ALI­CIA VI­KAN­DER

AMA­RE UN UO­MO CHE DI­VEN­TA DON­NA

Vanity Fair (Italy) - - Da Prima Pagina - di FER­DI­NAN­DO CO­TU­GNO

C’è un mo­men­to, nel­la car­rie­ra di un’at­tri­ce, in cui tut­ti gli ele­men­ti si al­li­nea­no e in po­chi me­si pas­sa da es­se­re una sco­no­sciu­ta a es­se­re una stel­la. Per Ali­cia Vi­kan­der sta suc­ce­den­do tut­to ora. Il click che ha ac­ce­so de­fi­ni­ti­va­men­te la lu­ce sul­la sua car­rie­ra si chia­ma Ger­da We­ge­ner, la pro­ta­go­ni­sta di The Da­ni­sh Girl, il film per il qua­le so­no vo­la­to a Lon­dra per in­con­trar­la. Di­ret­ta da Tom Hoo­per (che An­ne Ha­tha­way e Co­lin Fir­th an­co­ra rin­gra­zia­no per i lo­ro Oscar), al fian­co del già vin­ci­to­re del­la sta­tuet­ta (per La teo­ria del tut­to) Ed­die Red­may­ne, Ali­cia ha strap­pa­to il film a en­tram­bi, ha avu­to una no­mi­na­tion ai Gol­den Glo­be e quel­li che scom­met­to­no sol­di su­gli Oscar sug­ge­ri­sco­no di pun­ta­re su di lei. Un’ora pri­ma dell’in­ter­vi­sta, mi pas­sa da­van­ti nel­la hall dell’ho­tel: da lon­ta­no po­treb­be sem­bra­re una ra­gaz­za ac­qua e sa­po­ne, ma so­lo per­ché è mi­nu­ta. Da vi­ci­no in­ve­ce mi ac­cor­go che ha un’aria re­ga­le e se­ve­ra, co­me la bal­le­ri­na che è sta­ta da ado­le­scen­te, pri­ma di en­tra­re nel mon­do del ci­ne­ma. Di­co­no che sia la nuo­va In­grid Berg­man. Gli in­di­zi fa­ci­li so­no che è sve­de­se co­me lei e che ha pre­sta­to la vo­ce (nel­la ver­sio­ne ori­gi­na­le) al do­cu­men­ta­rio Io so­no In­grid di Stig Björk­man, che ha det­to di aver­la scel­ta pro­prio per­ché ne è l’ere­de. Ma l’af­fi­ni­tà ve­ra è che so­no en­tram­be don­ne dif­fi­ci­li da de­ci­fra­re. A ren­de­re più den­so il mi­ste­ro la sua re­la­zio­ne con Mi­chael Fas­sben­der. Si so­no co­no­sciu­ti sul set di The Light Bet­ween Oceans, ai Gol­den Glo­be era­no se­du­ti ac­can­to, lui qual­che al­lu­sio­ne al­la lo­ro sto­ria la fa, lei in­ve­ce con­ser­va la fer­rea osti­na­zio­ne per­ché si gio­chi se­con­do le sue re­go­le, che enun­cia co­me le istru­zio­ni di una le­zio­ne di dan­za: «Un es­se­re uma­no, qua­lun­que es­se­re uma­no, ha di­rit­to a uno spa­zio si­cu­ro, pri­va­to, do­ve non far en­tra­re chiun­que. Non mi pia­ce par­la­re di que­sti aspet­ti del­la mia vi­ta pri­va­ta, e non è co­sì dif­fi­ci­le, non è un gio­co, non è una tat­ti­ca, mi vie­ne na­tu­ra­le». Dell’amo­re con Fas­sben­der non di­rà nul­la, dell’amo­re del­la sua Ger­da (e dell’amo­re in ge­ne­ra­le) sì. The Da­ni­sh Girl è la sto­ria ispi­ra­ta a fat­ti ve­ri di un pit­to­re, Ei­nar We­ge­ner, che si sco­pre più fe­li­ce e più se stes­so nei pan­ni di una don­na. Di­ven­te­rà Li­li, uno dei pri­mi tran­ses­sua­li del­la sto­ria. Ger­da è sua mo­glie, la per­so­na che l’ac­com­pa­gna nel­la sua me­ta­mor­fo­si.

Mi rac­con­ta com’è sta­ta la pri­ma vol­ta che ha vi­sto Ed­die Red­may­ne nei pan­ni di Li­li?

«Scioc­can­te. Lui ave­va vi­sto tut­te le mie pro­ve di truc­co, ma io non ave­vo mai vi­sto lui. Era qua­si un espe­ri­men­to, ero nel­la stes­sa po­si­zio­ne del pub­bli­co quan­do ve­drà il film, mi chie­de­vo co­me sa­reb­be sta­ta la tra­sfor­ma­zio­ne».

Sul­lo scher­mo l’ef­fet­to è no­te­vo­le. Sul set?

«An­co­ra di più. Ar­ri­vo, ho tut­te le bat­tu­te del­la sce­na in te­sta, so­no pron­ta, emo­zio­na­ta, ma Ed­die non c’è. Pe­rò c’è que­sta don­na con i ca­pel­li ros­si, che si vol­ta e mi sor­ri­de. Ci ho mes­so di­ver­si at­ti­mi a ca­pi­re che era dav­ve­ro lui. Ve­der­lo, an­zi, ve­der­la, mi ha spaz­za­to via. Era la stes­sa per­so­na di pri­ma, ma era co­me se fos­se fio­ri­ta».

Ve­der­lo fa dav­ve­ro chie­de­re: co­sa fa di una don­na una don­na? Se lo è chie­sto?

«Ne ab­bia­mo par­la­to in con­ti­nua­zio­ne, ov­via­men­te. Ma­schi­le e fem­mi­ni­le so­no pun­ti su una li­nea, è una co­stru­zio­ne mol­to com­pli­ca­ta, è più del­la som­ma de­gli in­gre­dien­ti. Se scri­ves­si­mo su un fo­glio die­ci co­se che fan­no di un ma­schio un ma­schio, e poi le met­tes­si­mo su di me, di­ven­te­rei un ma­schio? Non lo so».

Du­bi­to. Ma Ali­cia Vi­kan­der co­me si po­si­zio­na su que­sta li­nea tra ma­sco­li­no e fem­mi­ni­no?

«Mi so­no sem­pre per­ce­pi­ta co­me mol­to fem­mi­ni­le. Ma og­gi non lo so più. Ogni vol­ta che pro­vo a de­fi­nir­lo su di me, tro­vo nuo­ve ca­rat­te­ri­sti­che ma­schi­li. Il ge­ne­re è una co­sa

flui­da, e mi pia­ce non es­se­re più co­sì si­cu­ra di quel­lo che so­no».

Ca­rat­te­ri­sti­che ma­sco­li­ne: per esem­pio?

«Una for­za im­prov­vi­sa nell’apri­re qual­co­sa, un’espres­sio­ne, un mo­do di par­la­re. So­no det­ta­gli, in fondo, ma so­no lì per met­te­re in di­scus­sio­ne que­sta gra­ni­ti­ca cer­tez­za, la pre­te­sa di sa­pe­re cos’è un uo­mo e cos’è una don­na».

Nel film, Li­li non sce­glie per­ché non può, ma Ger­da, il suo per­so­nag­gio, può de­ci­de­re se ac­cet­ta­re o no la tra­sfor­ma­zio­ne di suo ma­ri­to.

«Ama­re qual­cu­no è la­sciar­lo li­be­ro di espri­mer­si. È que­sta one­stà il ve­ro ro­man­ti­ci­smo, la for­ma più pro­fon­da di amo­re».

Lei è co­sì?

«È mol­to dif­fi­ci­le. Fa pau­ra, ama­re co­sì».

Co­me è di­ven­ta­ta at­tri­ce?

«So­no let­te­ral­men­te cre­sciu­ta in un tea­tro, per­ché mia ma­dre fa­ce­va l’at­tri­ce. Ave­vo due an­ni la pri­ma vol­ta che ci ho mes­so pie­de. A vol­te pen­so che sia­no ri­cor­di crea­ti a po­ste­rio­ri dal­la mia men­te, ma non ave­vo ba­by­sit­ter e dor­mi­vo in una cul­la die­tro le quin­te. Sa co­me so­no i bam­bi­ni che pos­so­no guar­da­re lo stes­so car­to­ne ani­ma­to per ore? Io lo fa­ce­vo con i dram­mi sve­de­si in­ter­pre­ta­ti da mia ma­dre. Lei mi chie­de­va: “Sei si­cu­ra? Que­sta è una co­sa per adul­ti”».

For­se ave­va ra­gio­ne.

«Non era lo spet­ta­co­lo, era ve­de­re quan­to mia ma­dre fos­se fe­li­ce nel far­lo. Per ri­spon­der­le, la mia scin­til­la è sta­ta lì».

Pe­rò ha scel­to il bal­let­to.

«Ero pic­co­la an­che quan­do ho vi­sto il pri­mo bal­let­to. È il bel­lo di es­se­re bam­bi­ni: ho de­ci­so di far­lo per­ché le bal­le­ri­ne ave­va­no i ve­sti­ti del­le prin­ci­pes­se e io vo­le­vo es­se­re una prin­ci­pes­sa. Il so­gno è ri­ma­sto e co­sì so­no en­tra­ta in ac­ca­de­mia. Sem­bra­va di­ver­ten­te, e in­ve­ce era so­lo l’ini­zio di un du­ris­si­mo per­cor­so du­ra­to no­ve an­ni».

Era fi­si­ca­men­te do­lo­ro­so?

Scop­pia a ri­de­re. Una ri­sa­ta gut­tu­ra­le e bef­far­da, co­me quei se­gni di ma­sco­li­ni­tà che ogni tan­to, co­me rac­con­ta, le ven­go­no fuo­ri.

«Fi­si­ca­men­te do­lo­ro­so? Ho pre­so an­ti­do­lo­ri­fi­ci tut­ti i gior­ni. È sta­ta una ve­ri­tà dif­fi­ci­le da ac­cet­ta­re, ero fe­li­ce ma il mio cor­po era a pez­zi. Mi so­no ope­ra­ta al pie­de, ho avu­to con­ti­nui pro­ble­mi al­la schie­na. Ora non reg­go più il mi­ni­mo do­lo­re, ho te­nu­to la so­glia del do­lo­re co­sì al­ta per co­sì tan­to tem­po che ora è co­me se fos­se crol­la­ta. Due an­ni do­po aver fi­ni­to di bal­la­re, ho pro­va­to a in­dos­sa­re le scar­pet­te, non ce l’ho fat­ta».

Es­se­re sta­ta una bal­le­ri­na le dà qual­co­sa in più co­me at­tri­ce?

«Non ho fat­to nes­su­na scuo­la di re­ci­ta­zio­ne, an­che per­ché non mi han­no pre­sa, per due vol­te di fi­la. La mia edu­ca­zio­ne ar­ti­sti­ca è sta­ta il bal­let­to, e so­lo di re­cen­te ho ca­pi­to quan­to mi ab­bia da­to: la di­sci­pli­na, il con­trol­lo e la con­sa­pe­vo­lez­za del mio cor­po».

È pron­ta ad af­fron­ta­re il ses­si­smo di Hol­ly­wood?

«So­no sta­ta for­tu­na­ta, per­ché qual­che ruo­lo bel­lo e den­so da re­ci­ta­re l’ho avu­to. Ma c’è sta­to un pe­rio­do in cui ho fat­to tre film di fi­la in cui non ave­vo una sce­na con un’al­tra don­na, ed ero la pro­ta­go­ni­sta. Nell’ul­ti­mo an­no a Hol­ly­wood so­no sta­ti gi­ra­ti 120 film di­ret­ti da uo­mi­ni e due di­ret­ti da don­ne. So­no fat­ti, nu­me­ri. Ma que­ste co­se cam­bie­ran­no so­lo te­nen­do vi­va la con­ver­sa­zio­ne, par­lan­do­ne, in con­ti­nua­zio­ne, fi­no a di­ven­ta­re no­io­se».

Va­le an­che per i com­pen­si del­le at­tri­ci?

«Cer­to, è sem­pre sta­to co­sì. Stes­si di­rit­ti e stes­si as­se­gni. È la stes­sa bat­ta­glia».

Lei ha pre­sta­to la vo­ce al do­cu­men­ta­rio su In­grid Berg­man, co­sa ha im­pa­ra­to da lei?

«È sta­ta una don­na che, ne­gli an­ni ’30, ha avu­to il co­rag­gio di fa­re ca­pi­re al­la pro­pria fa­mi­glia, e agli al­tri, che per pren­der­si me­glio cu­ra di lo­ro avreb­be do­vu­to es­se­re se stes­sa, e che que­sto pas­sa­va dal suo la­vo­ro. È una co­sa mol­to one­sta, i suoi fi­gli l’han­no ca­pi­ta».

Va­le an­che per lei?

«È che non hai scel­ta. La car­rie­ra è so­lo un al­tro no­me, un po’ più osti­le, che dia­mo al­le pas­sio­ni. Che sia­no un la­vo­ro, un hobby, uno sti­le di vi­ta, al­la fi­ne non puoi per­met­ter­ti di non seguirle».

A pro­po­si­to di car­rie­ra, si è pre­pa­ra­ta il di­scor­so per gli Oscar?

«È tut­to un po’ sur­rea­le, so­no ono­ra­ta del­la ri­spo­sta che sta aven­do il film, l’uni­co obiet­ti­vo è por­ta­re la gen­te a ve­der­lo. Per il re­sto, non ci si può pro­prio pre­pa­ra­re».

Non sem­bra una ri­spo­sta mol­to sin­ce­ra, que­sta.

«Sen­ta, è che a vol­te la stam­pa è dav­ve­ro so­ver­chian­te. È la par­te più dif­fi­ci­le di fa­re i film, in­con­trar­vi. Io ci per­do il son­no, da quan­do ho fat­to la pri­ma in­ter­vi­sta del­la mia vi­ta con un quo­ti­dia­no in Sve­zia e non ho dor­mi­to per due not­ti, a og­gi».

Per­ché?

«È a sen­so uni­co. È in­na­tu­ra­le. Le con­ver­sa­zio­ni non fun­zio­na­no dav­ve­ro co­sì».

Lei sem­bra una per­so­na che si dà mol­te re­go­le.

«Dav­ve­ro?».

Dav­ve­ro.

«Non mi ero re­sa con­to di da­re que­sta im­pres­sio­ne. For­se è so­lo la di­sci­pli­na sul la­vo­ro, il bal­let­to, quel ti­po di for­ma­zio­ne, la vo­glia di fa­re be­ne tut­to, an­che quel­lo che non mi pia­ce».

Si sen­te vul­ne­ra­bi­le? Ha pau­ra di quel­lo che ver­rà?

«Mol­to. Ma va be­ne co­sì. L’emo­ti­vi­tà ti espo­ne al­le sen­sa­zio­ni ne­ga­ti­ve, al­le gior­na­te dif­fi­ci­li, ma è an­che l’uni­co mo­do per ca­pir­ci qual­co­sa del­la vi­ta, di­stin­gue­re quel­lo che mi fa sta­re be­ne da quel­lo che non mi fa sta­re be­ne. Ca­pi­sco gli er­ro­ri, li cor­reg­go, mi pre­pa­ro a far­ne al­tri cin­que per ognu­no che so­no riu­sci­ta a evi­ta­re. È la vi­ta, è du­ra, ma è an­che mol­to bel­la».

FO­TO WIL­LY VANDERPERRE

PRO­VA DI GEN­DER

Ali­cia Vi­kan­der, 27 an­ni, è nel film

The Da­ni­sh Girl, in sa­la dal 18 feb­bra­io,

do­ve in­ter­pre­ta la mo­glie di un ar­ti­sta

che de­ci­de di di­ven­ta­re don­na.

MO­GLIE E AMI­CA

Ali­cia Vi­kan­der in The Da­ni­sh Girl as­sie­me all’at­to­re

in­gle­se Ed­die Red­may­ne, 34 an­ni.

Newspapers in Italian

Newspapers from Italy

© PressReader. All rights reserved.