le di­re se sia que­sta la ra­gio­ne per cui la po­li­zia lo­ca­le, al­le 23.30, ri­fiu­ta rin­for­zi. Dif­fi­ci­le an­che di­re se que­sto sia il mo­ti­vo per cui, per gior­ni, su­gli at­tac­chi di Co­lo­nia ca­la il si­pa­rio.

S.B. di­ce che co­mun­que è col­pa di An­ge­la Mer­kel. «I no­stri ag­gres­so­ri era­no qua­si tut­ti già sche­da­ti. E al­lo­ra per­ché non li han­no espul­si?». S.B. non ce l’ha con gli im­mi­gra­ti in ge­ne­ra­le: «Do­vrem­mo dif­fe­ren­zia­re tra quan­ti ven­go­no tra noi in pa­ce e quel­li che si com­por­ta­no ma­le».

Cu­rio­sa­men­te, il pri­mo a spa­ra­re nel muc­chio è sta­to il but­ta­fuo­ri croa­to Ivan Jur­ce­vic. Il 1° gen­na­io, Jur­ce­vic si sve­glia e pen­sa di tro­va­re la no­ti­zia sui gior­na­li. Ma non c’è nien­te. Si­len­zio to­ta­le. Che stra­no, pen­sa. Jur­ce­vic è un cu­rio­so per­so­nag­gio; di not­te la­vo­ra nei lo­ca­li, di gior­no fa l’at­to­re e il re­gi­sta, met­te in sce­na i fan­ta­smi del­la sua guer­ra in Croa­zia. E co­sì, pen­sa be­ne di re­gi­stra­re un vi­deo e di po­star­lo on­li­ne. È il 5 gen­na­io. Nel vi­deo, sie­de du­ro, il brac­cio sul ban­co­ne, e rac­con­ta quel­lo che ha vi­sto e di­ce: «Li ab­bia­mo ac­col­ti al­la sta­zio­ne con l’ac­qua e gli or­sac­chiot­ti, e lo­ro co­sì ci ri­cam­bia­no». In real­tà, Jur­ce­vic non ha mai ac­col­to nes­su­no; è sem­pre sta­to con­tra­rio. Il vi­deo rim­bal­za sui ca­na­li xe­no­fo­bi del mo­vi­men­to Pe­gi­da, ed è vi­sto 800 mi­la vol­te in sei ore, 5 mi­lio­ni di vol­te in me­no di una set­ti­ma­na.

E in tut­ta que­sta no­to­rie­tà in­spe­ra­ta, l’ex com­bat­ten­te croa­to, egli stes­so im­mi­gra­to, sug­ge­ri­sce un pa­io di co­se, ri­so­lu­ti­ve a suo av­vi­so: «Fer­ma­te la fot­tu­ta guer­ra in Si­ria e ri­spe­di­te i pro­fu­ghi a ca­sa!». Gli fac­cio no­ta­re che la guer­ra in Si­ria è com­pli­ca­ta e du­re­rà a lun­go. Pen­so an­che che i si­ria­ni in­da­ga­ti, fi­no­ra, so­no 4 (as­sie­me a 9 al­ge­ri­ni, 8 ma­roc­chi­ni, 5 ira­nia­ni, un ira­che­no, un ser­bo, un ame­ri­ca­no e 3 te­de­schi). E lui: «Be’, al­lo­ra dob­bia­mo ar­mar­ci con col­tel­li e pi­sto­le e la­scia­re che si sca­te­ni la guer­ra ci­vi­le».

Èstra­no, ascol­ta­re le sue pa­ro­le qui. È stra­no, ascol­tar­le in un Pae­se co­me la Ger­ma­nia che ha di­bat­tu­to di col­pa in­di­vi­dua­le e col­let­ti­va af­fin­ché un po­po­lo in­te­ro non fos­se giu­di­ca­to col­pe­vo­le dei la­ger di Hi­tler. «Mi chie­do per­ché a cau­sa dei cri­mi­ni di al­cu­ne per­so­ne noi si stia ora met­ten­do in que­stio­ne l’in­te­ra po­li­ti­ca sull’im­mi­gra­zio­ne», no­ta l’edi­to­ria­li­sta Thor­sten Reuters. È la fol­la a fa­re di un uo­mo, qua­lun­que uo­mo, un ani­ma­le. Nel 2006, per di­re, ai Mon­dia­li di cal­cio or­ga­niz­za­ti in Ger­ma­nia, nel­le cit­tà che ospi­ta­va­no le par­ti­te ci fu­ro­no set­te­mi­la rea­ti, un nu­me­ro enor­me, di mol­to so­pra la me­dia. «La pa­ro­la chia­ve è: al­col», ri­cor­da Reuters, ci­tan­do l’Ok­to­ber Fe­st, l’an­nua­le sbron­za col­let­ti­va di Mo­na­co di Ba­vie­ra. «Nel 2012, in due gior­ni ci fu­ro­no 91 de­nun­ce per mo­le­stie ses­sua­li e mi­ca c’era­no mu­sul­ma­ni». Do­ve era­no al­lo­ra i pa­la­di­ni dei di­rit­ti del­le don­ne abu­sa­te? Do­ve era­no i viag­gi di so­li­da­rie­tà pia­ni­fi­ca­ti? Do­ve era­no le gran­di fir­me schie­ra­te in pri­ma pa­gi­na, le len­zuo­la­te quo­ti­dia­ne sui gior­na­li?

An­ne Wi­zo­rek, una tren­ten­ne scrit­tri­ce fem­mi­ni­sta, non ci gi­ra in­tor­no: «È ri­di­co­lo quel­lo che sta suc­ce­den­do. A stru­men­ta­liz­za­re il ca­so Co­lo­nia so­no i più ses­si­sti tra i te­de­schi, e lo fan­no sol­tan­to per pro­muo­ve­re la lo­ro pro­pa­gan­da raz­zi­sta. Uno stu­pro è uno stu­pro so­lo se lo stu­pra­to­re è scu­ro di pel­le». Wi­zo­rek ha lan­cia­to su Twit­ter l’ha­sh­tag #au­snahm­slos: si­gni­fi­ca nes­su­na ec­ce­zio­ne e ha aper­to un si­to per pro­muo­ve­re un con­cet­to ele­men­ta­re: «No al­le mo­le­stie e no an­che al raz­zi­smo». Ma è una bat­ta­glia in sa­li­ta. In piaz­za, a Co­lo­nia, l’al­tra se­ra so­no sta­ti mal­me­na­ti sei po­ve­ri pa­ki­sta­ni. Ka­rim Ha­j­ji, di ori­gi­ne tu­ni­si­na, pas­sa­va da­van­ti al­la sta­zio­ne quan­do tre ti­pi gli han­no spu­ta­to in fac­cia. «Quel che è suc­ces­so ha sdo­ga­na­to l’odio raz­zia­le», è il suo commento scon­so­la­to.

Ep­pu­re, an­che in que­ste ore ama­re, c’è chi si at­ti­va per ar­gi­na­re l’on­da e stam­pa vo­lan­ti­ni in te­de­sco e li di­stri­bui­sce sui gra­di­ni del­la Cat­te­dra­le. Uno stu­den­te di Da­ma­sco me ne por­ge uno e mi sor­ri­de e mi di­ce in ara­bo mi­sh mauul, «in­cre­di­bi­le».

Leg­go le sue pa­ro­le: «Noi, uo­mi­ni del­la Si­ria, con­dan­nia­mo gli at­tac­chi più for­te che si può. E ci di­spia­ce co­sì tan­to per le don­ne! E spe­ria­mo che la pros­si­ma vol­ta più gen­te le aiu­ti! E spe­ria­mo che i cri­mi­na­li fi­ni­sca­no pre­sto in pri­gio­ne! Gra­zie al po­po­lo te­de­sco per aver­ci aiu­ta­to. Ve­dre­te che i vostri va­lo­ri so­no an­che i no­stri». Den­tro la sta­zio­ne, an­che un at­ti­vi­sta tu­ni­si­no cor­re ai ri­pa­ri. Il vol­to sca­va­to, la fel­pa blu, Fa­hed Mla­iel non po­treb­be es­se­re più tri­ste. Vi­ve da die­ci an­ni in Ger­ma­nia e la not­te di San Sil­ve­stro era qui. Con la sua as­so­cia­zio­ne, All­fal­la­ga, da­va una ma­no ai nuo­vi pro­fu­ghi, com­pra­va lo­ro un pa­ni­no, gli spie­ga­va co­me fun­zio­na­no le co­se. Ave­va tut­ti i suoi sol­di in ta­sca: «Me li han­no ru­ba­ti», di­ce. «Le me­le mar­ce so­no ovun­que». Si guar­da le ma­ni. «Gli ste­reo­ti­pi ne­ga­ti­vi so­no pe­ri­co­lo­si. Sai che fa­re­mo?».

Co­sa?

«A Car­ne­va­le sa­re­mo qui a tut­te le ore per pro­teg­ge­re le don­ne. In un gior­no ab­bia­mo già più di 200 vo­lon­ta­ri». E chi so­no? «Ri­fu­gia­ti ara­bi e del Nord Afri­ca».

vo­ci di­ver­se So­pra, il but­ta­fuo­ri croa­to ivan Jur­ce­vic, au­to­re del vi­deo xe­no­fo­bo e, a de­stra, Fa­hed mla­iel, at­ti­vi­sta tu­ni­si­no. Nel­la pa­gi­na ac­can­to, flash­mob di pro­te­sta con­tro le vio­len­ze di Ca­po­dan­no.

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